Finanziamenti alla ricerca: la fantasia al potere

È un fenomeno stagionale, e quest’anno sembra anche particolarmente virulento: a gennaio si parla di finanziamenti alla ricerca (non che da febbraio si smetta, eh). Così in questi giorni mi hanno avvicinato in quattro.
C’è chi deve consegnare un progetto per un Firb (i soldi con cui si finanzia la ricerca di base) e ha scoperto che per tutto il suo settore, per tutti tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato), il finanziamento disponibile è equivalente al prezzo di un appartamento di 90 mq sulla Camilluccia. E tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato) non riusciresti nemmeno a infilarceli dentro, in piedi, uno vicino all’altro, in 90mq sulla Camilluccia.
E c’è chi ha ricevuto la seguente comunicazione, un po’ aggiustata ma mi capirete: per via della spending review il nostro istituto di ricerca ha ridotto l’orario di lavoro alle guardie che fanno vigilanza all’ingresso, per cui da domani qua alle 18.00 si sbaracca. Commento: prima potevo entrare alle tre di notte e fare le cinque del mattino del giorno dopo, se mi serviva. Mentre adesso la ricerca si fa come se fossimo impiegati di banca.

E infine c’è chi, con ammirevole spirito didattico, si è messo lì e mi ha spiegato come funziona il finanziamento dei progetti premiali, di progetto e di bandiera, cioè i progetti che dai tempi della Gelmini gli enti di ricerca presentano al ministero per farseli finanziare (tipo: La ricerca di dark matter al Gran Sasso o La cultura germanica nell’Italia del Novecento, per dire).
Io l’ho capita così, e l’ho trovata terribilmente affascinante per la sua perversione.
1. I soldi per i progetti vengono dal FOE (Fondo per gli enti pubblici di ricerca), (è il 7% del FOE).
2. Il FOE serve soprattutto per pagare gli stipendi: il 90% finisce in buste paga, il 10% paga le spese di funzionamento degli istituti come affitti, bollette… (cioè, ne paga una parte: il resto arriva dagli overhead, una percentuale, che l’istituto prende dai grants che i ricercatori ottengono da enti pubblici e privati, nazionali ed esteri). Se volete, questo significa anche che lo Stato paga, ordinariamente, la ricerca nella misura in cui paga gli stipendi. Basta. Ma non è questo il punto: andiamo avanti.
3. Non è possibile non pagare gli stipendi: quei soldi non possono sparire. E allora ecco la partita di giro: l’80% circa del fondo destinato al progetto premiale viene recuperato dall’istituto (da alcuni istituti: in realtà, all’istituto quei soldi arrivano tutti interi e poi si decide che cosa farne. All’Infn mi hanno detto che sono soldi puliti che usano per la ricerca, al Cnr mi hanno detto che l’istituto ne tiene una grossa parte). Oplà: e di nuovo lo Stato non sta pagando la ricerca, ma i salari di chi dovrebbe farla. Resta il 20% che è comunque meglio di niente, ma è molto meno di quanto appare (e di quanto servirebbe).

In sé, mi dicono, l’idea di premiare alcune ricerche sarebbe anche buona, meglio dei finanziamenti a pioggia a cui eravamo abituati. È che manca la trasparenza, non si capiscono i criteri, non si sa chi farà le valutazioni. Addirittura il bando non è sul sito del ministero, io ce l’ho ma insomma.
Alla terza telefonata al terzo scienziato ipercompetente del terzo istituto pubblico di ricerca (e infatti questo post è stato corretto dopo la sua pubblicazione di stamani, scusatemi), ci sarebbe anche da aggiungere come funzionano i fondi che arrivano dal ministero, sui quali vale la regola del cofinanziamento. Cioè, sui quali ci si pagano davvero gli stipendi. E su come lì il vero problema (terza telefonata) sia che i soldi sono un terzo di quelli dell’anno scorso: io quest’anno ai Prin nemmeno partecipo.

