Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

Dev’essere successo che a un certo punto della storia il costruttore di catapulte si è preso un pomeriggio per pensare ed è salito sul colle da cui si domina la città.
Ha guardato in basso, ha visto i tetti delle case e il fumo uscire dai comignoli, per strada un carretto trainato da un ciuco e un maiale alle prese con un cardo rosso e turchino*.
E ha pensato: ma vaffanculo.
Vaffanculo pace, vaffanculo guerra: vaffanculo costruttore di cannoni.
La catapulta non la compra più nessuno. Il prezzo della catapulta è crollato. Tutta la mia tecnologia e tutta la mia attrezzatura non servono più a niente.
Il mestiere del costruttore di catapulte era in estinzione. Il costruttore di catapulte doveva cambiare mestiere.
Prima o poi succederà anche a noi, se continueremo a farci pagare 50 euro a pezzo**.

Mentre ero lì a farmi travolgere dall’ottimismo e a cercare analogie e differenze tra il compagno costruttore di catapulte e noi (noi freelance ma anche noi comunicatori della scienza) mi sono trovata a parlare con alcuni colleghi di un caso non eccezionale in cui
– un tempo c’era il professionista A che faceva il lavoro B e veniva pagato il compenso $
– oggi c’è lo scienziato (statale) C che, insieme allo stagista di master D e al suo professore (statale) E, fa il lavoro B. E lo fa gratis. Tanto uno stipendio ce l’ha già.
Togliete A e soprattutto $.
Qui si avanzano diversi misteri.
Posta la buona fede di tutti, posto che lo scienziato (C) sia un prodigio capace di fare bene il proprio e l’altrui lavoro, e posto che nello specifico il professionista A non lo conosco, mi domando:
1. lo stagista di master (D) si chiede quale sia il mercato nel quale entrerà, se il lavoro con cui lo fanno esercitare non prevede uno scambio economico e nessuno viene pagato per farlo?
2. il suo professore (E) si chiede per quale mercato stia preparando il suo studente? E si chiede se questo mercato sopravviverà? Di conseguenza, si chiede se sopravviverà anche il suo corso all’università?
3. lo scienziato (C) si chiede se sopravviverà il mercato della comunicazione della scienza, se poco a poco lo si erode da tutte le parti, anche da parte amica? E si chiede quali siano le conseguenze della sofferenza di questo mercato?
Si chiede se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere?
Ma soprattutto: si chiede a chi stia regalando il proprio lavoro?
Cioè: può anche avercelo già, uno stipendio, e noi siamo tutti contenti (oltre a essere convinti che se lo meriti tutto, sia chiaro, e anche di più). Ma una cosa è fare volontariato per i bambini poveri del Burkina Faso, una cosa è farlo per un’impresa commerciale che dal suo lavoro trarrà degli utili. E se non li trae è perché non funziona, non perché non voglia.
Si chiede quindi, lo scienziato (C), se non ci sia una differenza tra uno stipendio statale (pagato con le tasse di tutti) e un $ che transitava un tempo tra privato-cliente e privato-fornitore? Si chiede se sia giusto essere pagato dallo stato e poi lavorare (magari nel weekend, per carità) per un privato? Dice tanto lo stipendio ce l’ho già. Ma se qualcuno quello stipendio non ce l’ha, come nel caso di A, non è concorrenza sleale a spese della collettività?
4. l’editore si chiede… sì, l’editore si chiede come possa stare nelle spese e la risposta smettendo di pagare chi ci lavora è ovviamente quella più facile, per lui.

