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Dieci anni di legge 40: che cosa è cambiato per la comunicazione?

Domani la legge 40 compie dieci anni.
In questi dieci anni è stata smontata a colpi di sentenze, soprattutto nelle parti che riguardano la fecondazione assistita. La legge però mette il becco anche nella ricerca, vietando l’uso degli embrioni (da cui ricavare le cellule staminali embrionali, come si fa nel resto del mondo). E anche su questo siamo in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale. Nel frattempo, vale la pena ricordare, c’è stato un bando pubblico per la ricerca sulle staminali che escludeva la ricerca sulle staminali embrionali (era il 2008) e un ricorso, a firma Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, perso. Poi c’è stata la storia della riprogrammazione: i tentativi (riusciti e premiati con il Nobel 2012) di riportare la cellula adulta alla staminalità, e studi successivi (come quello uscito un mese fa su Nature e giù sospettato di essere una frode, per dire che vivacità la ricerca sul tema).

Ma la storia è importante anche dal punto di vista di chi si occupa di comunicazione. Perché le cose sono cambiate, da dieci anni a questa parte, e la vicenda Stamina ne è stata la peggiore dimostrazione.
Per esempio: la parola staminali, che dieci anni fa era associata alla famigerata biologia di Frankenstein, è diventata una parola marketing con cui vendere le creme antirughe. Le viene dato il sinonimo di rigenerante, o qualcosa così. Probabilmente è il risultato di un’operazione di cosmesi lessicale che deve molto alla nascita di tante Stamina interessate a venderci cose con l’etichetta di staminali, più subdole e capaci di sfuggire (nel bene e nel male) agli agoni di giornali e tv.
Per me, forse anche perché proprio dieci anni fa cominciavo a lavorare davvero, e scrivevo tanto per i giornali e altrettanto leggevo, ci fu un’epifania, che da allora si ripete stancamente più o meno ogni giorno, e che oggi mi annoia o deprime, ma di certo non mi stupisce più. Si stava cominciando a importare nella scienza l’idea della par condicio.
Fu un crescendo che culminò un anno dopo, in occasione del referendum che avrebbe dovuto abrogare la legge ma si fermò al palo del 25% dei votanti. Da quel momento, come nei talk show politici, quando si parla di scienza e c’è un conflitto aperto, si invoca la presenza delle due campane. Come se davvero ci fossero due campane. Ai tempi di quel referendum il risultato erano paginate sul tema in cui l’opinione dello scienziato di turno (che poi erano gli stessi di oggi, solo dieci anni più giovani) era messa a confronto con quella di un vescovo. O dell’unico scienziato per il No, che non era un vescovo ma lo ricordava nel cognome. E lo stesso accadeva in tv: uno scienziato dei tanti, per il fronte del Sì, e a rappresentare il No (o l’astensione) sempre lo stesso. Litigi, dibattiti animati, e l’immagine di una scienza spaccata a metà, anche se così non era.

Ero appena arrivata a Roma dalla provincia, e mi guardavo intorno con stupore. C’era Roma, ma Roma era tappezzata di manifesti enormi con enormi foto di feti spacciati per embrioni. Il gioco si faceva pesante e, come abbiamo visto anche in questi anni, pesante per noi che trattiamo di scienza significa emotivo, pieno di immagini e lacrime, e di bambini esposti insieme a una corriva esaltazione dello spirito italiano, sentimentale per natura, e gridato e confuso e impossibile da governare lucidamente.
Forse perché dieci anni sono passati anche per me, e non sono più la pivelletta entusiasta di un tempo, adesso mi sembra che lacrime, forconi e fiaccole siano sempre più frequenti nel nostro dibattito. E che gli argomenti della scienza trovino sempre maggiore difficoltà a emergere nel coro di lai e lamenti da cui siamo circondati. Ma forse mi sbaglio. Risentiamoci tra dieci anni.

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