Capito? No, non proprio, non del tutto? Capito così così? È normale. Pare che anche chi sta decidendo come far girare questo meccanismo sia un po’ in difficoltà.
Ma in sostanza significa che la ricerca di eccellenza in realtà è finanziata con meno di quello che appare. Non facciamoci ingannare da quelle cose tipo un progetto da enne milioni di euro. Bisogna fare enne per 0,2.
Non solo: se è vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si becca, c’è un’altra considerazione non banale. Si introduce in modo subdolo l’idea che il nostro stipendio non sia garantito ma derivi, almeno in parte, dalla nostra capacità di procurarcelo. A me che sono una partita Iva felice, non sembrerebbe nemmeno tanto male. Mi mordo la lingua, ma mi anticipano: il problema è che questo non viene introdotto discutendone apertamente, ma viene fatto passare quasi di nascosto. Ah, vero.

Chiudo qui. Ci sarebbero gli altri sistemi di finanziamento, ma sono davvero un ginepraio. Ci sarebbe anche la spinosa questione della programmazione della ricerca: chi sceglie le linee di interesse su cui investire? Ci sarebbero un sacco di cose da capire e da raccontare.
Per fortuna adesso si vota. Già, si vota.
Io ho deciso chi voterò, non senza soffrire un pochino e non senza ricordarmi di tutte le volte che ho detto no, basta, questo è troppo… Se voi siete in dubbio, consiglio la bussola di Dibattito Scienza: dieci domande e trenta risposte sulla politica della scienza e la scienza della politica che abbiamo sottoposto ai sei candidati premier (tre non hanno ritenuto di risponderci: indovinate chi).
Vi avverto: non cadrete dalla sedia dallo stupore (dalla noia forse), non troverete fiumi di soldi per la scienza. Con tutto il mio ottimismo, scommetto che comunque dei soldi per la ricerca in questo paese prima o poi torneremo a parlare. Al massimo, a gennaio dell’anno prossimo.

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6 pensieri su “Finanziamenti alla ricerca: la fantasia al potere

  1. Silvia cara, ho concluso la procedura per l’inoltro della preproposal del Firb più o meno un’ora fa. La prossima volta ti racconterò del ginepraio per la sua compilazione, e del perché abbia perso la mobilità del mio pollice destro nell’inserirla.
    Intanto continuo a visualizzare tutti noi della linea1 mentre cerchiamo di imbucarci in questo party sulla Camilluccia, dato con spirito masochistico in un appartamento da poco più di 90 mq. A me basterebbe anche solo aggiudicarmi lo sgabuzzino, ma devo dire che sapere che ci sei anche tu a tentare a modo tuo di espugnarlo, stavolta, mi rende almeno un po’ più soddisfatta.

  2. Nel mondo della sanità, quei soldi che servono a pagare gli stipendi dei ricercatori servono anche a coprire i buchi di organico degli ospedali. In pratica, il ricercatore può fare ricerca quando ha finito di occuparsi dei pazienti e degli ambulatori. Perché? Perché da anni c’è il blocco dei turn over e perché la legge Fornero ha reso complicatissimo persino fare un contratto di consulenza a quei medici che servivano a far girare i reparti. Non resta quindi che trovare i soldi attraverso i bandi di ricerca. E il ricercatore pagato con i soldi della ricerca genera anche prestazioni a favore del sistema sanitario nazionale. Teoricamente non potrebbe, ma basta che figuri come volontario ospedaliero, ed ecco che il problema è risolto. Perché non si protesta? Perché se i soldi per la ricerca fossero severamente vincolati ad acquistare il materiale per la ricerca stessa, non ci sarebbero gli esseri umani per portarla avanti. Quindi diciamo che è meglio così.

