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Il “progettino” che ci manderà sul lastrico: quello per le idee di un altro

La nostra morte sarà un progettino.
Quelle cose del tipo stiamo aspettando di capire se partiamo, tu intanto facci un progettino (oppure un indice o qualche proposta o butta giù un paio di idee). Gratis, si intende: per prova.
Progettino significa che ti propongono di collaborare a un’idea, loro, nella quale, loro, investono tempo e soldi, loro e tuoi.
E questo in attesa di un rientro o di una remunerazione, che sarà ovviamente soprattutto loro (a te diranno che il budget è limitato).
Nel frattempo, per accelerare i tempi, e quindi per essere operativi nel momento in cui arriveranno i finanziamenti oppure nel momento in cui sarà chiara l’organizzazione di tutta l’impresa, tu prepari il progettino e dimostri di essere attenta, preparata, lesta. Proprio quello che serve.
Poi magari l’idea muore (nel mio campo, muore il 90% delle idee) oppure i finanziamenti vengono ridimensionati oppure ci sono cambiamenti e magari ricche consulenze da pagare, e purtroppo la tua collaborazione non serve più. A volte succede anche che sia tu a romperti le balle e a provare il brivido del rifiuto per dignità. In ogni caso il progettino rimane lì: monumento al tempo buttato, mai pagato, impossibile da riciclare, una specie di esercizio di stile, o di fiducia mal riposta nelle idee di un altro.
Ho decine di progettini nel computer.

Attenzione. Un progetto personale è un’altra cosa. Se io ho un’idea, per un libro, per un’iniziativa, per un articolo, per una cosa qualsiasi, è chiaro che sono fatti miei e che se poi il progetto muore ci mancherebbe altro che mi lamentassi.
Non solo. L’idea può essere tua. Ma posso sposarla e decidere di sostenerla, per qualsiasi ragione. Così il mio investimento in un progettino significa mettere il cappello su qualcosa a cui voglio partecipare e a cui magari credo. Per esempio, se siamo amici e tu hai un’idea che mi piace e mi proponi di partecipare, se funziona, col progettino ti permetto di andare avanti e aumento le mie probabilità di collaborare con te a una cosa bella. Oppure l’idea è tua, a me piace ma temo la concorrenza: allora, all’inizio, decido di investire un po’ del mio tempo a dimostrarti che io, quel lavoro, lo faccio meglio degli altri. Va bene, va bene lo stesso.

Ma il progettino malefico che intendo io significa che mi stai affibbiando (e sei stato tu a cercarmi) una parte del tuo rischio imprenditoriale.
E non me ne dai gli eventuali benefici.
Tra l’altro, a progetto naufragato, il mio progettino te lo tieni e non so bene che cosa ne farai.
Ora, lo so che devo imparare a farmi furba. A dire che il progettino lo si paga a parte. E invece sono qui col sangue avvelenato per diversi (diversi) progettini su cui ho buttato via un po’ del mio, non abbondantissimo, tempo. Allora meglio scrivere gratis su un blog in bianco e nero.
(seguono mail).

(Stavo pensando di concludere questo post di invettiva buttando lì una manciata di progettini che ho scritto negli anni e che non sono serviti a niente. Pensavo di regalarli a grappoli, tanto. Poi no. Poi m’è presa la tigna. Basta coi regali. Ecco. Qui tra poco si chiude bottega, a suon di regali. Fatemi un progettino per una bottega nuova e poi se ne riparla. Ah: per ora, zero budget…).

 

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Vuoi entrare nel mercato? Prima pulisciti i piedi: decalogo per un’aspirante penna della scienza

1. No.
Se non è previsto un compenso non lo devi fare*.
Facile.

2. Le seguenti valute sono fuori circolazione:
visibilità, esperienza, gavetta, curriculum, soddisfazione, vetrina, partecipazione-a-un-progetto…
Il lavoro va retribuito in denaro, sennò è un hobby.
Facile anche questa.