Lo scienziato volenteroso (il SV, come definito nella galleria dei tipi umani da giornalista scientifica) ha tanti pregi. E in genere è un amico, oltre a essere una persona stimata e stimabile. Ma spesso non conosce i meccanismi e la situazione del mercato della comunicazione della scienza. Io, in compenso, non conosco i dettagli della storia. Per questo l’ho raccontata al minimo: perché è paradigmatica di una tendenza che si osserva da tempo, e se anche non fosse proprio così ne descriverebbe comunque altre.
Vi basti sapere che l’ultima volta che ho cenato con uno scienziato del tipo SV, mentre ero lì che sproloquiavo di catapulte e di articoli da 50 euro, di pagamenti in ritardo e di prospettive di fame, lui mi ha guardato e, serio, ha confessato: se tu non mi avessi raccontato queste storie, non lo avrei proprio capito che quelli come me rischiano di mettere nei guai quelli come te.
Ho esclamato: Non solo quelli come me! Tutti! Tutta la comunicazione della scienza e, alla fine, l’intera società!
E mi sono fatta offrire la cena.

 

* Licenza pascoliana a modo mio.
** Non voglio nemmeno sentir dire o anche meno. Chiaro?

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25 pensieri su “Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

    1. cioè dici che lo SV crede di poter dettare la linea all’editore?
      beata ingenuità.
      cioè: magari succede anche, ma sarebbe segno che all’editore la cosa non interessa molto.
      comunque il problema è un altro. qualsiasi siano le intenzioni dello SV deve imparare a farsi pagare.
      lo so: è difficile chiedere soldi.
      ci si sente anche un po’ stronzi, se già se ne hanno a sufficienza.
      ma il mercato deve essere protetto.

  1. beh, sì. sai, noi scienziati… tutto il tempo con la testa fra le nuvole… dico che i messaggi su temi particolarmente delicati possono essere veicolati in modo diverso, e lo scienziato potrebbe ILLUDERSI di riuscire a (nell’ordine): mettere in evidenza degli aspetti che gli stanno a cuore, diversi da quelli che presume metterebbe in evidenza un giornalista; dare delle spiegazioni corrette by definition in quanto provenienti da un Vero Scienziato; ricavare un maggiore prestigio per la propria disciplina/area/scuola/persona. come vedi, i soldi non sono ai primi posti.
    ma ovviamente è solo una mia sensazione.

    1. beh, ma per quello ci sono i blog. i pezzi di commento una tantum.
      i giornalisti scientifici sono preparati proprio a parlare di scienza e hanno (o dovrebbero avere, se riusciremo a tutelarli almeno come i giornalisti sportivi, per dire) autorevolezza e competenza.
      non è questione di insegnare qualcosa al mondo: quello noi non lo sappiamo fare e non lo vogliamo nemmeno fare (ok, a volte capita, ma non è il nostro mestiere). è questione di far dialogare scienza e società: questo sappiamo farlo ma riusciamo a farlo sempre meno perché ci pagano sempre meno. e prima o poi anche noi cambiamo mestiere.
      ma poi: noi e gli scienziati siamo alleati nel proteggere la scienza. no? e allora, da amica degli scienziati (epiteto con cui nel mio mondo mi si prende per il culo, eh, sebbene bonariamente), voglio proporre una riflessione a chi pensa di sapere fare anche il mestiere degli altri e invece tende a rovinare il mercato, senza necessariamente elevarne la qualità.
      insomma: sul grande quotidiano gli articoli di news, ben che vada, li scrivono quelli come me. mal che vada li scrivono altri, a cui capita di prendere cantonate (capita anche a me, ma meno e poi io ci soffro). però io con il lavoro per il grande quotidiano non mi mantengo e devo fare un sacco di altre cose. se queste scompaiono, io finisco per cambiare mestiere e non scrivo più nemmeno per il grande quotidiano.
      chi ci ha guadagnato?
      infine: io ho studiato. giuro. ho studiato per fare questo lavoro. e ogni giorno mi confronto coi colleghi. abbiamo una storia, una filosofia, un pensiero, abbiamo scuole e correnti. non siamo dei parvenu. perché c’è chi pensa che il nostro sia un mestiere:
      a. da ex dottorando che non è riuscito a fare lo scienziato
      b. sostituibile da scienziato con una buona penna e diverse domeniche libere?
      se volete, ne parliamo. ma noi non siamo “traduttori di cose difficili in cose facili”. noi facciamo un lavoro ben diverso, che comporta la conoscenza dei mezzi, dei meccanismi, delle persone, dei tempi, dei modi, delle cose, delle strutture, delle parole, e soprattutto dei pubblici. e comporta una quantità infinita di una cosa che per noi è una dote professionale indispensabile: l’umiltà.

