Venti piccoli indiani e dieci anni di statistiche sulla ricerca italiana

Sui banchi della prima liceo eravamo trenta. In quinta, venti.
(Sì, era una scuola selettiva: sezione A, tedesco. Capite).
Dicevo: eravamo venti selezionati studenti di un liceo scientifico di una città universitaria del centro Italia con novantamila abitanti e tre prestigiose università, più centri di ricerca, istituti, roba grossa.
Oggi, di noi venti e probabilmente anche di noi trenta, solo una lavora in un’università pubblica come ricercatrice. Con un contratto a termine.
Ce ne sarebbe stata un’altra, ma un anno fa ha perso l’ultimo concorso ed esaurito l’ultima borsa di studio, così ha lasciato il suo dipartimento e, non senza soffrire, ha cambiato lavoro. Ce n’è poi uno che lavora in un’associazione no-profit di ricerca, in un’altra città, ma è un’altra cosa.
Certo: non eravamo una classe di geni (quelli erano nella classe di sotto), nonostante i nostri tre sessantisti* e nonostante la maggioranza di noi, con la commissione esterna, abbia lasciato il liceo con un voto tra 50 e 60.
E certo, questa non è una statistica. È una cena di classe diciannove anni dopo la maturità.
Però.

Ero lì che pensavo alla cena di classe, e (gulp!) ai diciannove anni, quando ho letto che la ricerca italiana non è poi così male. Accidenti, dai.
Allora, tutta allegra, ho chiesto alla mia unica ex compagna di classe ancora all’università se avesse visto la notizia: insomma, eh, una bella notizia.
La sua risposta, icastica: sì l’avevo vista ma in realtà io non sono affetta dalla sindrome di Scopus, e dell’H index me ne frega il giusto visto che sono in un vicolo cieco e non mi serve a un fico secco.
Ha un contratto a termine, dicevo. E il termine è molto vicino.
La mia amica ha continuato: e poi vedo due grossi bias nella lettura di quella statistica.
Il primo è che a occhio non considera i non-strutturati come me, che pubblicano valanghe di articoli ma che per questi indicatori sono invisibili.
Un esempio veloce? Nel 2011 ho spopolato con gli articoli e in tanti ho messo almeno uno strutturato (questa non l’ho capita, ndr): se ce ne sono, metti, altri 3 come me, e ci sono, lo strutturato di riferimento risulta aver pubblicato 4x una paccata di articoli. E quindi poi io, Silvia, che non sono tanto pratica della cosa, leggo la statistica di Nature e trovo che i nostri ricercatori sono pochi ma molto efficienti.
Ah: lei dice non-strutturati, perché nel suo ambito disciplinare si dice così: del resto, qui i dati mettono insieme ambiti disciplinari diversi, quindi anche lessici, numeri e consuetudini diverse, ma credo che ci possiamo capire.
Non solo, prosegue. È sempre questione di denominatori. L’investimento è basso per forza perché (anche ammettendo che strutture, attrezzature e laboratori siano uguali tra l’Italia e gli altri paesi europei, poniamo) qui invece di ricercatori contrattualizzati a tempo determinato abbiamo un esercito di borsisti, assegnisti, cococo che non hanno quasi contributi previdenziali, tfr, tredicesima… e quindi costano molto meno. Cioè: un ricercatore td costa circa 50k euro/ anno: una come me e i miei tanti colleghi tra i 21 e i 30-35k (di più non l’ho proprio mai sentito).
Quindi abbassiamo il parametro spesa (al denominatore quando si dice che facciamo buona ricerca per quel poco che spendiamo) semplicemente abbassando, nei fatti, il numero di quelli che consideriamo ricercatori: non è un artificio retorico, perchè li paghiamo di meno.
Il secondo bias (con cautela, eh…) è più difficile. Sono i malcostumi italiani: l’articolo di gruppo, con tanti autori che si scambiano i favori e le firme, e soprattutto l’autocitazione, la citazione degli amici e degli amici degli amici… Che fanno crescere le citazioni per articolo, indipendentemente dal fatto che l’articolo sia buono o meno. Sono abitudini che stanno andando a sparire, come no: mi dice lei con poca convinzione.
Comunque, conclude scoraggiata, non sono un’esperta, quindi queste cose prendile un po’ così. Se avessi un altro compagno del liceo oggi all’università, potrei chiedere a un’altra campana, e invece non ce l’ho.

Poi ho letto che in effetti l’interpretazione di quella brevissima su Nature, e della sua fonte originale, è un po’ più complessa, anche se sì: i nostri scienziati producono ricerca di buona qualità con poche risorse. Ora, soprattutto, le poche risorse mi sembrano una pessima notizia. E che i nostri riescano a farli valere (indipendentemente dall’ambito disciplinare?) mi sembra una cosa di cui andare orgogliosi, certo. Ma è un po’ come quando mi dicono che noi possiamo fare tutto con poco tanto gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi e io, tra me e me, penso: arte una sega.
Infine, ho letto che la ricerca italiana ha il solito problema: i ricercatori sarebbero anche bravi ma quell’italica arte di arrangiarsi la portano quasi sempre all’estero. Ed eccoci a preoccuparci di nuovo di che fine farà la ricerca italiana.

E infatti, mi sembrava. Sono dieci anni che faccio questo lavoro: ogni anno arrivano statistiche su come vanno la ricerca e l’università italiana e mi pare che portino sempre più o meno cattive notizie. Sono anche dieci anni che vedo i miei compagni del liceo cambiare lavoro e gli amici allontanarsi dalla ricerca e dall’università italiana, che non faranno statistica ma fanno impressione.
Dopo dieci anni così, ha senso salutare con entusiasmo una statistica che sembra fatta per dire: persino l’Italia, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, persino l’Italia batte XXX? E salutarla dicendo che, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, l’Italia addirittura batte XXX? Ha senso davvero se tutti gli indicatori in dieci anni di statistiche, comunque calcolati, con poche variazioni tra l’una e l’altra, non portano buone notizie da un po’, volerne vedere a tutti i costi una ottima in un rapporto scritto da altri con altre intenzioni? Anche perché ci sono le peculiarità italiane, dicevamo.
O il mio dubbio è il solito disfattismo da menagrami, per giunta nel giorno più triste dell’anno?
Non so.
La mia amica ha il contratto ancora per qualche mese. Poi boh. Dovrò spicciarmi a chiederglielo perché lei è l’ultima piccola indiana. Potrebbe succedere che alla prossima statistica interpretata da tutti, lì per lì, con un inusitato ottimismo, anche lei avrà cambiato lavoro.

(Lo so, non c’entra niente, ma tutto questo mi ricorda il peggior nuotatore del mondo (anche qui), quello che, per i mezzi che aveva e per il contesto in cui viveva, era da Olimpiadi. Però faceva i 50 metri in 1′ 57″ che più o meno è quanto ci metterei io domani se avessi voglia di cercare una piscina vicina a casa.
Adesso lui è addirittura l’allenatore della nazionale di nuoto della Guinea equatoriale. È di sicuro un bel risultato, anche se la nazionale di nuoto della Guinea equatoriale non ha partecipato alle ultime Olimpiadi. Un bel risultato, anche se dipende dal fatto che in Guinea equatoriale il nuoto non lo pratica nessuno.
Lo so. Il paragone non tiene: nella nostra ricerca i sistemi di valutazione non funzionano con la precisione dei cronometri. Ma comunque qui da noi vengono accolti sempre con un po’ di irritazione, sempre. Chissà perché.
E poi, vabbè, qui i ricercatori capaci ci sono davvero e non mancano, come i nuotatori in Guinea equatoriale: semmai sono come bravi nuotatori che non hanno le piscine, tipo la mia amica del liceo. Ma se non hai la piscina, per quanto tu sia bravo, come ti alleni?).

 

* era il 1995: i voti erano in sessantesimi, non in centesimi.

Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

Un attimo di distrazione, una giornata di sole, una punta di ottimismo, una notte serena di sonno ininterrotto. E d’un tratto mi trovo a sognare di fare un mestiere normale in un’Italia normale. Normale, è tutto normale Silvia, sta’ tranquilla.
Poi per fortuna arriva lui: lo Scienziato Segnalatore.
Pronto a ricordarmi lo sfascio del mio paese e dei miei mulini a vento. Pronto a inviarmi un link a youtube o a repubblica.it (la statistica è impietosa), o a raccontarmi che cosa è passato ieri sera al Tg. Pronto a darmi la sveglia e a farmi la domanda delle domande: com’è che tu ti fai un mazzo così e intanto il grande quotidiano e la grande rete televisiva dicono così grandi cazzate? Cioè: ma questi tuoi colleghi hanno fatto scienza alle elementari?!
Risposta tra me e me: se lo sapessi davvero avrei già cambiato mestiere e paese. E poi io sono vittima di questa roba: non puoi chiedermi di fare la vendicatrice mascherata, gratis, e col solito rischio del sansebastianismo di cui, si sa, io morrò ma lieta in core.
Risposta ad alta voce: vedi… il problema è complesso… da una parte c’è una questione di tradizioni giornalistiche per cui in Italia… dall’altra c’è il mercato, che è completamente saltato per cui se paghi sempre meno non è che la qualità di quello che leggi… e comunque…

Rumore di unghie sullo specchio.
Seguito a parlare:
1. non è un problema solo italiano, sai. Vedi la storia di Le Nouvel Observateur e gli Ogm velenosi, eh: quella era università francese e stampa francese! Oppure la panzana delle amanti di Georges Simenon: oh, quello era un giornale svizzero!
La mia memoria è piena di aneddoti così. Posso citare Einstein (giornali americani e inglesi, roba che scotta!), l’autismo (addirittura riviste scientifiche!) e una lunga serie di panzane uscite all’estero.
Obiettivo: stordire l’interlocutore.
Proseguo:
2. anche la questione di mercato: un modello di business per l’informazione web non c’è praticamente da nessuna parte e questo ha cambiato le cose in tutto il nostro settore e in tutto il mondo. Ma dappertutto, eh: per esempio ho un collega brasiliano…
Il collega brasiliano esiste davvero: come è successo a colleghi italiani, è stato licenziato da un giornale in ristrutturazione e adesso fa il freelance senza averlo mai scelto. Intanto il giornale vivacchia con la metà dei giornalisti che aveva prima. Chissà che fine faranno, e che fine faremo. Ma che c’entra?
Vado avanti, sempre meno convincente:
3. comunque dobbiamo capire anche che in fondo non è un errore così grave: l’unità di misura è sbagliata, è vero, la malattia di cui parla ha un nome diverso, giusto, la foto è presa da un sito che parla di tutt’altro, corretto, il titolo dice l’esatto contrario… ma in fondo… Cioè: i problemi della scienza in Italia sono ben più gravi…
Intanto anch’io mi gratto l’orticaria.
Checcazzo: ai miei studenti correggo anche gli accenti acuti e quelli gravi. Qui leggo su un quotidiano nazionale da decine di migliaia di click a pagina una roba che nemmeno in quarta elementare. Mi affido al benaltrismo (Dio che brutta parola) e ci do di cerchiobottismo (terribile, davvero).
Ma ho bisogno di mettere a posto le cose: o meglio, di fissare un po’ di punti generici e di defilarmi con il solito la questione è assai complessa.
Quindi passo alla più confusa delle mie argomentazioni. Quella che è vera, eh, ma qui non c’entra proprio niente. È un’argomentazione ad incasinandum, serve a confondere le acque, è la strategia della seppia.
E dice così:
4. del resto anche voi scienziati… cioè non è che potete pensare di instaurare un buon dialogo con la società se non scendete dal vostro pero e non provate a discutere, a farvi meno presuntuosi, ad ammettere l’esistenza di altre forme di conoscenza delle cose, se non provate a usare altri lessici e soprattutto se non cominciate a riconoscere la nostra professionalità di comunicatori della scienza, almeno voi, accidenti, e non solo quando si tratta di segnalare gli errori dei nostri colleghi. E poi tanti di questi errori nascono dai vostri, i vostri, colleghi, quelli che hanno interessi personali meschini e pensano di usare i giornalisti a loro beneficio: non è che la comunità scientifica sia fatta solo di stinchi di santo, vedi gli altri tipi umani da giornalista scientifica nel menù a tendina qui accanto…
Che è anche una cosa vera, su cui la mia comunità spesso si trova a dover discutere seriamente.
Ma ieri sera al telegiornale hanno confuso due malattie diverse e intervistato un famoso ciarlatano, mentre sul prestigioso quotidiano è ricomparsa la fantasiosa automobile che sfida le aziende petrolifere e soprattutto la termodinamica.
Ha ragione lui: è inaccettabile che succeda. Dai. Non cambierà la temperie scientifica di questo paese, ma è cialtrone. E verso i cialtroni non si deve avere nessuna pietà.

Accidenti, Scienziato Segnalatore.
Io faccio un bel mestiere, ma ci avviluppiamo sempre sulle solite domande.
Tipo ci sono quelli che dicono che per fare il giornalista scientifico è bene avere una laurea scientifica (ma Romeo Bassoli non si era mai laureato, e comunque aveva studiato lettere), quelli che dicono che per parlare di scienza non importa sapere la scienza (e intendono: la tabellina del dieci, la logica minima, la differenza tra una causa e un effetto o tra un esperimento e una teoria, mica parlano delle basi della meccanica quantistica o della genetica molecolare). Quelli che dicono che gli scienziati dovrebbero stare al loro posto e quelli che dicono che benvengano gli scienziati. Quelli che generalizzano: gli scienziati non sanno comunicare! E quelli che difendono il campo: ognuno faccia il suo mestiere e poi la comunicazione non si improvvisa!
Per me, molto più semplicemente, se uno fa il giornalista deve seguire un kit di regole di base che valgono per qualsiasi cosa stia affrontando. La verifica delle fonti, per esempio, la verifica di quello che si sta scrivendo, un paio di telefonate di sicurezza, la gestione corretta delle parole, l’onestà, la domanda in più, l’umiltà di studiarsi un po’ la cosa. La responsabilità.
Lo ammetto: anche a me è capitato e capita di scrivere di cose di cui non so niente. Per questo tengo in tasca il kit di cui sopra, e spero che mi basti. Quantomeno, cerco di evitare di fare figuracce.
Perché la mia paura peggiore sei proprio tu, Scienziato Segnalatore. E la tua prossima mail a uno qualunque dei miei colleghi. Quella che un giorno a venire conterrà il seguente testo: hai visto che cosa ha scritto la Bencivelli?! Ma è possibile che in questo paese escano articoli come quello?

* A scanso di equivoci: questo è l’unico tipo umano di cui parlo bene. Non sono diventata improvvisamente buona: è che davvero questo tipo di scienziato mi piace. Se poi oltre a scrivere a me scrivesse ai direttori dei giornali, direi che è quasi la nostra salvezza nella catastrofe.

Cronache da un pronto soccorso ostetrico: ho il camice bianco, ma non sono un medico

È mattina presto. La mia amica incinta mi chiama e mi fa: «è dalle quattro di notte che sento contrazioni: ho preso il tempo e sono regolari. Mi accompagni al pronto soccorso ostetrico?».
Ah. Beh. Sì, certo, aspetta, eccomi, dunque. Ci sono.
Il padre non è nei paraggi: per questo lei ha chiamato me. Sono una specie di padre in seconda. Non dobbiamo mica stare a spiegarlo in giro.
Mi vesto di corsa e in un attimo sono con lei al pronto soccorso. Ostetrico.
È mattina presto, dicevo, tipo le otto e mezza, nove. Non sono tanto lucida. Ho la sua borsa in mano (una delle sue borse) e una faccia che avrebbe ancora tanto sonno. Al pronto soccorso ostetrico invece sembrano tutti svegli da sempre. Passano un sacco di donne in vestaglia e di uomini in tuta. Ciabatte. Io cerco di darmi un tono e cammino dritta accanto alla mia gravida, simulando un’aria efficiente e serena. Persino elegante, mi pare.
Poi la vedo scomparire risucchiata da una porta automatica, lei e quell’enorme pancione. E rimango sola in sala d’aspetto.