3. La giovane età non è un’attenuante: una cosa è uno stage (e per esserlo davvero deve essere di pochi mesi, un paio o tre, e deve permettere di imparare cose utili e spendibili) un’altra cosa è vivere nella condizione lavoratore + giovane-età. In questo secondo caso, se non ti stanno pagando ti stanno fregando. E però anche tu ci stai mettendo del tuo. Dai, su.
Che cosa significa giovane? Dalle nostre parti si diventa maggiorenni a diciotto anni e a venticinque anni si può essere eletti in Parlamento**.
Quando uno è pieno di titoli di studio e di stage nel cv, lavora, paga le tasse, vota… ma che cavolo aspetta a diventare grande?
Semmai, se proprio sei in dubbio, dai un colpo di telefono al tuo amico inglese, quello del campeggio all’Elba l’anno scorso: lui viene pagato per fare quello che fa? Ecco.

4. che male fai a lavorare gratis? Sono fatti tuoi, dici?!
Errore!
Sono fatti di tutti. Immagina questa situazione (reale, solo un po’ schematizzata):
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi bellissimi e curatissimi articoli in cambio di due lire?
– No, mi dispiace: io ho due figli e del mio lavoro ci vivo, mica lo faccio per divertirmi.
– drrrriiiiin! Gentile studentessa del secondo anno di uno dei tanti master: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi articoli che nessuno ha mai visto (il suo numero lo abbiamo trovato da un amico di un amico a cui forse lei aveva chiesto… boh, vabbè) per una lira soltanto?
– Certo!
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: ci scriva un po’ quello che le pare, noi gli articoli li paghiamo una lira. Ricicli pure cose che ha fatto per altri, ecco. Più di una lira non possiamo pagarla perché ormai il nostro tariffario è questo.
Adesso pensa: quale sarà la qualità di quello che viene pubblicato? Chi glielo dice ai lettori che metà degli articoli che leggono sono una palestra per sedicenti giovani e l’altra metà sono articoli scritti con la mano sinistra? Ci stupiamo, adesso, di trovare errori negli articoli che parlano di scienza?
Poi.
Che fine avrà fatto la professionalità di quella di una certa esperienza? Quanta roba dovrà produrre, la poveraccia, per continuare a garantirsi entrate dignitose per sé e la sua famiglia? E che ne sarà del mercato dell’informazione scientifica? Quello in cui vorresti vivere anche tu, quando ti sentirai in diritto di chiamarti adulto? Sì, proprio quello.

5. Oh, certo. Scusa, hai ragione: ho alzato la voce e non avrei dovuto.
Ma considera che quando uno partecipa a un progetto, se si prende i rischi si deve anche prendere i benefici. Cioè: lavorare gratis va benissimo se uno sta partecipando all’investimento e quindi se si presume che parteciperà agli utili, se e quando arriveranno. Altrimenti prendersi i rischi senza avere il bello del lavoro imprenditoriale, cioè la progettazione e il governo dell’idea, e poi nemmeno gli utili… Beh, è facile anche questa, no?
Se ti chiedono di lavorare gratis per un’impresa commerciale (un sito internet, un giornale, un’iniziativa… che vivono di pubblicità, magari) oppure anche un ente che fa investimenti (e che magari paga tutti gli altri, dal tipografo al camionista, dal magazzinere al grafico) devi pretendere di essere pagato.
Se ti chiedono di farlo per un’impresa in cui non girano soldi per niente ma davvero per niente, deve essere davvero una cosa in cui credi. Tipo i bambini poveri del primo asterisco, sì. E allora bravo: hai la mia stima.

