Venti piccoli indiani e dieci anni di statistiche sulla ricerca italiana

Sui banchi della prima liceo eravamo trenta. In quinta, venti.
(Sì, era una scuola selettiva: sezione A, tedesco. Capite).
Dicevo: eravamo venti selezionati studenti di un liceo scientifico di una città universitaria del centro Italia con novantamila abitanti e tre prestigiose università, più centri di ricerca, istituti, roba grossa.
Oggi, di noi venti e probabilmente anche di noi trenta, solo una lavora in un’università pubblica come ricercatrice. Con un contratto a termine.
Ce ne sarebbe stata un’altra, ma un anno fa ha perso l’ultimo concorso ed esaurito l’ultima borsa di studio, così ha lasciato il suo dipartimento e, non senza soffrire, ha cambiato lavoro. Ce n’è poi uno che lavora in un’associazione no-profit di ricerca, in un’altra città, ma è un’altra cosa.
Certo: non eravamo una classe di geni (quelli erano nella classe di sotto), nonostante i nostri tre sessantisti* e nonostante la maggioranza di noi, con la commissione esterna, abbia lasciato il liceo con un voto tra 50 e 60.
E certo, questa non è una statistica. È una cena di classe diciannove anni dopo la maturità.
Però.

Ero lì che pensavo alla cena di classe, e (gulp!) ai diciannove anni, quando ho letto che la ricerca italiana non è poi così male. Accidenti, dai.
Allora, tutta allegra, ho chiesto alla mia unica ex compagna di classe ancora all’università se avesse visto la notizia: insomma, eh, una bella notizia.
La sua risposta, icastica: sì l’avevo vista ma in realtà io non sono affetta dalla sindrome di Scopus, e dell’H index me ne frega il giusto visto che sono in un vicolo cieco e non mi serve a un fico secco.
Ha un contratto a termine, dicevo. E il termine è molto vicino.
La mia amica ha continuato: e poi vedo due grossi bias nella lettura di quella statistica.
Il primo è che a occhio non considera i non-strutturati come me, che pubblicano valanghe di articoli ma che per questi indicatori sono invisibili.
Un esempio veloce? Nel 2011 ho spopolato con gli articoli e in tanti ho messo almeno uno strutturato (questa non l’ho capita, ndr): se ce ne sono, metti, altri 3 come me, e ci sono, lo strutturato di riferimento risulta aver pubblicato 4x una paccata di articoli. E quindi poi io, Silvia, che non sono tanto pratica della cosa, leggo la statistica di Nature e trovo che i nostri ricercatori sono pochi ma molto efficienti.
Ah: lei dice non-strutturati, perché nel suo ambito disciplinare si dice così: del resto, qui i dati mettono insieme ambiti disciplinari diversi, quindi anche lessici, numeri e consuetudini diverse, ma credo che ci possiamo capire.
Non solo, prosegue. È sempre questione di denominatori. L’investimento è basso per forza perché (anche ammettendo che strutture, attrezzature e laboratori siano uguali tra l’Italia e gli altri paesi europei, poniamo) qui invece di ricercatori contrattualizzati a tempo determinato abbiamo un esercito di borsisti, assegnisti, cococo che non hanno quasi contributi previdenziali, tfr, tredicesima… e quindi costano molto meno. Cioè: un ricercatore td costa circa 50k euro/ anno: una come me e i miei tanti colleghi tra i 21 e i 30-35k (di più non l’ho proprio mai sentito).
Quindi abbassiamo il parametro spesa (al denominatore quando si dice che facciamo buona ricerca per quel poco che spendiamo) semplicemente abbassando, nei fatti, il numero di quelli che consideriamo ricercatori: non è un artificio retorico, perchè li paghiamo di meno.
Il secondo bias (con cautela, eh…) è più difficile. Sono i malcostumi italiani: l’articolo di gruppo, con tanti autori che si scambiano i favori e le firme, e soprattutto l’autocitazione, la citazione degli amici e degli amici degli amici… Che fanno crescere le citazioni per articolo, indipendentemente dal fatto che l’articolo sia buono o meno. Sono abitudini che stanno andando a sparire, come no: mi dice lei con poca convinzione.
Comunque, conclude scoraggiata, non sono un’esperta, quindi queste cose prendile un po’ così. Se avessi un altro compagno del liceo oggi all’università, potrei chiedere a un’altra campana, e invece non ce l’ho.