Sonnolenza. Leggo tutti i manifesti sul percorso-maternità. Un salto al bagno. Una telefonata di lavoro. Qualche momento di osservazione del mondo. La posta elettronica. Non ho comprato il giornale, accidenti. Un’altra telefonata. Una mail importante. Un po’ di facebook.
È passata più di un’ora e della mia amica non ho notizie.
In compenso, nel frattempo mi sono svegliata.
E realizzo: è passata più di un’ora?!
Il padre non saprei come raggiungerlo, dei genitori dell’amica non ho i numeri di telefono, e nemmeno del fratello, degli amici in comune boh, ma poi che cosa possono fare? Vado di elenco telefonico? Provo con un amico di Facebook?
Che cacchio ci faccio in un pronto soccorso ostetrico a quest’ora del mattino senza notizie della mia amica gravida?!
Si apre la porta che l’aveva risucchiata. Mi affaccio e timidamente chiedo: «mi scusi, la mia amica è entrata da più di un’ora e…».
«Se è dentro da tanto un motivo ci sarà!». Cazzo.
«Ecco, mi stavo giusto chiedendo quale fosse questo motivo perché…». La porta si chiude. Cazzobis.

Ho una visione: l’amica che partorisce e io bollata per sempre come la zia che non fu capace nemmeno di fare una telefonata e che mi fece nascere in solitudine senza papà vicino vicino vicino.
Inaccettabile.
Mi giro, mi guardo freneticamente intorno. Non serve a niente, ma mi fa credere di essere in grado di superare il momento.
Mi giro di nuovo, le falde nere del cappotto si sollevano e sembrano le ali di una manta: ganzo. Manta, mantello… vedi. Ma non deconcentriamoci. È passata più di un’ora. E non ho fatto niente. Niente.
Poi, si avvicina una rassicurante signora in camice bianco.
Mi sorride.
E mi fa: «buongiorno, lei è incinta?».
Ma porcaputt…
No, le spiego. Io no.
È la mia amica, tipo alla (ci provo) trentasettesima settimana (fatti i conti in fretta: plausibile, sì). È dentro da più di un’ora e tutto quello che so fare è girarmi nel cappotto pensando alle ali nere di una manta. Lei ha mica notizie della mia amica? Del padre, dei nonni, di qualcuno più adatto di me a sostenere questo momento? E di più necessario, soprattutto.

Lei, tranquilla, comincia a farmi un sacco di domande. Troppe, un po’ del genere cacchi nostri.
Poi mi dice di aver visto la mia amica dentro («una ragazza castana con una grande pancia?»), intera, sana, tranquilla. E mi dice che sta facendo un monitoraggio. Allora io respiro, recupero la mia faccia di piombo, dimentico il momento di panico da inadeguatezza e, sbruffona, le dico «ma quindi sta facendo una cardiotocografia?». In questo a significare: «sappia che non sta parlando con l’ultima fessa del pianeta: ho studiato medicina e se fossi stata un po’ più coraggiosa adesso, qui, a discutere di distocie coi padri in seconda ci sarei io. Ecco».
Lei, sorprendentemente, mi guarda con la faccia della cernia. E mi risponde: «non lo so».
Insisto: «ma che succede adesso, dopo la CARDIOTOCOGRAFIA?». Parte la supercazzola a tutta birra: «potrebbe partorire, potrebbe non partorire: potrebbe partorire con un cesareo, che però certo semmai, la naturalità… oppure potrebbe avere un travaglio che poi…».
Cernia, penso tra me e me: che cacchio stai dicendo?
È chiaro che la mia amica ha una gran pancia: ti ho detto che è alla trentasettesima settimana. Ed è chiaro che potrebbe partorire: è alla trentasettesima settimana + stanotte ha avuto le contrazioni, e regolari. Voglio solo sapere se quel pesciolino di due chili e mezzo (quasi tre) ce lo scodella adesso o se lo terrà nel suo acquario un altro po’ e uscirà da qui sulle sue gambe per portarmi a fare colazione. Ho anche fame.
Cernia sorride e pronuncia la seguente frase: «sa, di gravidanze ne ho viste tante ma non sono un medico…».
Non sei un medico?! Ma hai il camice bianco! Fammi capire: qui l’unico medico tra noi due sono io, col mio cappotto nero da manta? E tu col camice bianco chi sei? CHI DIAVOLO SEI?!
Non glielo grido come dovrei, ma credo che mi si legga in faccia.

È un attimo. Mi molla lì e si gira di scatto.
Zompa su un’altra tizia smarrita appena arrivata in questo pronto soccorso ostetrico. E ricomincia da: «buongiorno, lei è incinta?».
Così io riesco a leggere la scritta sul cartellino appeso alla tasca del camice bianco.
Il nome non ve lo dico. Ma la seconda riga sì. C’è scritto una cosa tipo Mi-faccio-i-cacchi-tuoi PER LA VITA. Per la vita: cioè per far nascere i bambini (tutto il resto non vive abbastanza, in certi contesti).
E adesso ditemi come interpretate la prima domanda che mi ha fatto, e che ha fatto alla tizia smarrita arrivata dopo di me.

Pronto soccorso ostetrico, ospedale pubblico di una grande città italiana.

 

(L’emergenza si è risolta bene. Il bimbo nascerà con il padre accanto, e io sarò per sempre zia Silvia e basta).

Oggi al Senato: la scienza incontra la politica e viceversa. Prove di dialogo, riuscite

(Scrivo questo post dopo aver consegnato un articolo serio che racconta la stessa cosa).

Stamani a Roma è successa una di quelle cose che in altri paesi è del tutto normale, cioè un gruppo di scienziati è entrato al Senato con una presentazione in Power Point e ha parlato di scienza. Invece da noi questo fa notizia, perché è la prima volta e suona strano, e comunque c’è sempre qualcuno che critica perché non è così che il paese cambia.
Forse, forse è vero. Intanto ci siamo trovati lì, in un centinaio di persone invitate dalla Commissione Sanità, tutte evidentemente abbastanza nuove dei cerimoniali della politica da sorridere delle cravatte intorno al collo dei colleghi maschi, e a farci fotografie con sfondo boiserie di nascosto dai serissimi commessi.
C’erano i politici (Giorgio Napolitano e Piero Grasso, per dirne due a caso), gli scienziati (biomedici e fisici), gli scienziati-e-politici (Elena Cattaneo, promotrice della giornata), giuristi-economisti-filosofi (ma non chiamateli umanisti: lì anche chi parlava di diritto si è riferito alle scienze giuridiche), e un allegro manipolo di giornalisti scientifici abbastanza divertiti e quasi emozionati, come una scolaresca cresciutella.
Siamo stati insieme dalle 09.00 (per i più eccitati, come la sottoscritta) alle 15.00 (per i più testardi, come la sottoscritta). E, onestamente, la sottoscritta si è divertita un sacco.