6. Come dici? Tu in realtà fai un altro mestiere?!
Peggio!
Ma scusa: noi che facciamo i giornalisti veniamo a fare il tuo lavoro, magari male, e a fare dumping? Sì, guarda, oggi ho voglia di venire in laboratorio a spipettare un po’: no, non importa che mi paghiate, tanto vivo di altro… Sì, non mi servono finanziamenti, lasciate pure perdere: per me è un hobby…
E poi, nel caso, eh, sommessamente: ma non ti viene in mente che se c’è gente che lo fa di mestiere è perché è un mestiere?
Certo: vanno benissimo, e anzi ci piacciono un sacco, gli scienziati blogger, quelli da festival, quelli che scrivono… Sono i nostri migliori amici: ma che c’entra?
Se in tutto il mondo esiste gente che di mestiere fa comunicazione della scienza o giornalismo scientifico o entrambe le cose (sostanzialmente, pe’ campà) è perché si tratta, appunto, di una competenza diversa, che richiede un impegno costante e attento, preparazione, contatti, formazione… un mestiere, insomma.

7. Sì, lo so. Non sembra. Ma perché questo è un paese strano e ingrato.
In realtà, quelli come noi fanno uno dei tanti lavori che servono a tenere in piedi il paese: siamo quelli che impostano il dibattito scientifico, lo permettono, lo facilitano. Quelli che favoriscono il dialogo tra parti diverse della società, che hanno un sacco di amici scienziati ma poi sanno anche che non è che dalle loro labbra escano soltanto verità assolute, e che anche la signora Pina, che ha paura delle carote malvagie e coltiva la belladonna sul terrazzo convinta che sia biologica, e quindi buona, ha la sua voce e il diritto di usarla.
Siamo quelli che sanno un po’ di tutto e un po’ di niente, che magari hanno bisogno di andare su Wikipedia per ripassare un meccanismo cellulare perso nella memoria o una cavolo di strana unità di misura ormai dismessa, ma che con la stessa facilità si muovono poi sulla fisica e sull’attualità.
Siamo quelli che non sbagliano i congiuntivi (quasi mai, ecco) e che in più sanno rispettare le norme redazionali dei giornali per cui scrivono. Siamo quelli che parlano in pubblico e gestiscono una conferenza con centinaia di persone e un istante dopo si sciroppano un libro da trecento pagine sull’epistemologia dell’insettino rosa perché devono scrivere una recensione da dodici o da ottanta righe entro le otto di stasera. E poi magari devono anche rimediare agli errori del collega che-di-scienza-mammamia-guarda perché sennò perdiamo un sacco di amici scienziati permalosissimi.
Eh, siamo tutto questo ma siamo anche un sacco di altre cose. Siamo diversi tra noi, perché siamo versatili e ci adattiamo al mercato. E il mercato c’è: è per questo che esistiamo.
Ma dobbiamo recuperare un po’ del nostro orgoglio, che è uno degli strumenti di lavoro più importanti che abbiamo, e se quel mercato ce lo mandate a remengo, tra giovani-aspiranti-qualcosa ed editori-rapaci, abbiamo il triste sospetto che saranno guai. Per tutti.

8. Certo che capita davvero di sentirsi proporre lavori gratis. Certo, anche a me che ho una certa età ed esperienza.
Funziona così:
a. Sei giovane: Bene! Avrai bisogno di farti le ossa: ecco per te una splendida opportunità di guadagnare visibilità!
b. Sei anziano e arrivato: Grazie! Ci piacerebbe tanto avere la tua firma, e poi del resto mica avrai bisogno di essere pagato, tu, che sei così famoso…
c. Sei metà e metà: Allora sarai interessato al nostro progetto… Oppure capirai che siamo un ente senza fini di lucro… E comunque si tratta di una cosa a cui tutti partecipano gratis… E così via. L’avevo descritta in un vecchio post.