  2. Ciao Silvia,
    io credo di essere quello che chiami il professore E. Visto che molti non mi conoscono prima di continuare a leggere questo post è bene che si sappia che sono condirettore di un master in comunicazione della scienza, alla Sissa di Trieste.
    (http://mcs.sissa.it)

    Non voglio fare polemica, ma solo chiarire che dedichiamo molto tempo a quello che si chiama il placement degli allievi. E’ ingeneroso e mi lascia molto perplesso che tu creda che noi non pensiamo al mercato.
    Proprio perché ci pensiamo spesso, da tempo riteniamo che l’equazione comunicazione della scienza=giornalismo scientifico (almeno in un senso specifico) sia sempre più debole. Cerchiamo di inserire i nostri allievi in campi diversi dal giornalismo scientifico e, almeno secondo quanto affermano loro stessi, il 70% l’anno scorso ha svolto attività di comunicazione della scienza come lavoro (http://mcs.sissa.it/dopo-il-master). Dove lavoro significa retribuzione.

    Se quello che intendi tu con giornalismo scientifico è la produzione di news o di altri contenuti che sono diventati una commodity, allora il tuo ragionamento va quantomeno contestualizzato, altrimenti un lettore superficiale potrebbe pensare che siamo davvero fessi o in mala fede. Magari lo siamo, però qualche dettaglio sulla fine dell’industria delle news (http://towcenter.org/wp-content/uploads/2012/11/TOWCenter-Post_Industrial_Journalism.pdf), sulla pubblicità che non c’è più, sul fatto che c’è una discussione mondiale su come sta cambiando il sistema dell’informazione, potrebbe far venire il dubbio ai tuoi lettori che le scuole di formazione che ci tengono di più a ridare valore economico al giornalismo stanno ragionando su come riattribuire specificità e unicità a chi produce informazione (e quindi valore economico). Si tratta di una ridefinizione che passa per esperimenti, nuove pratiche, nuove dinamiche di conquista dell’attenzione dei lettori, riflessione sul processo giornalistico e non sul prodotto, ecc. Si tratta di un percorso che lascerà sicuramente molto morti sul campo di battaglia, ma ti assicuro che noi abbiamo deciso di attraversare la tempesta. Nella pratica questo significa lanciare corsi come giornalismo imprenditoriale, data journalism, content curation, crowdsourcing, ecc. Se hai voglia puoi andare a vedere la lista dei nuovi corsi riguardanti informazione e giornalismo che facciamo nei due anni di Master. Non sono sicuro che funzionerà, ma ribadisco, proprio perché vogliamo trovare nuove vie a un giornalismo economicamente sostenibile, nel nostro piccolo, ci stiamo sporcando le mani, ci stiamo provando.

    Ci stiamo provando noi statali, nella nostra fulgida e molle incoscienza, notoriamente strapagati. E sai perché ci stiamo concedendo questi ameni ragionamenti? Perché abbiamo a cuore l’informazione, perché ci teniamo che i nostri studenti quando escano dal Master sappiano fare qualcosa che altri non sanno fare, che siano in grado di trovarsi una nicchia in un nuovo ecosistema in cui molti dinosauri si lamentano (se sono ancora vivi) perché è arrivato il meteorite e le loro abilità predatorie nel nuovo mondo sono armi spuntate e di retroguardia.
    Quelli che si adattano meglio invece sopravvivono, e ti giuro che questa non è mia.

