Sulla psichiatra e l’assassino: una sentenza che fraintende la scienza? Di nuovo?

Stavolta è toccato a una psichiatra francese. Dicono: avresti dovuto capire che il tuo paziente era pericoloso, che avrebbe potuto fare del male agli altri, e quindi avresti dovuto tenerlo lontano dal resto del mondo. Avresti dovuto, ma siccome non l’hai fatto e siccome il tuo paziente poi ha ucciso, la responsabile di quell’omicidio sei tu.

Dico stavolta perché in passato è toccato anche a psichiatri italiani. Toccò anche allo stesso Basaglia*. Successe perché il dieci giugno del 1972, quarant’anni fa, un suo paziente quarantatreenne uccise entrambi i genitori: prima la madre e poi il padre che era stato richiamato dalle urla della moglie. Dopo l’omicidio il figlio era rimasto in mutande sul ballatoio di casa ad aspettare l’arrivo di polizia e croce rossa. I giornali dell’epoca non risparmiarono parole roboanti sulla follia omicida e foto di gradini macchiati di sangue, e a leggerli adesso fanno quasi sorridere.
L’omicida aveva una lunga storia di ospedalizzazioni ripetute e per tre volte era stato ricoverato all’ospedale San Giovanni di Trieste di cui Basaglia era primario. L’ultima dimissione era avvenuta il 13 febbraio dello stesso anno, su sollecitazione dei genitori, ed era stata possibile in base all’articolo 66 della allora legge sui manicomi che prevedeva la possibilità di consegnare alla famiglia, “in via di esperimento”, il paziente che mostrava segni di miglioramento. Erano gli anni in cui si discuteva in maniera sempre più concreta di come chiudere definitivamente i manicomi e di come affrontare la malattia mentale all’interno di una riforma della sanità che sarebbe stata disegnata di lì a pochi anni. Basaglia era il capofila di questa riflessione e il più attivo nelle sperimentazioni di misure alternative alla istituzionalizzazione dei pazienti (cioè alla reclusione in manicomio). In seguito al delitto, Basaglia fu accusato di duplice omicidio colposo per l’imprudenza e la negligenza mostrata nell’affidare il malato alle cure di una madre analfabeta (che non avrebbe potuto quindi seguire le terapie prescritte al figlio) e di un padre etilista.

Prendete questa storia e tiratene fuori gli elementi chiave.
Lo scienziato che tratta una materia sfuggente, complessa, delicata (in questo caso la salute e la malattia mentale, che non hanno confini poi tanto netti). Lui tratta la materia, ma a noi interessa soprattutto il rischio per la collettività che discende dall’esistenza di quella materia, esistenza contro la quale non possiamo nulla: c’è e basta. L’attribuzione allo stesso scienziato, da parte della magistratura e/o del senso comune, e magari a posteriori, del dovere e del potere di prendere decisioni pesanti, costose per qualcuno o per tutti (in questo caso quella di limitare la libertà di una persona, ma un giorno quella persona potremmo essere noi) sulla base di una valutazione precisa di quel rischio (vogliamo una risposta chiara!).
Un morto, o anche più morti. E i morti sono morti: umana pietà.
I morti discendono dalla materializzazione di quel rischio.
La ricerca di un colpevole. Un colpevole materiale che non può essere arrestato (in questo caso, il paziente psichiatrico, giudicato incapace di intendere e di volere). E di conseguenza la ricerca di un colpevole del mancato allarme di quanto quel colpevole materiale fosse realmente pericoloso. Quindi, l’attribuzione della colpa allo scienziato.
La difesa da parte dello scienziato: quel pericolo non può essere quantificato e comunque non è presente solo in quella condizione (in questo caso si può dire che a uccidere sono soprattutto i sani di mente, e che semmai i malati sono più spesso vittime di violenza). E poi c’è il fattore tempo: quanto tempo deve passare dal parere dello scienziato al fatto che causa la morte di qualcuno?
La levata di scudi da parte della comunità scientifica internazionale e l’insistenza nel chiedere di notare che si stanno confondendo i ruoli, o perlomeno fraintendendo i compiti, le possibilità, e anche le parole. Rischio, pericolo, probabilità, normalità. L’interpretazione, da parte della gente, di questa levata di scudi come di una difesa di categoria: voi scienziati vi difendete sempre a vicenda. Qualcuno che fa notare come anche un’informazione chiara su un rischio dovrebbe essere corredata da un’indicazione su come agire perché quel rischio non porti ad altre morti (nel caso della psichiatra francese, attenti a non legare ogni condizioni di schizofrenia alla pericolosità di un individuo). La gente, i media, i giornalisti che fanno i giustizieri, gli scienziati che (è un’opinione mia personale maturata in anni di riflessione e vicinanza a una categoria per cui nutro affetto e stima) effettivamente sono un po’ coglioni.