9. Sì, capita anche di sentirsi promettere soldi e di non riceverli mai.
A volte uno si fida, e alla lunga gli va bene. A volte si finisce per dover telefonare a un avvocato.
Pensa te che cosa succederebbe se pretendessi di non pagare il tuo idraulico. Ecco: io sto aspettando 40 euro da quasi un anno, da un giornale grosso, ma grosso eh.
Ovviamente ho smesso di scrivere per lui, e ovviamente per 40 euro non chiamerò un avvocato: ma capisci che la vita si fa complicata così…

10. Stupito?
No, guarda. Non ce l’ho con te. È solo che penso che sia necessario riflettere su quello che sta accadendo al mercato della cultura in questo paese. E se hai deciso di entrarci, sei più che benvenuto. Quelli come noi non sono mai troppi. Purché si comportino con coscienza e tengano sempre in mente che la battaglia per la la propria dignità di lavoratore è anche la battaglia per la dignità dei colleghi e soprattutto per quella del nostro lavoro, tutto.
Se ci tieni, se ti piace, se pensi che sia importante, bello e giusto, allora devi anche difenderlo.

(Come? Avevo detto decalogo e poi ho sbarellato di brutto? Beh, succede. Del resto lo sapevi fin dall’inizio: qui, quello giovane dei due sei tu).

 

*valgono come eccezioni le richieste della mamma (purché la mamma non abbia tendenze tiranniche o megalomaniche), le cose fatte per vera beneficenza che viene dal cuore (bambini poveri e così via: si riconoscono perché davvero non circola una lira), gli investimenti (tipo scrivere un libro).
(questa è un’aggiunta posteriore): Quando si parla delle eccezioni, un po’ di amici miei e io citiamo il caso Festival della scienza di Genova. Noi ci andiamo ogni anno, gratis, come si va a fare Natale in famiglia: ci rivediamo, che bello, stiamo insieme, scambiamo le idee, ceniamo insieme e così via. In cambio di una moderazione o due, abbiamo viaggio, vitto e alloggio, feste comprese. Più o meno come tornare a casa. Ma soprattutto, mentre siamo lì promuoviamo la nostra professione in un evento grande, con grande visibilità (l’evento) che per noi è un po’ tipo un Pride.
Io non ho saltato un’edizione, ci sono andata tutti gli anni per ragioni diverse. E non mi sono mai pentita.
Queste bandiere (i Pride) sono altri esempi di cose che, ok, è vero, si fanno gratis.
** va bene, alla Camera, mentre in Senato ci vogliono quarant’anni. Ma Senato ha la stessa origine di senile, vuol dire roba da vecchi: abbiamo scollinato, è chiaro, no?

“Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

Qualche giorno fa un estratto del mio libro è stato pubblicato da Linkiesta.
Si tratta di un paio di cartelle in cui provo a spiegare che lavorare a pagamento non è solo una bella cosa per il proprio conto in banca ma è anche un atto di responsabilità verso la professione, e che dovremmo ricordarcelo soprattutto noi lavoratori sedicenti intellettuali o della cultura o dell’informazione o fate voi.
La solita zuppa.
Più o meno come successe tempo fa, quando pubblicai i testi originari sul blog, ho ricevuto un sacco di mail private (e in effetti non sono sicura di aver risposto a tutti). Tante.
C’è chi dice soltanto lavoro gratis e allora? E chi dice parole sante (ah sì? a me sembravano banalità). Chi dice scrivo gratis ma per me è un secondo mestiere, praticamente un hobby (e allora grazie da parte di tutti noi che vorremmo camparci) e chi dice ci stanno rubando il futuro e poi mi racconta la sua storia.
Poi arriva uno con una mail in cui leggo più o meno chiedo ai miei collaboratori di lavorare gratis: ho provato a spiegare loro che possono trarne un guadagno comunque, da altre cose, ma loro non sono contenti e, come te, insistono a voler essere pagati.
Pofferbacco, che richieste.
Ma forse sono io che ho capito male, mi dico.
Giornalismo partecipativo, imprenditoria diffusa. Rileggiamo.