Va bene, a dirla tutta alcune delle presentazioni dei nostri scienziati sono state noiose, ma noiose, noiose come solo uno scienziato italiano sa essere in pubblico. E alcune erano anche mal impostate, roba da chiedersi se i nostri scienziati non abbiano amici normali a cui sottoporre le proprie relazioni prima di andare a parlare di fronte a una platea di non-scienziati. Però si capivano tutte ed erano tutte presentate con entusiasmo e passione. È poi vero che lo scienziato italiano ha l’inelegante tendenza a chiedere soldi per sé, per quel che fa, e a proporre la propria ricerca con accanto il piattino, ma lo trovo abbastanza comprensibile e non credo di poterlo biasimare.
Insomma, alla fine si capiva: ragazzi, si capiva perché fossimo lì.
Tra gli scienziati c’è stato chi ha concluso lanciando appelli precisi alla politica (mi pare di capire che questi scienziati italiani chiedano regole di reclutamento, controllo, valutazione, e finanziamento della ricerca chiare e in linea con gli standard internazionali, mi pare). C’è stato chi ha raccontato che cosa succede a casa propria e chi è partito dall’ABC delle proprie ricerche. A volte forse qualcuno ha interpretato male la propria missione. In generale, hanno funzionato. Cioè: Napolitano ha ascoltato con attenzione (e non si è distratto come la solita sottoscritta, continuamente a mandare sms e a postare cose sui social network per raccontare agli amici omamma che emozione!). E che ascoltasse Napolitano, con gli altri politici, era il reale obiettivo del gioco.

Ora, dicevo: non so davvero se questo cambi il paese. Possiamo divertirci con tutti i nostri sofismi sull’allocazione delle risorse e sulla miopia di certi sistemi italiani, sempre avviluppati sulla loro dialettica barocca. Ma mi pare che, se il tentativo, di questo e dei prossimi simili incontri, è quello di inaugurare un sistema per cui lo scienziato racconta al politico che cosa sta facendo coi soldi pubblici e quali sono le idee che ci stanno dietro, il tentativo possa riuscire. O che comunque vada incoraggiato.
Aspettate, mi pare di sentirli i soliti gufi: staremo a vedere che cosa cambia davvero... Eccerto che staremo a vedere: è il nostro mestiere. Di sicuro, però, non me la sentirò più tanto di dire che nei palazzi della politica non ascoltano la scienza. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ascolterà, qualcuno (tra gli scienziati) dovrà chiedersi come farsi ascoltare e poi anche capire, qualcun’altro dovrà scoprire come trasformare questo dialogo in qualcosa di buono per tutti. Ma ci si proverà. Parola di Napolitano, “questo sforzo continuerà per l’accanimento personale di qualcuno, un accanimento che ci fa molto bene…”. E questo qualcuno era probabilmente Elena Cattaneo, protagonista della giornata e ben sorridente dall’inizio alla fine.
Io, intanto, ho maturato un’opinione sorprendentemente buona del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che le ha cantate chiare e giuste, mentre noi ci guardavamo stupefatti e ci scrivevamo sms dal seguente contenuto: ma davvero è berlusconiana? risposta: no, adesso è alfaniana... contropensiero: beh, sticazzi. Brava.
E riecco i gufi: sì ma poi, nei fatti… perché è facile compiacere platee come la vostra… Forse è vero. Intanto di fronte a duecento orecchie quelle parole le ha dette, e belle forti. Cioè: pensavo peggio, davvero pensavo peggio. Poi uno si ricorda di un paio di vicende intorno al caso Stamina e anche del fatto che alfaniana?! Beh, sticazzi: qui è stata brava! della Lorenzin ce lo eravamo già detti.

Infine. Dopo la sei-ore-sei (senza manco un bicchiere d’acqua: lo dico per chi è già pronto a chiamarci kasta!1!), la Cattaneo ci ha portato a vedere il Senato e il suo banchino in prima fila, coi tasti per votare e tutta la geometria complicata della sala. Bene, ci ha detto che il Senato italiano è organizzato benissimo, sono tutti efficienti, puntuali, precisi, rispettosi delle regole, attenti alle esigenze di tutti. E quindi: sono dovuta venire a Roma per trovare la Svizzera!
Magari domani tornerò a essere la solita rompicoglioni lagnosa di sempre, ma oggi pomeriggio me ne sono venuta a casa un po’ più allegra. E ho aspettato l’autobus insieme ai turisti stranieri, sotto al sole tiepido e col cappotto aperto, senza sentirmi in difetto perché sono nata, vivo e lavoro in questo disgraziato paese qui.

(nella foto sotto due partecipanti all’incontro di stamani, fotografate da un terzo, all’insaputa dei commessi del Senato. Le altre foto sono tutte più o meno così, ma con meno giovanile sfacciataggine, perché non ci avevano ancora rimproverato per l’infrazione al protocollo).

 

Perché non sono voluta andare alle Iene a parlare di Stamina

Dopo la pubblicazione delle dieci domande alle Iene*, scritte da sei giornalisti scientifici (me compresa) su blog e giornali online, le Iene hanno cominciato a propormi un’intervista.
Ora, in realtà due giorni dopo la pubblicazione di quelle domande c’è stata la conferenza stampa della Stamina Foundation: in quella occasione ho preso la parola e ho posto alcune domande a presidente e vicepresidente della fondazione. Come è mio vezzo, mi sono addentrata nel tecnico e ho chiesto cose molto dettagliate dal punto di vista scientifico (tipo un’immunoistochimica, sai mai) o clinico (tipo una precisazione su alcune malattie che erano state elencate tra le curabili con il metodo Stamina), ma non ritenendo di aver ricevuto risposte soddisfacenti, e onestamente senza aver capito bene quale altro tipo di risposte avrei invece potuto ricevere, l’ho chiusa lì. Ho anche pensato che fosse arrivato il momento di smettere di dare credito, quantomeno scientifico, a una storia che di scientifico non ha più molto. Ho pensato che forse adesso è ora che se ne occupino i colleghi della cronaca, o della giudiziaria. E quindi non ne ho scritto.
Perciò la coincidenza temporale tra le dieci domande e la figura della furbetta in conferenza stampa non mi permette di ricostruire il trigger che ha scatenato le Iene a proporre un’intervista proprio a me.

Proprio a me, nel senso che non voglio fare la finta modesta: ho scritto un’articolessa di tutto rispetto per le Scienze di ottobre, poi (poco prima delle dieci domande) ho pubblicato un altro infinito articolo di riflessione su Strade online, con cui ha fatto un paio di decine di migliaia di contatti in una settimana (e il giornale era nuovo nuovo). Però in tanti altri se ne sono occupati e in tanti lo hanno fatto davvero molto bene.
Qui vi precedo: sì, hanno anche sentito gli scienziati ma, insomma, ecco, i nostri scienziati sono stati un po’ presi nel sacco (omissis) e poi non c’è niente di male se si invitano i giornalisti scientifici che in fondo di mestiere osservano la scienza in questo mondo, e sono anche parecchio più bravi in tv.

Comunque sia andata, e qualunque sia stata la motivazione per pescare proprio me tra i tanti, dopo un mese di telefonate con le Iene, di mail e di discussioni, ho deciso di dire loro di no. Non andrò da loro a raccontare perché penso che la vicenda Stamina sia una storia ben diversa da quella passata in tv, cioè una storia di malati traditi dal sistema sanitario nazionale e di una terapia miracolosa che potrebbe guarire tutti se solo il ministro accettasse di pagarla con le nostre tasse.
Attenzione: telefonate, mail e discussioni con le Iene sono state tutte cordiali e persino amichevoli. In un certo senso, siamo quasi colleghi. E so bene anch’io come funzionano certe cose e persino su che cosa si basino certe scelte (per esempio, quelle legate a un’ospitata in tv: non prendiamoci in giro).