    Sai perché li aiutiamo a scrivere delle news che gli editori non pagano più a nessuno e non certo per la concorrenza delle scuole di formazione? Perché crediamo che sia importante che loro imparino a scrivere. Perché se imparano a farlo potranno usare quell’expertise in molti altri contesti dove, guarda un po’, le loro capacità di scrittura acquisiranno un valore economico. Succede tutto per caso, non sia mai che ci abbiamo pensato…

    1. caro nico,
      ho schematizzato in quel modo perché non mi riferivo solo alla questione di cui abbiamo parlato in questi giorni (sono mica fessa: ho specificato che non conosco i dettagli e non mi interessano nemmeno tanto, perché di cose che assomigliano a questa ne sto vedendo tante).
      però se ti senti chiamato in causa ti spiego una cosa: anch’io tengo un corso a un master in comunicazione della scienza / giornalismo scientifico (il nostro ha una dicitura ancora più ambigua: la scienza nella pratica giornalistica). e anch’io sono convinta che difendere il mercato significhi lottare per mantenere alta la qualità nonostante tutto, quindi insegnare a farlo bene. e mostrare che resistono le scuole significa mostrare a tutti che esiste una difesa della professionalità che non è una cosa che si improvvisa: è una cosa che si studia! se noi siamo capaci di fare un corso da un anno o due, e se lo facciamo da anni o anche decenni, significa che c’è molto da insegnare e da capire.
      bello: continuiamo a farlo, io e te e tutti gli altri.
      sono convinta che sia necessario e che sia una parte importante della nostra battaglia.
      nel mio master, però, gli studenti scrivono per esercizio e mandano i compiti a me, che li correggo (e non sai quante volte…) da casa. e poi li pubblico su un sito che è stato messo su dall’università e che nessuno paga. cioè: a me mi pagano, ovviamente (e in questo anch’io mi sento un po’ statale, e sento la responsabilità che questa parola mi mette addosso), ma non è un’impresa economica da cui è possibile trarre profitto.
      insomma: nessuno ci guadagna e noi non danneggiamo nessuno.
      anzi: le nostre cose possono essere lette da tutti e intanto noi facciamo esercizio.
      io poi in questo mercato ci vivo ancora e come avrai visto faccio un sacco di cose. non posso lamentarmi, per me.
      ma posso spiegare, come ho fatto in altri commenti a questo post, che il mercato della comunicazione della scienza si regge (ahimé) soprattutto sulle spalle di persone come me e i nostri studenti che cercano di camparci. non solo sono bravi e sono preparati per fare questo lavoro (vedi sopra), ma guadagnano articolo dopo articolo il loro pane.
      questo sto cercando di dire: attenzione. se il pane non se lo guadagnano più, finiscono a fare altro. non che mi preoccupi per loro (sono persone in gamba e sopravviveranno con un ltro mestiere), ma mi preoccupo per il mercato tutto. dove girano i soldi se chi lavora lo fa gratis? e perché lo deve fare gratis per un privato?

      ah: quella di darwin è una bufala: http://silviabencivelli.it/2012/darwin-non-lha-mai-detto-storia-di-una-bufala-con-morale/
      ti riferivi a questa frase?

      1. E io che ho letto lo svarione darwiniano e son saltato sulla sedia???

        Via a scrivere che Darwin un’espressione così non l’avrebbe mai detta ecc. ecc. … poi ho cancellato tutto, pensando che non era il caso di mettersi a correggere in casa d’altri.

        Meno male che poi, appunto, la padrona di casa ha messo le cose a posto e Darwin può, per qualche istante, smettere di rigirarsi nella tomba!

        Grazie, Ms. Bency!

  3. Se l’editore si fa dettare la linea dallo SV, allora delle due l’una: o fa l’editore senza esserne capace oppure sta usando la linea proposta dallo SV perché ha capito che a) è buona, b) anche quel suggerimento dello SV è gratis!

    Nel secondo caso, SV ha tolto qualche $ anche a qualcun altro, oltre che al giornalista scientifico.