Chi mi scrive è un giornalista: si è fatto il mazzo in giovane età e dice di avere ben chiaro il principio (si riferisce al volontariato) per cui si lavora gratis solo se tutti lavorano gratis.
Adesso ha aperto una serie di giornali online ma non può pagare i collaboratori.
Sui siti internet la cosa viene descritta così:
L’attività parte a budget zero, senza investimenti in denaro, ma con l’apporto di tempo ed idee dei suoi collaboratori. È una testata regolarmente registrata in tribunale, non beneficia per ora di finanziamenti pubblici. Le risorse per l’attività derivano dalle attività accessorie (Relazioni e comunicazioni, formazione) e dalla pubblicità, che segue gli standard tradizionali in uso nei principali giornali online.
Nella mail mi dice che è un modo per liberarsi dall’editore-sfruttatore e per trarre beneficio dal proprio lavoro senza compromettere la propria libertà.
In un altro sito si parla di giornalismo di comunità. E si invitano i lettori a mandare i propri pezzi in redazione.
In tutti i siti c’è una pagina per la raccolta pubblicitaria, come del resto si capisce dal testo qui sopra.
E comunque, va riconosciuto che in questi giornali è scritto nero su bianco. Mentre in molte testate, anche grandi, compaiono articoli scritti per compenso zero e non viene detto, perpetrando quella che per me, diventa quasi una truffa verso il lettore.

Ma torniamo al mio corrispondente.
Forse racconta di una cosa diversa da quella che faccio io. Del resto, non è nemmeno la prima volta che sento parlare di crowdjournalism.
Nel caso rispondo avanzando dubbi sul concetto di imprenditoria diffusa: per me, imprenditore è chi accetta i rischi di un’impresa e gode dei suoi eventuali benefici, mentre i suoi lavoratori non guadagnano altrettanto ma non si prendono nemmeno i rischi. Per cui l’imprenditore li paga sempre e sempre uguale (beh, insomma: a grandi linee) e tutto il resto è suo. Così l’avevo capita, io. È la vecchia storia del rischio imprenditoriale, che non può essere scaricato sui lavoratori a meno che tu non li faccia entrare in società e non li renda partecipi anche degli eventuali utili. E quindi a meno che non trasformi anche loro in imprenditori.
Qui, dico io, da come la capisco, sembra un classico pagamento in visibilità.

No, mi corregge lui. Non ci siamo capiti. Noi non ci mettiamo capitali, ma lavoro: cioè noi che mandiamo avanti la baracca ci mettiamo il nostro sudore. Il reddito ci arriva da attività parallele legate al sito. E la mia proposta è di lavorare tra pari, in un sistema in cui tutti mettono lavoro e ciascuno beneficia delle attività di cui sopra. Usciamo dallo schema padrone – lavoratore.
Mumble mumble… Medito. E rispondo: quelli come me non sono in uno schema padrone – lavoratore, sono in uno schema cliente – fornitore. E il cliente paga.
No no, insiste paziente. Qui, con il lavoro di tutti, tutti guadagnano opportunità. Nessuno guadagna direttamente dal sito.
Solo che i suoi collaboratori non l’hanno capita come non la capisco io.
In generale, io so che quando propongo a qualcuno di lavorare a una mia idea, l’idea resta mia e lui lo pago. E sono ancora ferma qui.
Ma il mio corrispondente è gentile e sembra molto sicuro della sua proposta.
Dice che si tratta di allargare gli orizzonti e di provare a pensarci.
Voi che ne dite?

 

Sette secoli di gente che se ne frega: una storia di quello che non cambia la storia

Ogni tanto penso a una tizia nata nel 1277.
Cioè sette secoli prima di me.
Che cos’è successo nel 1277? Wikipedia riferisce solo due eventi: la caduta di San Giovanni d’Acri ad opera del califfato di Baghdad, e la battaglia di Desio, in gennaio, che non sapevo nemmeno che fosse mai esistita. Dante Alighieri aveva dodici anni, Giotto dieci e Marco Polo ventitre. Il cantiere della torre di Pisa era aperto da un secolo, e aveva ancora un secolo di lavori davanti a sé.
Wikipedia dà anche cinque nati e venti morti.

