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Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali

Oh, accipicchiolina. Qualcuno se n’è accorto. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent’anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n’è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby: una roba oziosa per gente pingue e rilassata, in una società che non dà più valore alla cultura, all’informazione e a tutte queste cose qui. Una società dove non sono affatto felice di vivere e che non sarei felice di sapere in costruzione nemmeno se di mestiere facessi il falegname e campassi di scaffali e cassetti. Oh.

Mi spiego. Dice che lo stage non pagato in posti tipo musei, istituti culturali (ma anche nei luoghi dell’informazione, ce li metto io) seleziona gli stagisti sulla base di un parametro del tutto svincolato dalla competenza e dalle capacità: il portafogli di babbo e mamma. Se ti puoi permettere uno stage non pagato, evidentemente, c’è qualcuno che paga per te. E siccome non è l’azienda, giocoforza sono i tuoi genitori. Lo dicono in Inghilterra, e in Inghilterra pare che se ne stia parlando parecchio. Eh, son lavoroni (come dicono gli idraulici pisani).
Qua, invece, lasciamo perdere gli stage dei neolaureati, che sono del tutto irrilevanti rispetto all’entità del problema. Conosco una persona, mia coetanea, che lavora da mesi in una grande azienda culturale senza contratto. Aspetta. E non sa nemmeno che forma avrà, se ce l’avrà, il suo futuro contratto. Intanto lavora, perché il mercato là fuori non è migliore (anche se migliore di zero sarebbe facile) e perché se se ne va non è detto che la richiamino, e chissà quanta gente è pronta a prendere il suo posto. Ha ragione. Intanto ti ripete che si è fatta, e continua a farsi, un culo così per il lavoro che sa e che ama fare. Ma anche che non ha alternative.

Ne dubito. In fondo, siamo due fighette, io e lei e tutti gli amici nostri.
Ci siamo fatti un culo così: è vero. Tra l’orgoglio nostro e la santa severità dei nostri genitori, la maggior parte della gente che conosco e che fa il mio lavoro è gente in gamba. Ma guardiamoci: siamo tutti figli di papà. Tutti con qualche rete di sostegno che, ancora per i prossimi, toh, vent’anni, è pronta a sostenerci, incoraggiarci e a lasciarci inseguire il lavoro dei nostri sogni. Qualcuno ha ricevuto in regalo una casa, qualcuno affitta quella di nonna, qualcuno prende un contributo mensile dai genitori, o  una tantum, e c’è chi si fa regalare il computer, la macchina, le vacanze: c’è chi magari al momento non prende un soldino da mamma, ma da qualche parte del suo cervello ha la confortante certezza che non finirà mai sotto a un ponte. Però, un attimo, che fine hanno fatto i nostri compagni di classe? La figlia dell’infermiere, il figlio dell’operaio della Piaggio, o quello all’ultimo banco con quattro fratelli?

Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

Ma la responsabilità di noi fighetti primi della classe per meriti genitoriali non finisce qua. Perché se il lavoro intellettuale si deteriora e comincia a vivere su un gioco al ribasso, chi ci dice che continuerà a produrre cosine di pregio e spessore? Eh: non è che pagare tanto ti garantisca un buon prodotto, ma di sicuro pagare poco ti mette ad alto rischio schifezza. E quella schifezza la beviamo noi e se la bevono anche quei due che erano seduti ai banchi in fondo, e che di certo non si meritavano dei compagni di classe egoisti e irragionevoli come noi.
Allora l’alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l’offerta, provando a pensare per un attimo come si sarebbero comportati i sanguigni genitori dei nostri compagni di classe se per fare le notti in ospedale o per stare in catena di montaggio avessero offerto loro zero lire. Perché, insomma, ci pregiamo di fare un lavoro intellettuale ma poi non sappiamo nemmeno ricordarci che il nostro è e deve essere un lavoro, un lavoro come tutti gli altri che costruiscono il mondo. E il lavoro si paga, sennò è un hobby.

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