Poi ho letto che in effetti l’interpretazione di quella brevissima su Nature, e della sua fonte originale, è un po’ più complessa, anche se sì: i nostri scienziati producono ricerca di buona qualità con poche risorse. Ora, soprattutto, le poche risorse mi sembrano una pessima notizia. E che i nostri riescano a farli valere (indipendentemente dall’ambito disciplinare?) mi sembra una cosa di cui andare orgogliosi, certo. Ma è un po’ come quando mi dicono che noi possiamo fare tutto con poco tanto gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi e io, tra me e me, penso: arte una sega.
Infine, ho letto che la ricerca italiana ha il solito problema: i ricercatori sarebbero anche bravi ma quell’italica arte di arrangiarsi la portano quasi sempre all’estero. Ed eccoci a preoccuparci di nuovo di che fine farà la ricerca italiana.

E infatti, mi sembrava. Sono dieci anni che faccio questo lavoro: ogni anno arrivano statistiche su come vanno la ricerca e l’università italiana e mi pare che portino sempre più o meno cattive notizie. Sono anche dieci anni che vedo i miei compagni del liceo cambiare lavoro e gli amici allontanarsi dalla ricerca e dall’università italiana, che non faranno statistica ma fanno impressione.
Dopo dieci anni così, ha senso salutare con entusiasmo una statistica che sembra fatta per dire: persino l’Italia, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, persino l’Italia batte XXX? E salutarla dicendo che, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, l’Italia addirittura batte XXX? Ha senso davvero se tutti gli indicatori in dieci anni di statistiche, comunque calcolati, con poche variazioni tra l’una e l’altra, non portano buone notizie da un po’, volerne vedere a tutti i costi una ottima in un rapporto scritto da altri con altre intenzioni? Anche perché ci sono le peculiarità italiane, dicevamo.
O il mio dubbio è il solito disfattismo da menagrami, per giunta nel giorno più triste dell’anno?
Non so.
La mia amica ha il contratto ancora per qualche mese. Poi boh. Dovrò spicciarmi a chiederglielo perché lei è l’ultima piccola indiana. Potrebbe succedere che alla prossima statistica interpretata da tutti, lì per lì, con un inusitato ottimismo, anche lei avrà cambiato lavoro.

(Lo so, non c’entra niente, ma tutto questo mi ricorda il peggior nuotatore del mondo (anche qui), quello che, per i mezzi che aveva e per il contesto in cui viveva, era da Olimpiadi. Però faceva i 50 metri in 1′ 57″ che più o meno è quanto ci metterei io domani se avessi voglia di cercare una piscina vicina a casa.
Adesso lui è addirittura l’allenatore della nazionale di nuoto della Guinea equatoriale. È di sicuro un bel risultato, anche se la nazionale di nuoto della Guinea equatoriale non ha partecipato alle ultime Olimpiadi. Un bel risultato, anche se dipende dal fatto che in Guinea equatoriale il nuoto non lo pratica nessuno.
Lo so. Il paragone non tiene: nella nostra ricerca i sistemi di valutazione non funzionano con la precisione dei cronometri. Ma comunque qui da noi vengono accolti sempre con un po’ di irritazione, sempre. Chissà perché.
E poi, vabbè, qui i ricercatori capaci ci sono davvero e non mancano, come i nuotatori in Guinea equatoriale: semmai sono come bravi nuotatori che non hanno le piscine, tipo la mia amica del liceo. Ma se non hai la piscina, per quanto tu sia bravo, come ti alleni?).

 

* era il 1995: i voti erano in sessantesimi, non in centesimi.

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10 pensieri su “Venti piccoli indiani e dieci anni di statistiche sulla ricerca italiana

  1. Diciamo anche che questo tipo di statistiche va sempre letto tenendo conto che aggrega settori e realtà molto diverse.

    Comunque, una possibile spiegazione rispetto all’alta produttività del ricercatore italiano (media) è il fatto che il settore pubblico è largamente dominante rispetto al privato, e infatti in modo consistente vediamo che il numero di brevetti è deficitario in Italia.

    Certamente si può dire che sbandierare che ‘i nostri ricercatori sono i migliori’ gonfiandosi il petto non aiuta a risolvere i problemi strutturali del nostro sistema

  2. Il mio relatore di tesi sta pubblicando a manetta negli ultimi mesi, tutta roba fatta da me e altri laureandi che una volta, appunto, laureati se ne sono andati. In tutti questi paper nonostante il lavoro sia stato fatto da noi il nostro nome non esiste, se non fra i “ringraziamenti” per il “lavoro sperimentale iniziale”. La sua tattica è stata quella di contattare me ed altri (ho scoperto in seguito) per “rivedere insieme alcune cose prima di pubblicare” quando già io (che sto facendo il PhD in un altro Paese) e gli altri stavamo lavorando a tutt’altro e abbiamo risposto picche. Adesso lei e il suo sottoposto si ritrovano 5-6 articoli nel 2013-2014 (tanti, ti assicuro) in cui compaiono fra gli autori solo ed esclusivamente i loro due nomi… eccerto che poi sono in pochi eppure fanno tanto!
    Sottolineo che è un aneddoto e non è la norma, anzi, può essere che sia un caso più unico che raro, ma dopo questa brutta esperienza chi me lo fa fare di tornare in Italia? Forse, in fondo, non ho nemmeno più voglia di stare all’università, ovunque sia, a far fronte ad altri 1000 problemi oltre il lavoro vero e proprio.