  4. il problema è che in questo nostro Paese non si apprezza più la professionalità, a nessun livello. e si va di gran fretta. io penso che il motivo principale per il quale molti (non tutti, eh) SV non si attengono a quello che dici correttamente sia il loro ambito naturale (blog, editoriale di commento) è che non ci riflettono. certo, il fatto che molte testate, anche importanti, etichettino sempre più spesso come pagine o articoli di scienza curiosità tipo ig-Nobel di lega bassa o bassissima (ne faccio collezione su Facebook per il sollazzo dei miei amici e colleghi) non aiuta. ecco che allora ci si dimentica dell’alleanza (bello il concetto di alleanza, bellissimo l’epiteto amica degli scienziati, no?) e si confonde la propria (supposta) autorevolezza e competenza per legittimazione a fare un altro mestiere.

    parliamone… (nei nostri mondi, voglio dire)

  5. Sono un indegno collega di Silvia, nel senso che faccio questo lavoro da molto più tempo ma lei è più brava. È stato detto più e più volte, ma sempre nascosto, di sfuggita, vergognandosi. Il problema gira attorno a una sola cosa: i soldi. Nel senso che ogni lavoro dev’essere pagato. Lasciamo perdere la dignità, l’economia, gli scambi, il Pil, il portafogli. L’idraulico è pagato per cambiare i rubinetti, il pittore per ridipingere la stanza, il meccanico per aggiustare l’automobile. Per due ragioni: 1) queste cose le sanno fare, 2) noi ci fidiamo di loro.
    Se il SV dice che “tanto che ci vuole a cambiare un rubinetto, ridipingere, aggiustare”, si trova con la cucina allagata, l’auto rotta, la stanza arlecchino. L’apparente facilità di comunicare (lo fa tutti i giorni con gli studenti, che ce vò?) è la stessa apparente facilità di aggiustare case, auto, rubinetti. Dietro la facilità ci sono anni di lavoro, di rubinetti rotti e ripagati, di auto a terra dopo duecento metri. E conoscenze, contatti, fonti, facilità di scrittura, attacchi, interviste, ritmo, ripetizioni evitate. Mettetevelo in testa, non tutti sono capaci. Se fossero veramente capaci, farebbero SOLO questo lavoro, e sarebbero pagati per questo, come noi. Persino un eccellente divulgatore e scienziato come Telmo Pievani, o come Diamond, non riuscirebbero a fare in poche ore un pezzo per il settimanale, il mensile, il quotidiano, il sito. Con linguaggi diversi, con e senza interviste, con citazioni colte e stupide (sono le mie). Per fare un bel lavoro, non c’è bisogno (solo) della buona volontà. Ci vuole preparazione, professionalità, anche e soprattutto umiltà. E tutto questo a noi è costato anni di lavoro. Che ci consente di mantenerci. Per questo ci facciamo pagare. Pochi, maledetti e a 120 giorni (se va bene).
    Dite, e gli scienziati? Appunto…

    1. Ma guarda, non sono proprio convinto del paragone. Tant’è che di fatto, se chiunque può accorgersi che la propria macchina non va (tipo perché non si sta muovendo) pochi possono accorgersi che la notizia che hanno appena letto è di cattiva qualità. È sorprendente come sia difficile per molti leggere e comprendere un testo scritto. Sempre che si avventurino a farlo. Per la stragrade maggioranza delle persone è comunque troppo noioso. Cosa vogliamo fare? (non è una domanda retorica).