Ho scelto di dire loro di no per una serie di ragioni che voglio elencare qui prima della puntata di stasera, che è l’ultima della serie delle Iene.
Intanto questa: è l’ultima della serie. Mi sono chiesta se, andando, non avrei dato loro modo di parlare anche stasera di Stamina. Perché non condivido affatto il modo con cui lo hanno fatto e non avrei proprio voluto essere la pedina che permette loro di avere qualche motivo per tornare sul tema. Mi spiego: se stasera non ci sarà niente su Stamina mi prenderò il mio momento di presunzione e penserò che un po’ è anche merito mio. Il mio successo, qui, sta nel silenzio. E vediamo.
Del resto, come ho scritto in un secondo articolo su Strade, il mio proverbiale ottimismo è tornato a galla e mi ha portato a pensare che, forse, la questione sia davvero agli sgoccioli. Almeno dal punto di vista mediatico (e anche un po’ grazie al fatto che questa è l’ultima puntata della serie delle Iene). Adesso davvero se ne occupino i colleghi della cronaca, e lo facciano in caso di notizie per i loro denti, come questa.
Poi, proprio all’ultima puntata avrei forse permesso alle Iene di dire “vedete, ascoltiamo tutte le campane!”, con me nel ruolo della campana.
Ma io, come ho già detto e ridetto, non credo che esistano due campane, di certo non su temi in cui esiste chi ha competenza e chi, semplicemente, non ce l’ha.

Infine una questione un po’ più meschina, ma dal mio punto di vista molto importante.
Io sono una freelance: non sono nemmeno iscritta all’ordine dei giornalisti, non ho nessuna copertura legale e sono consapevole di avere una propensione pericolosa a comportarmi da Giovanna d’Arco. Perché espormi tanto?
Alcune mie colleghe (donne, e anche qui non facciamo i finti tonti) hanno ricevuto insulti, offese e persino qualche spintone: tutti noi che ci siamo occupati della vicenda ci siamo sentiti chiamare venduti, siamo stati accusati di crudeltà, insensibilità, ottusità, e ci siamo sentiti augurare brutti mali, anche a suon di grida in faccia. Perché dovrei rischiare, oltre a tutto questo, anche una querela? O perché dovrei rischiare un montaggio non proprio del tutto rispettoso del mio pensiero?

Per qualche attimo mi sono poi ricordata che il pubblico, il pubblico potrebbe anche avere qualcosa dalle mie parole. Che non sono snob, io: sono stata educata a pensare al rispetto di tutti i pubblici. Sono una democratica, diamine. Mi hanno anche insegnato a prendermi la reponsabilità delle mie azioni e io di azioni qui ne ho fatte, eccome.
Per cui in certi momenti ho anche vacillato e sono anche stata lì per pensare: va bene, vado e parlo onestamente, dopo aver studiato un po’ come farmi capire. E mi è toccato sentirmi dire: ah, ma capisco che sia lusinghiero andare in tv di fronte a milioni di persone a far vedere quanto sei carina e quanto sai parlare bene… Come se non avessi già messo la faccia in tv e sperimentato di conseguenza stalker e persecutori di vario ordine e grado: proprio una bella soddisfazione, sì.
Solo che se lo fai per lavoro, e hai i tuoi margini di creatività e il sapore di una crescita professionale, lo stalker lo consideri un effetto collaterale trascurabile e sai che tutti i lavori ne hanno. Insomma: pazienza, vi farò ridere raccontandoveli una sera che ceneremo insieme. Ma se ti ci trovi per aver risposto in maniera incauta, in un momento di difficoltà, dopo una telefonata da un’ora con una Iena, capisci che invece di fare la Giovanna d’Arco stai di nuovo facendo il San Sebastiano.
E allora no che non ci sto più.

 

* No, mai ricevuto risposta. E sì: anche questo ha influito sulla mia scelta.

Va’ avanti tu che a me viene da ridere: chi è che deve difendere la scienza?

Che poi una si trova a fare la giustiziera della notte.
E sono tutti lì, gente simpatica ma mai conosciuta di persona, a incitarti e a dirti: pensaci tu, vedi che cretinata, diglielo che cos’è un xxx! Tutti, tanti, via mail o sui social network.
Si riferiscono ad articoli un po’ zoppicanti, a roba che passa in tv priva di qualsiasi logica, a blog fuffari ma molto ben incorniciati. Tutto materiale giornalistico che tratta la scienza con la canna da pesca, un po’ a distanza e con un vago senso di livore: la scienza, che roba strana.
A volte gli autori, i giornalisti, sono anche amici miei, per cui mi imbarazzo pure.
A volte fanno errori persino in buona fede: unità di misura scazzate, parole confuse che trasferiscono interi ambiti lessicali su ambiti della ricerca diversi da quelli originari con effetti grotteschi, logiche che saltano, non sequitur ingenui… Su quelli in malafede, c’è poco da dire: esempi presi per dimostrare tesi strampalate, incomprensibili endorsement a comprensibili ciarlatani, fonti minoritarie e scienziati da garage…
E io lì, col vezzo di fare la ritrosa e a far notare ai miei scientisti* che non mi si può chiedere di parlare male dei colleghi. E che comunque anche gli scienziati hanno le loro sante colpe in tutta questa confusione (argomento che serve a sollevare la polvere mentre scappo). Poi ci sono le volte in cui decido che sì, sannamoadivertì, e cominciano le giostre.

Perché non è tutto uguale, santo cielo. Perché non ci sono due opinioni con pari dignità su tutto. Perché il mondo è pieno di ciarlatani che non vedono l’ora di dire la loro, e se di mestiere il mondo lo racconti devi saperlo e ti devi tutelare. Perché la storia delle due campane è una stronzata. Perché dopo vent’anni mi avete rotto le balle con la solite panzane: non sono più qui a occupare licei, non ci credo più, non credo più a chi ha la verità in mano, né a quelli che denunciano gli intrecci di potere, tantomeno a quelli che hanno visto la luce, a chi usa la parola servo e a chi usa la parola naturale, a quelli che siamo tanti e a quelli che tu così mi metti nei guai.
Il più delle volte lo terrei per me. Banalmente, perché sono una freelance senza nessun tipo di copertura e in un momento di fragilità professionale niente male.
Ma coraggio, dai, e cominciano le giostre.

Poi le giostre si fermano e io mi ritrovo con un sacco di nemici.
Ho scritto mail, ho lanciato appelli, ho fatto le pulci, ho indossato la penna rossa e impugnato la matita blu. Mi sono anche divertita e ho trovato gente interessante per la strada. Ma insomma. Ho anche perso un sacco di tempo con mail e telefonate private, di chiarimento e di spiegazione, mi sono dovuta difendere, per la seconda volta nella mia vita (la prima era un recupero crediti) ho dovuto chiamare un avvocato. Ho anche passato qualche notte a guardare il soffitto.
E lo so di non aver fatto la vendicatrice mascherata, non mi maschero nemmeno e tutti i miei recapiti sono facilissimi da trovare (pure troppo): mi assumo la responsabilità delle mie azioni. Ho ritagliato qualche ora al giorno (a volte nemmeno) per provare a raddrizzare le cose: ho solo fatto notare a un prepotente che la logica serve, eh, un pochino, e che, come diceva quello, è ora che si mettono a studiare. E lo so che, nel merito, io e i miei amici scientisti* abbiamo pure ragione. Lo sento anche un po’ come un dovere: in fondo, se faccio quella che parla di scienza è anche giusto che alzi il dito per difendere il mio mestiere, e il mio povero mercato.

Ma adesso ditemi. Amici scientisti. Voi farete lo stesso quando a sparare la panzana sarà il vostro collega scienziato?
Mi difenderete da lui dicendomi, chiaramente, è un corrotto e non fidarti del bollino di quell’istituto di ricerca o ha una cattedra ma non ne sa una mazza? Lo direte anche al mio collega in buona fede, ma un po’ meno smaliziato di me? O continuerete a lamentarvi con me, come se io di mestiere facessi il questurino?
E mi difenderete mandando voi una sana lettera di protesta al caporedattore se qualcuno l’ha sparata grossa e intanto se la sta prendendo con me?
Ci sarete alle mie spalle, porca vacca, o mi manderete avanti solo perché tu le cose le sai cantare chiaro? Sarebbe il mio mestiere, cantare chiaro, se solo mi pagassero per farlo. Solo che non posso farmi carico delle storture del mondo. Non ne ho nemmeno l’autorità.