  3. Ciao Silvia, giusto qualche nota. Il cofinanziamento/stipendio ha qualche ragione di essere. Il professore viene pagato X dal suo ateneo per fare alcune funzioni. Se poi invece si mette a fare progetti di ricerca nel suo tempo, è giusto che il finanziamento alla ricerca sia in qualche modo riconosciuto all’interno dello stipendio. e infatti, nei bandi FIRB e PRIN devi indicare i mesi/persona per ognuno dei dipendenti, e anche sulla base di questo verrà calcolato il costo finale del progetto. Pero’, se per i PRIN sono stabiliti X milioni, X verrà erogato: i soldi dello stipendio dei già assunti non saranno conteggiati.
    Inoltre, i bandi PRIN e FIRB sono sul sito del ministero.
    Il fatto che le commissioni siano anonime e ignote, va bene. C’e’ un albo dei referee cui i ricercatori/prof si possono iscrivere (solo i dipendenti universitari e enti di ricerca), e poi ci sono anche degli stranieri. Il problema vero è mantenere questo anonimato. Anni fa, per una procedura analoga, uno straniero abbandonò alla terza telefonata di “pressione” che ricevette. Se non ricordo male la questione uscì anche internazionalmente.
    Ovviamente non tutto è rose e fiori. I soldi quest’anno sono pochissimi (il 20% dell’ultimo bando) e quindi i progetti serviranno si e no per pagare assegni di ricerca a qualche precario, senza far rimanere nulla per attrezzature e altre spese. Inoltre, alcune istituzioni (per esempio la Sapienza) hanno un modo molto divertente di sfruttare tutto cio’: se vinci un FIRB e con quei soldi riesci a pagarti un contratto ricercatore a tempo determinato, il ricercatore TD è OBBLIGATO a fare 300 ore di didattica (cioè almeno un bel corso).
    Inoltre, la valutazione premiale potrebbe anche andare bene, se ben applicata: se sei un buon ricercatore, ti meriti qualche spiccio in piu’ per la ricerca. Peccato che però la situazione sia tale che io (ricercatore non confermato) sono praticamente costretto a fare quasi 200 ore di didattica frontale all’anno (e come me tutti i colleghi del mio istituto). Dove trovo il tempo per fare ricerca e scrivere?

  4. Silvia, beati quelli che possono lamentarsi che i soldi per la ricerca finiscono in stipendi. Ti racconto il mio caso. Ho faticosamente ottenuto (dopo quasi 10 anni in università) un contratto da ricercatore a tempo determinato (di quelli pre-gelmini) finanziato dall’ASI. Bene, finalmente posso mettere il mio nome in modo ufficiale sui progetti e non fare solo tutto il lavoro senza prenderne il merito. Bene? Macché.
    Facendo domanda di partecipazione al bando ASI, che dovrebbe selezionare gli esperimenti da far fare agli astronauti Italiani Luca Parmitano – missione a Maggio 2013 – e Samantha Cristoforetti – missione ad Ottobre 2014, di cui ancora non si sa nulla, NON posso indicare il mio nome tra i responsabili, perché quando sarà il momento di fare la ricerca io non sarò più sotto contratto, NON posso chiedere soldi per un mio contratto futuro, perché se il mio stipendio è nel bando non posso fare il responsabile.
    Quindi se voglio il mio nome su un contratto devo trovare i soldi da qualche altro contratto (devo farmi pagare per una cosa e poi farne un’altra) oppure rassegnarmi a lavorare ancora nell’ombra (e poi al prossimo concorso avere zero punteggio per responsabilità in progetti passati).
    Insomma il grosso della ricerca la fanno assegnisti o dottorandi i cui stipendio vengono dalla ricerca stessa e anche i ricercatori TD non stanno meglio (perché anche i loro contratti vengono dalla ricerca). Nel bando di cui sopra i 200.000 euro che abbiamo chiesto servono per metà a coprire la gente che ci lavorerà e l’altra metà per costruire i rivelatori spaziali che ci servono. Tra l’altro queste persone prendono i loro miseri 1200 euro al mese senza tredicesima, liquidazione o cassa-integrazione…
    Povera ricerca.

  5. Ciao Silvia, ti hanno spiegato bene.

    Solo una piccola precisazione (in peggio…):
    – il FOE “libero” è stato attribuito all’87% l’anno scorso perché il 7% era da destinare ai progetti “premiali” di cui parli, mentre un ulteriore 8% è stato sottratto per i progetti “bandiera”. In effetti i progetti “bandiera” sono grandi progetti di infrastrutture di ricerca, previsti dal “Piano Nazionale della Ricerca”. Quindi alcuni enti di ricerca erano GIA’ in difficoltà a pagare gli stipendi, ragion per cui il 7% è stato distribuito garantendo che almeno la metà (il 3.5%) sarebbe stato recuperato da ciascun ente.

    Quest’anno il ministero ha attribuito il 95% del fondo dell’anno precedente… e quindi il recupero della quota premiale è ancora più importante, anche se la speranza è che il 5% “congelato” venga restituito quando verrà fatto il decreto di distribuzione del FOE.

    Ah, naturalmente il decreto che assegna il budget normalmente arriva a fine anno, cioè tu sai cosa potevi spendere a dicembre. Profumo meritoriamente lo ha fatto a marzo, pubblicato definitivamente a maggio, l’anno scorso, quest’anno… chissà.

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