  6. Silvia, non voglio continuare a polemizzare, ma è difficile spiegarsi bene senza far riferimento ai dettagli e questo non è il luogo per discuterli. Puoi fidarti oppure no, ma la tua schematizzazione potrebbe essere integrata da altre informazioni e forse, non lo so, assumerebbe una configurazione diversa. Se avrai voglia e ti fa piacere, la prossima volta che ci incontreremo potrò essere più esaustivo. E non per polemizzare, ma per ribadire che a me non può non stare a cuore il mercato della comunicazione della scienza. E’ questo il punto del tuo post che mi ha più infastidito. Con questo non voglio dire che abbiamo trovato la ricetta e di certo non siamo esenti da errori, ma non si può pensare che scherziamo sulla pelle, il tempo e il denaro di chi investe due anni della sua vita per diventare un comunicatore o una comunicatrice della scienza. Te lo assicuro, dedichiamo molto tempo a questo aspetto cruciale. E se ci rendessimo conto che davvero non c’è più ciccia qualunque cosa ci inventiamo, allora non solo non sarebbe più etico continuare, ma credo che anche noi perderemmo il lavoro. E al di là delle motivazioni ideali, questo è uno sprone molto forte a cercare nuove vie e nuove strategie di “adattamento”. Conoscevo la notizia a cui fai il link e mentre scrivevo ho pensato (giuro): scommetto 100 euro che Silvia si toglierà il sassolino dalla scarpa. Ho vinto la scommessa:)

  7. Dunque, ognuna al suo posto. Sei in pensione? Riposa. Ma non sono stanca, e sarebbe in piena regola con tasse e tutto… No, non puoi, ciao. Lavori all’ufficio brevetti e ti diletti di fisica? Ma lascia perdere, non ti sei mai chiesto se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere? Ti hanno assunto alle poste e la sera non trovi di meglio che fantasticare sulle vicende di Septimus Harding? Statale doppiolavorista, giù le mani dal nostro piatto. Scusa, ma ci penseranno eventualmente gli editori, a ignorarmi, o i lettori, perché devo auto… Taci, concorrenza sleale. Al tuo posto. Sei lontana dalla pensione, non sei un genio e non hai un briciolo di fantasia eppure, ogni tanto, quando te lo chiedono, perché capita talvolta che te lo chiedano, gratis, vai, perché ti diverti come quand’eri bambina a parlare in pubblico, a inviare un contributo a un blog, a moderare un incontro in biblioteca… Sciagurata infantile egoista egocentrica e a tua insaputa ladra, nemmeno ti rendi conto del danno che fai, così ammazzi la comunicazione professionale e noi che di quella viviamo. Vergognati. Ognuna al suo posto. Sindacalmente ineccepibile. Hai ragione. Però è anche un po’ triste, non trovi? E sopratutto vano. Sicura che non ci sia un’altra strategia? Almeno un’altra?

    1. certo che c’è: farsi pagare.
      non strapagare, come alcuni baroni dalle consulenze d’oro che prosciugano le risorse per gli altri.
      farsi pagare normale, giusto. quanto si fanno pagare gli altri.
      sennò è dumping. ed è un dumping ingenuo, che non ci fa nemmeno tanto incazzare.
      per questo ho scritto questo post: prendila come la telefonata dell’amico che ti dice “guarda, secondo me… in tutta franchezza… incazzati pure, ma io devo dirtelo…”.
      e comunque, tutto penso di questi scienziati (di cui, ribadisco, sono amica) tranne che siano egocentrici. è che la generosità è un denaro che va speso con dovutà proprietà.
      (psss… io lavoro con un sacco di statali e anche stasera ci siamo avventurati nelle discussioni su doppilavori e fiscalità. nessun problema, purché riusciamo tutti a creare un mondo in cui esprimerci al meglio, per noi e per il nostro pubblico, se c’è).

  8. Se fosse solo un problema dei giornalisti/comunicatori scientifici saremmo (noi, voi molto meno) a cavallo. Invece mi pare un malcostume molto diffuso per cui, paradossalmente chi non si può permettere di lavorare per poco o nulla diventa il lavativo sempre pronto a lamentarsi. In ogni caso mal comune, nessun gaudio.