Io ho un blog, col mio nome, una grafica spartana: me lo gestisco da me. Faccio qualche centinaia di contatti al giorno e un centinaio se non scrivo niente per lunghi periodi. Quando la imbrocco vado sui mille: un buon post può essere letto da tremila persone (ho fatto il record con un post da circa seimila contatti in due giorni e mezzo), ma i numeri sono questi. Piccini. E i miei lettori siete voi. Che non pagate, come è giusto che sia.
Mi diverto un sacco, lo ammetto. E mi dà anche il senso di un’utilità del mio lavoro di watchdog che ultimamente stavo perdendo, anche se lavoro non è.
Però non giochiamo al kamikaze.
Che quell’articolo di cui sopra fosse pieno di cazzate, o che quel servizio fosse strumentale a una tesi che non ha più dignità, lo abbiamo visto tutti.
Quindi adesso poche storie: siamo alleati o no? Avete voglia di provare a fare qualcosa di più che mettere un like su Facebook?
Cominciate col ripetere il mantra non dirò mai più che “i giornalisti sono ignoranti e sparano cazzate”, e mi darò da fare perché la comunicazione cambi rispettando i ruoli di ciascuno ma col contributo di tutti, compreso il mio. E quello della Bencivelli, che è una freelance notoriamente appartenente alla fascia alta dei morti di fame e niente di più.

Ciao,
la vostra (suo malgrado) capobranco**

 

*Prima che vi incazziate, sto prendendo in prestito la parola che usano gli altri per noi (voi, anzi), e lo faccio con (auto)ironia. Chiaro?
** Definzione non mia, ovviamente. È l’autoironia di cui al punto *.

Per fare tutto, ci vuole un neurone. Tra Sergio Endrigo e Jim Watson, domani in Tv

Non c’è pace quaggiù:


Dice: Può capitare di pensare che la doppia elica del Dna sia stata pubblicata nel 1974 invece che nel 1953. Può capitare.
Va bene: sono ventuno anni di differenza e in ventun’anni la biologia ha fatto un sacco di altre cose. E quei due il Nobel lo hanno preso nel 1962, quindi che quella fosse una scoperta grossa lo si era realizzato da un po’, nel 1974. Ma può capitare. (E comunque Crick era inglese, non americano).
E poniamo che nemmeno su Wikipedia ci sia qualcosa sul tema.

Però allora uno dice: Endrigo cantava nel 1973, mentre la doppia elica (vedi al punto 1) è stata scoperta (ma scoperta o pubblicata?) nel 1974 (dicevamo che può capitare). Allora Endrigo ha potuto cantare che per fare un fiore basta il seme perché non erano arrivati gli aridi manichini del sapere a rovinare la poesia del seme. Il che significa, penso io, che si sta sostenendo che dopo Watson e Crick le cose siano cambiate tra semi e fiori.
Ma che cosa c’entra la struttura della doppia elica con la brevettazione delle specie vegetali?

Poco, o niente: un pomeriggio su Facebook e arrivano un sacco di amici a spiegarti che ci sono posti dove si brevetta la specie di pianta indipendentemente dal Dna, che le brevettazioni e le registrazioni delle piante (che poi la questione legale è complicatissima, ma insomma) avvengono dagli anni Trenta, e che Endrigo è del ’33. Che (questo lo copincollo): “brevetti (o registri) un genotipo cioè una nuova combinazione di geni che dà origine a un fenotipo che sia Distinguibile dagli altri, Uniforme e Stabile (acronimo DUS)”. Stop.
Puoi anche dire: eh, vabbè, ma senza gli studi degli anni cinquanta (ci siamo confusi, ma tenete duro) non si sarebbe arrivati all’ingegneria genetica di oggi. Ed è vero. Ma allora perché non prendersela con l’inventore del microscopio o con qualche altro perfido scienziato alle prese con la manipolazione della natura ma anche, per dire, con Lavoisier e Avogadro? Perché poi questa roba si accumula, eh, e nel tempo si scoprono sempre cose nuove e pe-ri-co-lo-si-ssi-me.

Comunque, poniamo che tutto il problema della proprietà delle specie viventi sia cominciato da Watson e Crick: Endrigo, dopo di loro, e oggi, dovrebbe cantare che per fare un seme ci vuole un brevetto. E siccome il brevetto è male*, Watson e Crick hanno inaugurato una china pericolosa.
Ora, a me Watson sta anche antipatico, e poi c’è tutta la storia della Franklin che non mi va giù, ma qui mi fermo. Che cosa stiamo cercando di sostenere? Oh, niente di esplicito. Tra le righe, sembra però di capire che gli scienziati hanno permesso lo sviluppo di un sistema di mercato malvagio.

Dice: Vabbè, su, ma continua a leggere. Negli anni settanta… settemila, l’un per cento, settantasei, cinquantatré…
Anche qui, mi aiutano i blog e mi aiuta Facebook: “Il post di Report è una serie di non sequitur. Prima c’erano tante ditte sementiere, oggi molte meno. So what? Prima c’erano tanti produttori di motori, oggi molti meno. I brevetti non c’entrano un fico, c’entrano la complessità le economie di scala, e via discorrendo”.
E poi, geniale: “La canzone di Sergio Endrigo era protetta dal diritto d’autore. Negli anni ’30 solo l’1% delle canzoni era protetto da diritti d’autore, oggi il 56% dei diritti d’autore sono in mano alle prime 3 Major, il 78% sono di proprietá dei primi dieci distributori e di queste il 54% vendono musica orrenda che inquina le nostre giovani generazioni”. Giusto. “E nel 1975 Modugno può cantare “piange il telefono” in italiano perché a Meucci non era ancora stato riconosciuto il brevetto dell’invenzione del telefono. Data la tua sagacia potrai obiettare: ma c’era il brevetto di Bell del 1876. Sì, però quello era su territorio USA e la SIP era ancora dello Stato Italiano, prima di essere svenduta agli amici degli amici”**.

Se tutto questo sia sostenibile o no, non lo so. Io ho sempre la bandierina della scienza in mano, e finisco anche per sentirmi un po’ ridicola.
Solo che qui è sbagliato persino il testo della canzone di Sergio Endrigo.
E (porcavacca mi cade tutto il sillogismo) anche l’anno! Lalbum Ci vuole un fiore è stato pubblicato nell’ottobre del 1974. Adesso come la mettiamo con Watson e Crick?

 

AGGIORNAMENTO: un giorno dopo la pubblicazione di questo e altri post e soprattutto dopo la pubblicazione su Facebook di quel testo con relativo thread di allegre bisbocce, la redazione di Report ha pubblicato quello che segue (e che non commenterò):

 

* È male, evidentemente, tranne che se lo si cerca di ottenere rubando dati e fotografie altrui.
** Sono battute, si capisce, vero?

(Grazie ad Andrea Cossu per le segnalazioni)

Stamina e bambini in tv: dieci domande alle Iene

Quelle che seguono sono dieci domande rivolte alla redazione delle Iene (e a Giulio Golia in particolare) a proposito del caso Stamina, compilate da un gruppo di giornalisti scientifici ed esperti che si sono occupati della vicenda in questi mesi: Marco Cattaneo, Salvo Di Grazia, Emanuele Menietti, Alice Pace, Antonio Scalari e io.

Se il caso Stamina esiste, è perché le Iene hanno dato una straordinaria visibilità alla vicenda operando alcune scelte che per noi, che in qualche modo siamo loro colleghi, sono tuttora difficili da capire.
Nei loro servizi televisivi sono stati omessi molti aspetti della storia, compresi quelli più inquietanti e legati al lavoro della magistratura. Sono stati mandati in onda bambini sofferenti, a dispetto di regolamenti e protocolli sull’impiego dei bambini in tv. Sono stati criticati gli scienziati che, sul protocollo Stamina, hanno avanzato il più banale dei dubbi: se è la soluzione a tante terribili malattie, perché chi lo possiede non lo apre al mondo, perché non lo rende pubblico, perché non permette a tutti di usarlo?
Il mio sospetto è che di scientifico, in questa storia, ormai non sia rimasto molto. Di certo, però, è rimasta la tv accesa a mostrarci pezzi di realtà e lacrime. E sono (ancora) convinta che chi ne detiene il telecomando abbia l’obbligo di interrogarsi, e di lasciarsi interrogare, su come ha scelto di usarlo.