Non vi ricorda qualcosa?
Non avete pensato anche voi al dibattito italiano sulla gestione del rischio terremoto? Con la sequenza sismica nella parte della diagnosi di malattia mentale (sono più i terremoti non preceduti da sequenza e la maggior parte delle sequenze non esita in terremoto, però la nostra percezione del rischio non ha molto di razionale), con il terremoto nella parte dell’omicidio impunibile, con l’allarme generalizzato, le tendopoli, l’evacuazione delle città nella parte dell’internamento perpetuo del malato. Con l’irrazionalità e la paura della gente, del tutto comprensibili, i giornalisti che non danno l’impressione di averci pensato molto, i blog presi d’assalto (guardate questo blog su Le monde, che ha definito la sentenza coraggiosa, e guardate i commenti). Con una persona che passerà i prossimi anni tra studi di avvocati e aule di tribunale, piuttosto che a fare il suo lavoro in ospedale, e i suoi colleghi che da oggi si comporteranno sicuramente in modo molto meno aperto nei confronti del resto della società.
Con quelli che fanno il mio mestiere che si sentono un po’ troppo potenti e si compiacciono un po’ troppo di saper prendere le difese della gente anche quando la gente non andrebbe difesa: andrebbe educata e ascoltata, e soprattutto rispettata. Tutta la gente, però.

Il processo a Basaglia si concluse nel novembre del 1975 con l’assoluzione a formula piena. Altri processi simili si sono poi conclusi nello stesso modo (forse il principio è che basta trovare un colpevole sul momento, qualcuno da dare in pasto alla gente arrabbiata, che tanto poi dimentica, e in un secondo momento aggiustiamo il tiro). La psichiatra francese aspetta la sentenza di appello: intanto tutto sommato le è andata benino con un anno di condanna, sospesa in via condizionale, e 8500 euro di risarcimento ai figli della vittima del paziente.
Io qui sono contenta solo di una cosa: che questa volta sia successo in Francia.

 

*Questa storia la conosco perché sulla comunicazione della malattia mentale nella cronaca nera ci ho fatto la tesi di master.

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2 pensieri su “Sulla psichiatra e l’assassino: una sentenza che fraintende la scienza? Di nuovo?

  1. Faccio il sapientone 😉
    Forse non lo sai ma hai scritto un esempio di quanto si legge da decenni nei libri di Psicologia sociale. L’ “attribuzione … magari a posteriori” è lo sport che l’essere umano preferisce, (= ricerca del capro espiatorio), specie se ignorante; qui in Italia causa un sintomo bizzarro, cioè dopo che l’Italia perde i mondiali di calcio diventiamo (a posteriori) 59 milioni di allenatori di calcio 😉
    “La ricerca di un colpevole … Quindi, l’attribuzione della colpa allo scienziato.” (= costruzione psicosociale del “capro espiatorio”).
    Pievani critica la visione antropocentrica e scientificamente errata del vedere l’evoluzione come se vedessimo un giallo conoscendo in anticipo l’assassino. La “DOPOLOGIA” è uno sport troppo facile e poco utile.

  2. A me sembra simile (anche) al dibattito sulla vendita delle armi dopo la strage in USA o ai casi di quelli omicidi di stalker che son già stati denunciati (la polizia sapeva perchè non hanno fatto qualcosa?) o detenuti in libertà vigilata che commettono delitti etc. A margine: non credo sia corretto definire scienziato lo psichiatra nel momento in cui opera come medico.

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