Kollegato lavoro: tutto il resto è noia

Conosco gente che non ci dorme la notte. E anch’io ho avuto i miei problemi. La facciamo o no, la lettera? Io sì: non posso pensare di essere stata dieci anni in Rai e di veder cancellato il mio passato così, da un momento all’altro. Io no: sono fuori contratto e ho paura che non mi richiamino più. Io sì: è una lettera con cui difendo un mio diritto, non posso averne paura. Io no: non ho nessuna intenzione di diventare un dipendente Rai, se anche ce ne fosse la possibilità.

Da settimane le sento in bocca a tutti i miei colleghi atipici Rai (una marea) e tutti i miei amici con forme di lavoro strane per ospedali e aziende varie. Tutta gente con le spalle al muro, che, grazie a una norma chiamata collegato lavoro (roba legata alla Finanziaria, e che comunque nessuno di noi ha veramente capito fino in fondo) da domani sarà vittima di un’enorme sanatoria e perderà molti dei suoi diritti sul lavoro. Da domani, cioè, se andasse dal giudice per farsi riconoscere la natura subordinata del proprio lavoro (cioè per farsi assumere da un’azienda che da anni lo fa campare a contrattini di vario tipo) potrà far valere solo l’ultimo contratto e non i precedenti. Essere lì da dieci anni o da due significherà la stessa cosa: avere pochissime possibilità di vincere la causa. C’è una sola scappatoia: spedire (oggi) all’azienda una lettera in cui preannuncia l’intenzione, forse, di pensare alla possibilità (… la cautela non è mai troppa) di fare causa entro nove mesi. Entro nove mesi. Grazie. E se intanto l’azienda mi lascia a casa?

Conosco gente che non ci dorme di notte e gente che non parla d’altro. E fino a oggi (e forse ancora oggi, chissà) ogni ora era buona per fare una telefonata a un sindacalista, a un avvocato, a un commercialista, a un collega che ha capito. E poi tutti hanno parlato con l’amico dell’amico, con il principe del foro, con quello che ha difeso il grande giornalista, con l’uomo di fiducia dell’ex viceministro. A me è sembrato che, dopo l’attenzione spasmodica alle vicende di Ruby, fosse il fenomeno del momento. Cioè: poi magari verrà fuori che è una norma anticostituzionale e ci rilasseremo tutti. Ma la scadenza del 23 gennaio (domenica) ha scatenato gli animi e le paure più intime di chi, a quarant’anni, magari si è pure messo a far figlioli o ha ancora voglia di parlare di diritti e dignità.

Intanto non vedi uno spot in tivvù, di quelli col bollino del ministero, non ne vedi menzione sui giornali (anzi sì: a due giorni dalla scadenza), non ci sono state assemblee né volantinaggi di warning. Così si va avanti a passaparola, a poche ore dalla scadenza dei termini. Ieri sera ne ho informato un amico che lavora a partita Iva da anni per un unico cliente (lo stesso che gli chiese di aprire la partita Iva, appunto). E nei giorni scorsi ho spiegato tutta la faccenda ad alcuni colleghi, un po’ più anziani di me, che giustamente non si erano nemmeno posti il problema e che sebbene giornalisti non erano incappati in nessuna informazione a riguardo. Cioè: c’è chi non ci dorme di notte e chi, magari un po’ più periferico, si sveglierà domani con la bella sorpresa di un termine scaduto per sempre.

Ora, non è per sprofondare nel pessimismo cosmico. Ma a volte ho la sensazione che, insomma, nemmeno troppo irragionevomente si cerchi di fare piazza pulita. Una roba tipo… Signori, abbiamo fatto casino: in questo paese, per come lavoriamo, per i soldi che ci sono, per le speranze e il futuro che ha, non c’è posto per tutti. Dobbiamo sacrificare qualcuno e poi forse ricominciare. I cinquanta – sessantenni no, ché quella è gente potente e poi son loro che comandano, più o meno da quando hanno vent’anni. I ventenni son troppo piccini: che razza di sacrificio è? Facciamolo con chi ha trenta – quarant’anni e non si è inserito (per qualsiasi ragione) nel mercato-del-lavoro-che-conta. Se la metà di loro, domani, emigrasse alle Antille, qui staremmo più larghi, ci sarebbe più posto negli asili nido, un computer per tutti sulle scrivanie pubbliche, un po’ più di soldi e un bel problema in meno. E allora, per esempio, facciamo un bel collegatolavoro. Che poi è molto simile a uno scollegatodisoccupazione, ma tanto non se ne accorge nessuno.

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2 pensieri su “Kollegato lavoro: tutto il resto è noia

  1. Mi fa piacere conoscere queste cose su chi vive realtà lavorative diverse dalla mia, perché altrimenti non saprei proprio dove reperirle.
    Giusto per non farti sentire parte della sola categoria vessata ed offuscata dall’informazione “Rubesca”, colgo l’occasione per rendere pubblica anche un’altra ingiustizia a mio parere cosmica, ovvero che è da più di TRE anni che i laureati in materie volte all’insegnamento secondario (lettere, filosofia, matematica, geografia tanto per citarne alcune) non hanno più la possibilità di accedere all’insegnamento, neppure a quello precario, neppure alle graduatorie, neppure a fantomatici concorsi causa chiusura della scuola che portava all’abilitazione e nessuna apertura di qualcos’altro. Siamo ancora qui che aspettiamo.
    Per fortuna che esistono i blog e la rete, per far conoscere e diffondere tutte le storture che si nascondono dietro all’universo lavorativo dei giovani.

  2. Vero che non se ne è parlato molto in giro.
    Ma ad esempio io avevo letto gli articoli con le spiegazioni tipo mesi fa. Prima sul blog di Grillo e poi su Il Fatto Quotidiano.
    Ovvio se anche altri giornali se ne fossero occupati, invece di pensare alle cazzate, sarebbe stato meglio…

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