1. Perché voi delle Iene non spingete Davide Vannoni a rendere pubblico il metodo Stamina? Se è davvero così efficace, non pensa sia giusto dare la possibilità a tutti i medici e pazienti di adottarlo?

2. Nei suoi servizi per Le Iene ci ha mostrato alcuni piccoli pazienti in cura con il metodo Stamina. Dopo otto mesi e quasi 20 puntate, perché non ha mai coinvolto le altre persone che Vannoni dice di aver curato negli ultimi anni, invitandole a mostrare i benefici del metodo Stamina?

3. Perché non ha mai sentito la necessità di dare voce anche a quei genitori che, sebbene colpiti dalla stessa sofferenza, non richiedono il trattamento Stamina e anzi sono critici sulla sua adozione?

4. Nel primo servizio su Stamina lei dice che Vannoni prova a curare con le staminali casi disperati «con un metodo messo a punto dal suo gruppo di ricerca». Di quale gruppo di ricerca parla? Di quale metodo?

5. La Sma1 non sarebbe rientrata nella sperimentazione nemmeno se il Comitato l’avesse autorizzata, perché lo stesso Vannoni l’ha esclusa, ritenendola troppo difficile da valutare in un anno e mezzo di studi clinici. Come mai continua a utilizzare i bambini colpiti da questa patologia come bandiera per la conquista delle cure compassionevoli?

6. Perché non ha approfondito la notizia delle indagini condotte dalla procura di Torino su 12 persone, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere?

7. Perché non ha mai interpellato nemmeno uno dei pazienti elencati nelle indagini della procura di Torino?

8. Perché ha omesso ogni riferimento alle accuse di frode scientifica da parte della comunità scientifica a Vannoni, al dibattito attorno alle domande di brevetto e alle controversie che hanno portato a un ritardo nella consegna dei protocolli per la sperimentazione?

9. In trasmissione lei fa riferimento alle cure compassionevoli, regolamentate dal Decreto Turco-Fazio. Perché non ha spiegato che il decreto prevede l’applicazione purché «siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali»?

10. Se il metodo Stamina si dimostrasse inefficace, che cosa si sentirebbe di dire alle famiglie dei pazienti e all’opinione pubblica?

Una bibliografia minima:
a. comincio dalle cose mie che sono facili. È ancora in edicola un lungo e dettagliato articolo sulle Scienze, mentre online trovate questa riflessione.
b. Marco Cattaneo ne ha scritto tanto sul suo blog seguendo la vicenda dagli inizi.
c. Salvo Di Grazia è Medbunker (ed è un medico vero): sul suo blog trovate davvero un sacco di informazioni tecniche precise, affidabili e chiare.
d. di Emanuele Menietti vi consiglio soprattutto questo, scritto per il Post (ma anche tutto il resto: cercatevelo da voi).
e. Alice Pace ha fatto una copertura eccellente della vicenda per Wired, insieme ai suoi colleghi. Goolate “Wired + Stamina” e troverete un sacco di cose.
f. Antonio Scalari su valigiablu ha riepilogato tutto. È che il suo cognome in ordine alfabetico viene per ultimo, sennò per chi è arrivato adesso avrei consigliato di partire da qui.

Se arriveranno le risposte, avrete un altro post collettivo.
Ma su questo adesso si aprono le scommesse.

 

Dalla parte di Romeo: sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato un maestro

La prima volta che ci siamo visti è stato all’orale dell’esame per l’ammissione al Master in comunicazione della scienza, a Trieste, undici anni fa.
Avevo fatto uno scritto così così e andavo all’orale allegra: per me, in quel momento, la comunicazionedellascienza rappresentava soprattutto una via di fuga dignitosa dalla medicina, ma chissà quante altre avrei potuto trovarne a cercare bene. Non avevo la minima idea di che cosa significasse davvero, e avevo addosso tutta la mia curiosità impertinente e sul volto la mia bella faccia di culo.
Mi sono seduta. Al tavolo a ferro di cavallo c’erano almeno sei o sette persone, forse otto.
Alla fine dello strano colloquio (l’ultimo film che hai visto, un libro di scienza che hai letto, perché qui hai scritto questo, che cosa vuoi fare da grande? eh…), la domanda delle cento pistole me l’ha fatta Romeo Bassoli.
L’ultima volta che sono venuto a Pisa ho letto una scritta sul muro della Normale. Diceva: “livornesi aploidi”. Me la commenta?
L’ho guardato. Sorrideva sotto la barba. E, boh, devo averlo capito.
Così ho risposto: È comunicazionedellascienza anche quella. Invece, a proposito di comunicazionedellatecnologia, sui muri di via Gori può trovarne una che dice “Wojtyla è un ologramma”.
Risate*. Fine dell’esame. Eccomi a imparare il mestiere, con Romeo.

Capirsi al volo. E che lusinga, capirsi al volo con lui.
Prima lezione: via quell’aria snob e cerca di divertirti.
Una volta abbiamo scritto una pagina sugli animali clonati, per un quotidiano con cui collaboravamo in maniera fissa. Un po’ di animali a testa, tra topolini, gattini, pecorelle e tori. A me non ricordo che cosa fosse toccato, a lui di sicuro anche il cavallo.
Mandiamo i pezzi in redazione e dopo poco ci chiamano chiedendoci le foto. Prepariamo anche le foto e un file a parte con le dida. Per la foto del cavallo clonato, per giocare, lui scrive clonallo.
E il giorno dopo sul giornale ecco che campeggia la foto di un clonallo!
Nessuno aveva cambiato la dida, nessuno aveva capito che era una battuta.
Poco dopo tocca a me un pezzo sui giapponesi che costruiscono animaletti robot per fare compagnia agli anziani. Scrivo un altro articolo pieno di animaletti: qui ci sono i soliti gattini ma anche le foche e non ricordo che cos’altro. Alla fine della lista, inserisco, per fare la spiritosa, un assurdo cane cantante.
Ma vi pare che i vecchi giapponesi si mettono in casa un alano che canta?
Trattenendo a stento le risate, lo mando a Romeo che deve passarlo prima di mandarlo in redazione.
E lui legge tutto ma non ci trova niente di strano. Non si accorge del cane cantante!
Oh, quanto ho riso. E quanti sguardi interrogativi e sorridenti mi ha mandato per tutta un’intera giornata. Scrivevo e ridevo, scrivevo e ridevo, e Romeo non capiva: scuoteva la testa e rideva anche lui.
E il giorno dopo, sul giornale, ecco lì il mio cane cantante!
Beh, lo so che non si dovrebbe fare. Ma ero giovane. E mi avevano detto che dovevo divertirmi, anche sul lavoro.

Ma poi ne combino una peggiore.
Quella volta non era per fare la spiritosa, giuro. Ma correggi e ricorreggi e adatta e rendi l’articolo il più aderente possibile alla richiesta [= a quello che il caposervizio ha capito del pezzo che tu gli hai proposto e di cui non ha una minima idea ma per il quale, proprio per via del fraintendimento di cui sopra, ti ha riservato con entusiasmo uno spazio in prima pagina] alla fine, scrivo una bufala. Una bufala bella e buona. Cioè: non è che la scrivo io, è che l’attacco viene un po’ modificato prima della pubblicazione e il titolo viene sparato senza pietà. Comunque alla fine la firma è la mia. La bufala è mia.
Non mi sono divertita per niente a vederla in pagina. Con un catenaccio e un sommario che dicevano assurdità, io che sono una scienziata di ferro, nonostante il richiamo del cane cantante.
Ero arrabbiata, piena di vergogna e di tensione.
Per di più, ci hanno chiamati da Radio2 Rai: un programma di intrattenimento aveva visto il mio pezzo e aveva deciso di parlarne in diretta nazionale. Andiamo bene.
Romeo… che faccio? La sua risposta, più o meno: sei in ballo, balla.
E ho ballato.
Da quella bufala è nato un libro tradotto in tre lingue.
E non ho mai ringraziato abbastanza Romeo e la sua lezione. La seconda lezione: che fai, ti tiri indietro?