La tizia nata nel 1277 aveva la mia età nel 1313: una battaglia (Cangrande della Scala batte i padovani, sempre in gennaio), nove nati (tra cui Boccaccio e Cola di Rienzo) e dieci morti (tra cui santa Notburga e Meo Abbracciavacca), fonte Wikipedia. Il faro di Alessandria era stato distrutto da un terremoto: era un’epoca in cui ai bambini si dava volentieri il nome Azzo, moriva Alessandro della Spina, primo ottico della storia, e intanto il Papa lasciava Roma per Carpentras e poi per Avignone. Non esistevano le fogne, le case non avevano le finestre, ci si lavava poco e infatti qualche anno più tardi arriverà la peste (e proprio Boccaccio ne approfitterà per scrivere il suo best seller).

La tizia nata nel 1277 forse era una mia antenata. Anzi, sicuro. Se a ogni generazione il numero degli antenati raddoppia (perché tutti abbiamo due genitori biologici) e approssimando a quattro generazioni per ogni secolo, sette secoli fa dovevano essere in circolazione due-alla-ventisette miei antenati. Che fa 134 217 728. Considerando che nel 1340 in Europa abitavano settanta milioni di individui (poniamo anche nel 1277, allora, a essere generosi), questo potrebbe significare un sacco di cose: che ho sbagliato i calcoli, che come al solito la teoria va lasciata ai teorici, che ho (tanti) avi recenti cinesi o africani o comunque non europei, oppure che ciascun abitante europeo del 1277 è mio avo-almeno-due-volte, cioè è anche avo (almeno un’altra volta) di un altro avo di qualche generazione più giù. Insomma: che ci sono stati accoppiamenti tra parenti più o meno lontani. Magari non sarò discendente di tutta la popolazione europea del 1277, ma di tanti di loro sì, e di ciascuno di loro più volte, e probabilmente sono tanti che in quell’anno erano concentrati nell’Italia del centro-nord. Come la tizia a cui penso io, che a ripensarci poteva anche essere la mamma di Boccaccio, perché no.

La tizia nata nel 1277 sicuramente se la passava peggio di me. Non aveva i miei occhiali da sole graduati, non aveva gli assorbenti e non poteva prendere l’ibuprofene quando aveva la sinusite. Non aveva un sacco di cose che oggi io ho anche senza cercarle su Google: mangiava insipido e sempre uguale, se mangiava, e chissà quante volte al giorno ringraziava il cielo per non essere ancora morta di parto a trentacinque anni. E non sapeva che stava per arrivare la peste.

Quando penso alla tizia che ha sette secoli più di me, la mia trisavola medievale, mi vengono le vertigini. Penso a lei, agli altri miei 134 217 727 antenati, a quanto tempo è passato, a quanta fortuna ho io, ai miei antenati che hanno fatto il freelance e a quelli che magari, chissà, hanno avuto una vita ricca e avventurosa: mi immagino una badessa, un esploratore, un miniatore. Mi immagino anche decine di migliaia di contadini, di poveracci come tanti. Mi immagino il nonno della tizia nata nel 1277, vecchietto, che passa la giornata a guardare gli operai nel cantiere della torre di Pisa, e sua sorella incerta se chiamare il figlio Azzo o Zebedeo. Sono passati su questa terra tutti senza sapere che da qualche parte, prima o poi, ci sarei passata anch’io. Ed è andata bene lo stesso.
Allora perché mi preoccupo tanto per il mio librino appena uscito?

Il mio cliente è un ectoplasma. Storia di Paola che lavorò, inseguì, vinse e poi pagò.