  9. Cara Silvia, ti sei sfogata? 🙂 e quindi? Secondo me ignori meccanismi più grossi di quel che pensi..di te..e di me…e poi basta con questa storia che gli scienziati non devono comunicare quello che fanno…è parte integrante del lavoro del ricercatore divulgare…voi avete un ruolo diverso come giornalisti scientifici…e “non servite” (o servite in modo diverso) a tutti gli scienziati per dire quel che fanno…comunque complimenti per come porti avanti il tuo lavoro 🙂

    1. uh, ma non avevo niente da sfogarmi. solo volevo proporre una riflessione.
      io con il mio lavoro sto benissimo, anche se noto segni di cedimento e ogni tanto mi girano le balle. ma non per il comportamento degli scienziati, ci mancherebbe, per quello di alcuni editori e di alcuni colleghi.
      e grazie che abbiamo un ruolo diverso!
      è proprio quello che volevo dire.

  10. ri-posto il commento che ho fatto su fb, se ci riesco (ecco vedete che primitivo sono…non so neppure come si usa un bog 😀 )
    ecco, io non mi considero proprio un SV, ma mi e’ capitato di scrivere cose su richiesta di altri per articoli di riviste o quotidiani. a mia discolpa posso dire che sempre erano richieste da parte di un giornalista e il pezzo era firmato dal giornalista (non da me), mentre io figuravo come diciamo “esperto” che rispondeva a delle domande o commentava su dei fatti. Cito questo solo per dire che la maggior parte delle volte lo SV opera cosi’: lo chiamanod a un giornale e gli chiedono se e’ disposto a commentare un certo argomento. Gli rifilano delle domande (a volte) oppure gli illustrano semplicemente il “casus belli”. Alla fine il succo del pezzo viene al 70-90% dallo SV, ma il giornalista lo scrive nello stile, appunto, del giornalista. Rubiamo il lavoro a qualcuno? Direi di no. Per lo meno non al giornalista che scrive il pezzo. Dovremmo rifiutare? Credo proprio di no. Ci sono SV che scrivono articoli per giornali gratis e li pubblicano a loro firma (insomma facendo la vece dei giornalisti)? Se lo dici tu ci credo ma io personalmente ne ne conosco. Pero’, credo che non sia tanto lo SV che vada bastonato, quanto l’editore che cheide allo SV di fare un lavoro (gratis) che dovrebbe fare il giornalista. Anche perche’ lo SV e’ pure quello che quando il giornalista chiama e dice: vorrei un commento su questa notizia ma mi serve entro due ore, magari quello molla la sua grant application e scrive, pensando di fare un favore non tanto al giornalista quanto alla comunicazione. Consapevole che i contenuti (presumibilmente corretti) che srivera’ saranno poi comunicato da un (presumibilmente) professionista. Cui non ha rubato il lavoro ma ha dato una mano. Come dici tu, SV e giornalisti scientifici sono amici (o dovrebbero esserlo). Forse dovreste spiegarlo anche agli Editori. No offence meant, Silvia, lo sai che apprezzo il tuo lavoro 😀

  11. Beato C!
    Da scienziato statale posso dire che è molto difficile trovare “tempo libero” da dedicare a una seconda attività, soprattutto se impegnativa e altamente qualificata come quella di “comunicatore scientifico”. A parte ovviamente quelle rarissime occasioni in cui lo scienziato si trova a dover divulgare le proprie ricerche al pubblico.
    D’altronde lo scienziato deve fare la scienza, mica comunicarla; per quello esiste un’altra categoria professionale.
    A questo punto, o chi ha commissionato il lavoro non ha bisogno di un professionista e si accontenta di uno scienziato che prova a raccontare quello che fa, oppure C non si può definire scienziato e se noi lo paghiamo da scienziato forse forse qualche problema c’è.
    Magari la soluzione sarebbe assegnare lo stagista D al professionista A. Ma il professionista A ha voglia di accogliere l’onere di seguire lo stagista D?
    Oppure, ancora meglio, lasciare entrare A e i suoi colleghi negli enti statali, perchè di gente come loro che possa mettere in comunicazione la scienza con la società l’Università italiana avrebbe davvero tanto tanto bisogno.

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