La terza, la quarta, la quinta e la ennesima lezione le tengo per me.
Non saprei nemmeno riassumerle, temo. C’era quella: un po’ di human touch, mettici un po’ di human touch! C’erano i richiami delle lezioni precedenti, come quando entrò nella stanza dove scribacchiavamo noi giovani colleghi dicendoci che per l’8 settembre ci toccava il paginone. Io, sorpresa e ingenua: tutti a casa? scriviamo di storia, adesso? E la risposta: eh… no! il rientro dalle ferie e le malattie da stress! Ricordati la prima lezione: via quell’aria snob.
C’è stato tutto un pomeriggio nel suo ufficio a farsi raccontare l’ufficio stampa, per scriverne un capitolo del manuale di comunicazione della scienza: e da chi, se non da lui, copiare le idee? Ci sono state le lezioni di giochi di parole e quelle di metafore intelligenti, le lezioni di farsi furbo col sorriso e quelle, più importanti, di onestà e umanità.
Ne ho avute tante di lezioni, da allora.
Sono stata fortunata. L’ultima cosa a cui avrei pensato è di trovarmi a ripensare a quelle lezioni e a quelle scritte sui muri di Pisa, per raccontare qui, a voi, quanto sia stato bello imparare da Romeo.

 

* I teorici in questi casi parlano di comunicazione implicita della scienza. Noi non siamo teorici.

Come va a finire? La comunicazione della scienza al tempo della crisi

[Quello che segue è un post ad altissimo rischio banalità. Spero che si risollevi coi commenti dei lettori più generosi].

Chiunque faccia un mestiere a soffietto (tipo il mio, il freelance, il commerciante, oppure il traduttore, il semprevalido idraulico e chi più ne ha più ne metta) si trova spesso a chiedersi come vada avanti la storia. Che cosa ci sia nell’ultimo capitolo, che cosa ci aspetti là in fondo, come diavolo camperemo tra dieci o vent’anni, ma anche tra due.
Per la mia professione oggi le cose si stanno mettendo così.
Quello che un tempo era pagato X, e con X/2 (cioè il netto) ci compravi un biglietto andata/ritorno per un posto a trecento chilometri da casa o un bel paio di scarpe da pioggia, oggi è pagato tra 0,8X e (più spesso) X/2, e con X/4 oggi ci mangi una pizza. Una pizza dietro casa, e se piove pazienza.
Quello che un tempo era pagato bene, che chiedeva fatica e studio ma ti faceva sentire valorizzato per le tue competenze, oggi è pagato la metà secca, non importa il resto. E mentre sei lì, come un San Sebastiano su un palco, a ricevere dalla platea le frecciatine di quelli che La mia più che una domanda è una provocazione, e le solite stupidaggini di chi si sente più furbo perché si vede a occhio e non c’è bisogno di tanta scienza, che ha letto su internet una vaccata scambiata per verità, e critica noi della scienza ufficiale, ti risuona in testa sempre più forte: ma perché ho accettato questa moderazione ingrata? Almeno mi pagassero bene, bene come un paio di anni fa, i cretini li sopporterei meglio. E invece: tiratemi pure addosso, io lo faccio per passione.
Infine, tanti lavori che un paio di anni fa c’erano, spesso non ci sono proprio più. Se ci sono ancora, sono diventati volontariato: sposa la mia causa, sii buono, è per la collettività con varianti più o meno imbarazzanti. Ho appena ricevuto una mail che lo dice ancora prima di fare le presentazioni: gentile Silvia, visto il nostro budget limitato… e lì io già ci andavo gratis, perché sono buona ed è per la collettività.

Tecnicamente, si parla di vacche magre*.
Un paio di piccole consolazioni: succede sempre più spesso anche nei paesi che ci piace chiamare civili, come quelli anglosassoni, con strascichi importanti. E succede, pare, a tutti. O almeno a tutti gli amici miei, quelli bravi e onesti e soprattutto con cui posso confrontarmi. Ci incontriamo come carbonari in piccole mailing list e ci diamo appuntamento in malora o a remengo: anche tu vai in malora? ci vediamo là tra qualche giorno! Fa ridere, ma mica tanto.
Io ho sempre detto che noi della scienza siamo privilegiati. Perché abbiamo più mercato, siamo più versatili e riconoscibili dei nostri colleghi giornalisti generici: siamo specializzati, accidenti. Ma mi sto rendendo conto che forse noi soffriamo più degli altri lo scadimento della qualità dell’informazione, perché proprio sulla qualità punta chi è specializzato. Lo soffriamo anche psicologicamente, come il San Sebastiano di cui sopra. E allora (sentite con che strazio): come andrà a finire?

Tra le tante cause di tutto questo, quella che viene più spesso tirata in ballo è la mancanza di un modello di marketing per la roba web. Cioè: non si sa bene come far rendere la roba online, poi online c’è di tutto, e la gente non capisce il diverso valore di quello scritto (gratis) da chissachì in un sito di controinformazione e quello che invece è scritto da uno specializzato in quei temi e magari sano di mente. Perché dovrebbero coprirti d’oro per scrivere online?
Intanto i giornali di carta non sembrano passarsela bene, basta dare un’occhiata ai trend delle vendite, agli investimenti pubblicitari o ai compensi per i collaboratori: investire solo nella scrittura di carta sembra essere una pessima idea al momento (ditelo anche all’ordine dei giornalisti, se vi capita).
Le aziende radiotelevisive… vabbè.

Restano le istituzioni: le istituzioni scientifiche, nel mio caso, pubbliche e private. Mi chiedo se, visto il problema di cui sopra, per cui web pullula di cazzate pseudoscientifiche scambiate per informazioni serie, e visto che non si può chiedere al pubblico (no, non si può chiedere) di essere in grado di distinguere che cosa c’è di vero, mi chiedo se non correranno ai ripari.
Tipo facendoci lavorare, in tanti, e bene**: selezionandoci per le nostre competenze, chi ne ha, in comunicazione, in strategie di comunicazione, in comunicazione dei rischi, in comunicazione ai piccoli, in comunicazione in emergenza, in comunicazione web, in comunicazione della scienza ai non scienziati e così via. Costruendo uffici comunicazione all’altezza dell’impresa. E costruendo professionalità all’altezza dell’impresa.
Quindi forse, piano piano piano, ci sposteremo davvero sull’istituzionale (e ci sarà chi questionerà sulla nostra indipendenza).
Forse ci inventeremo qualche forma associativa capace davvero di promuovere il nostro ruolo e di difenderci (e quello questionerà sulle definizioni).
Forse arriverà una nuova tecnologia che cambierà di nuovo il panorama e i più bravi di noi si adatteranno ancora una volta (mentre qualcuno resterà al palo a questionare, tiè).
Non lo so.
Forse invece è solo una fase: se fai un mestiere a soffietto lo devi mettere nel conto che a volte soffi e a volte no. Non succederà niente di eclatante, a breve: semplicemente ricominceremo a soffiare. In fondo, me meschina, è quello che spero.

 

* Io resto col sospetto che a volte le vacche magre vengano messe a palizzata a nascondere quelle paffute. Ditemi pure che sto diventando paranoica.
** La comunicazione della scienza non è un lusso: è un settore strategico per lo sviluppo scientifico e culturale di un paese. Solo che a volte mi sa di essere nel paese sbagliato.