Copincollo una nota della mia amica e collega Paola Roli, che fa più o meno lo stesso mestiere mio.

Ho ricevuto un avviso di pagamento.
Mi sono messa a piangere e non ho ancora smesso.
Cinque anni fa feci un lavoro per il quale mai mi pagarono i 1.500 euro dovuti. Andai da un avvocato, facemmo causa, il giudice di pace mi diede ragione. Ci furono un pignoramento e due aste, ma nulla venne venduto. Mi dissero: è andata così, mica si vince sempre nella vita. Sulla carta, tuttavia, c’era scritto che avevo vinto io.
Un giorno, a quattro anni dal misfatto, mi arriva un avviso di pagamento dell’Ufficio Vendite Giudiziarie che dice che per il loro disturbo (pignora, fai l’asta, rifalla, insomma: un sacco di movimento) devo loro 380 euro. Stamane mi scrive anche l’Agenzia delle Entrate: per “la registrazione della sentenza” a me favorevole (evidentemente un altro bell’incomodo: sai portare in giro tutte quelle carte?), a loro devo invece versarne altri 340.
Ricapitolando: non solo non ho mai avuto i miei 1.500 euro, ma ho dovuto pagarne ulteriori 720.
720 euro è esattamente quanto guadagno ora in un mese.
E allora vorrei sapere con che cuore io per un mese mi alzerò tutte le mattine e lavorerò fino a sera per NIENTE, perché il frutto di tutta la mia fatica andrà versato allo Stato, in risarcimento del disturbo che si è dato per tutelarmi da un’ingiustizia che ho subìto e che lui stesso, attraverso le sue istituzioni, ha riconosciuto come tale.
Pago perché quando ero ferocemente disoccupata ho voluto testardamente lavorare.
Pago perché sono stata obbligata a farlo senza contratto e dunque senza l’ombra di una garanzia – e infatti me l’hanno messa al culo.
Pago perché mi sono ribellata all’ingiustizia, oltre all’umiliazione, di non venir retribuita per un lavoro svolto oltretutto con zelo; in compenso, sulle fatture mai saldate io le tasse le ho pagate, perché il contratto non c’era, ma la partita iva (la mia) sì.
Pago, in definitiva, perché ho avuto la bella idea di chiedere aiuto allo Stato, di appellarmi alla Legge, e non ai picchiatori, e non al Gabibbo (come proponevano altri colleghi truffati come me e in tutto eravamo quasi una cinquantina). L’avvilimento, enorme, che ho addosso in questo momento mi spinge a pensare che mai una scelta fu più sbagliata. 

A me successe una cosa simile, per 3000 euro. Ma il mio avvocato si mise d’accordo con il loro avvocato e la cosa si chiuse con un pagamento di 1500 euro, un anno dopo (lorde e blablabla. Praticamente ho preso duecento euro per ogni mese di lavoro, ma almeno non ho pagato).
Anche i miei clienti erano scomparsi. Gli unici segni di vita che mi erano arrivati erano state due lettere in cui mi si accusava di essere stata molto imprecisa nell’uso del lessico medico, molto imprecisa. Che insomma, ora. Ecco. Non era vero, fidatevi. Però per questo, dicevano, non mi avrebbero pagato (a lavoro già concluso). Niente di niente.
Intanto, ad altri miei due colleghi che erano più indietro di me nel lavoro, gli stessi proponevano di chiudere la faccenda con il pagamento di una frazione molto piccola del dovuto, con un’altra scusa.
Non so che magheggi abbia fatto il mio avvocato: queste cose mi sono del tutto misteriose. Ma dopo aver letto la storia di Paola, dopo averci parlato per telefono, dopo aver cercato di capire la differenza tra la sua storia e la mia, ho il sospetto che dietro ci sia solo la sfortuna (di chi vive adesso in questo tempo sbagliato) e non l’ingenuità. E che non ci sia quasi nessun modo per difendersi. Smentitemi, vi prego.