  3. Mi permetto di provare a tradurre per i non addetti ai lavori quello che t’ha detto la tua compagna:
    1-la presunta efficienza e produttività dei ricercatori italiani “ufficiali”(gli strutturati) che misuriamo in “articoli a testa” è gonfiata dal fatto che in realtà i loro articoli sono scritti da un esercito di precari (i non-strutturati). Quindi in realtà produciamo gli stessi articoli a testa degli altri, se va bene…
    2-la presunta efficienza di spesa, misurata sempre in euro a testa “ufficiale” va corretta per la solita marea di non ufficiali, quindi non abbiamo pochi che producono poco ma buono con quello che hanno, ma una barca di sottopagati che producono tanto in cui poi peschiamo qualcosa di decente.

    Ma soprattutto, come giustamente dici tu, anche fosse avrebbe davvero importanza se tutti si sentono traditi e derubati della loro dignità e non vedono l’ora di levare le tende?

  4. Mi permetto di aggiungere:
    – l’articolo di gruppo e/o l’obbligo per i “sottoposti” di inserire anche il professore è presente (molto presente) anche negli altri paesi, soprattutto dove vale il “publish o perish” o dove i soldi si prendono solo in funzione della produttività (esperienza diretta);
    Nel leggere il report ELSEVIER per UK (da dove son presi i grafici) noto che:
    – il fatto che in Italia ci sia un esercito di precari è incluso nella ricerca ELSEVIER in quanto definisce come “Researcher” “This definition includes members of the armed forces who perform R&D, managers and administrators engaged in the planning and management of the scientific and technical aspects of a researcher’s
    work, and PhD students engaged in R&D” (pg.21),
    quindi nel numero dovrebbero esserci tutti precari non precari amministrativi etc;
    – gli indicatori utilizzati hanno come base dati SCOPUS, e SCOPUS non distingue tra figure precarie e non strutturate;
    – Il grafico a pg.82 dove si riporta il n.° di articoli per milioni di dollari investiti (che è quello più interessante) non tiene conto del numero di ricercatori, dice che la spesa italiana in ricerca è più efficace rispetto a quella di altri paesi;
    quanto detto dalla tua amica:
    “Il primo è che a occhio non considera i non-strutturati come me, che pubblicano valanghe di articoli ma che per questi indicatori sono invisibili.”
    non è corretto l’indice vede questi soggetti perchè sono a Bilancio dell’università quindi del MIUR,
    ma è vero che si spende poco, grazie a una barca di sottopagati (può essere), e si produce tanto, ma se l’uso dei sottopagati è efficace, per quale ragione cambiare sistema ?
    Questo è il nodo di molte tuoi riflessioni, Silvia, perché molti settori continuano a reggersi sulla buona volontà dei singoli?

  5. Scusate, posso proporre un esercizio?
    immaginiamo di avere due paesi identici, la Tirchiolandia e la Prodigalia. In entrambi ci sono 10 ricercatori (comunque misurati) bravissimi e 20 bravi. Tirchiolandia investe 10 Mtalleri in ricerca, e siccome hanno un sistema efficientissimo di distribuzione dei fondi, finanziano (stipendio e fondi di ricerca) solo i 10 bravissimi che producono 100 articoli (gli altri 20 potenziali ricercatori fanno gli operatori in un call centre). Al contrario Prodigalia li finanzia tutti e 30, spendendo 30 Mtalleri e ottenendo i 100 articoli di cui sopra, più altri 100 dai ricercatori “solo” bravi.
    Wow: Tirchiolandia ha il più alto numero di articoli per ricercatore e anche il più alto numero di articoli per tallero speso! Ergo, i ricercatori di Tirchiolandia sono più bravi – non sequitur. Se Tirchiolandia spendesse quanto Prodigalia produrrebbe 300 articoli – non sequitur. L’unica cosa sensata che si può dire è che probabilmente si vive meglio a Prodigalia, o per lo meno che le prospettive di crescita sono più alte a Prodigalia che a Tirchiolandia. Quando si “normalizza”, si aggiunge un denominatore, ed è facile dimostrare tutto e il contrario di tutto. Potremmo normalizzare rispetto alla popolazione (allora sai che tonfo la Cina!), oppure – perché no – rispetto al numero di università o di laureati e così via, ricamandoci sopra a piacere. Se poi decidiamo che dobbiamo spargere ottimismo ad ogni costo, vanno benissimo i denominatori presentati negli articoli citati.

  6. in risposta a kristian:

    e’ vero che l’obbligo di mettere il nome del gran capo c’e’ in tutto il mondo, ma
    per qualche ragione gli articoli italiani sono quelli con il maggior numero di autori (almeno nei settori
    che conosco). qunato al grafico di pagina 82 e’ vero che i soldi spesi in ricerca producono piu’ qui
    (e in Tirchiolandia), ma non e’ vero l’implicito sottinteso (siamo piu’ bravi perche’ produciamo
    di piu’ con meno) – se finanziassimo solo il singolo ricercatore che stampa piu’ di tutti, sai dove
    porteremmo l’Italia in questa classifica demenziale!
    infine il commento cinico in fondo: visto che sottopagandoli producono di piu’, perche non continuare?
    vero, solo che cosi’ 26 su 46 ricercatori (di quelli bravissimi) portano se stessi e i soldini relativi in
    qualche altro paese, senza che a nessuno di fuori passi neppure lontanamente per il capo di venire qui.
    e’ sostenibile alla lunga?

  7. Cara Silvia Bencivelli, giornalista scientifica, ha ragione Walter. Ragioni da vendere.
    Vi racconto una cosa.
    Allora, lo sapete: noi abitiamo in Tirchiolandia, non c’è dubbio. Una particolare regione di Tirchiolandia si chiama Tirchiumbria dove c’è l’università di Tirchiaperugia dove, udite udite… si trova(va)* il Dipartimento di Fisica che secondo la classifica di Repubblica (Repubblica!!! mica l’eco di Santa Rita che potrebbe essere accusato di piaggeria) è il primo in Italia nel settore della ricerca. Il primo!!! (Prego controllare qui se non ci credete: http://www.fisica.unipg.it/archives/_documenti/pdf/Fisica2013CENSIS.pdf).
    Ora, io ho più di un motivo per essere contento della classifica di Repubblica però… quel Dipartimento lo conosco bene e so anche che è schizzato in cima alla classifica perché ci sono alcuni (2, dico due!) docenti che sono stati bravi (o fortunati) a portare un certo numero di progetti europei finanziati con un bel po’ di soldi. 2 docenti su una trentina… (nel frattempo uno se ne è andato e l’altro non starà ancora tanto…). Il potere perverso dei numeri razionali ha fatto sì che gli indicatori di Repubblica (normalizzati per numero di docenti) schizzassero verso l’alto portando quel Dipartimento in cima alla classifica italiana. Tuttavia nessuno sano di mente può sostenere che la Fisica di Perugia sia la prima in Italia.
    Morale:
    1) questo tipo classifiche non servono poi a molto se non a far sorridere chi sa come stanno veramente le cose e ad ingannare qualche sprovveduto.
    2) Si vive meglio a prodigolandia che a tirchiolandia (ma questo l’ha già detto Walter). Questo tipo di articoli giornalistici non serviranno ad impedire che sempre più ricercatori se ne vadano e sempre meno ce ne vengano.
    3) Nessuno può utilizzare questi dati per continuare a tenere i finanziamenti della ricerca in Italia a questo livello indecente.
    Infine, dice la Bencivelli: “Sono dieci anni che faccio questo lavoro: ogni anno arrivano statistiche su come vanno la ricerca e l’università italiana e mi pare che portino sempre più o meno cattive notizie.”
    E’ vero. Ed è altrettanto vero che la ricerca in Italia è peggiorata in questi dieci anni mica migliorata. Stiamo peggiorando. Stiamo perdendo terreno rispetto ai paesi civili. Stiamo arretrando nella capacità di produrre conoscenza e quindi ricchezza. Questo è un fatto. Il resto sono curiosità statistiche.

    * Il Dipartimento di Fisica in oggetto non c’è più. Ora c’è il “Dipartimento di Fisica e Geologia”. Davvero una cosa che fa pensare…

  8. Silvia, non so in che campo lavori la tua amica ma ti assicuro che in alcuni ambiti di ricerca le pratiche dell’autocitazione, delle citazioni incrociate e degli scambi di firme sono diffusi sia in Nord Europa che in Usa e Canada (fisica e ingegneria).

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