Oggi al Senato: la scienza incontra la politica e viceversa. Prove di dialogo, riuscite

(Scrivo questo post dopo aver consegnato un articolo serio che racconta la stessa cosa).

Stamani a Roma è successa una di quelle cose che in altri paesi è del tutto normale, cioè un gruppo di scienziati è entrato al Senato con una presentazione in Power Point e ha parlato di scienza. Invece da noi questo fa notizia, perché è la prima volta e suona strano, e comunque c’è sempre qualcuno che critica perché non è così che il paese cambia.
Forse, forse è vero. Intanto ci siamo trovati lì, in un centinaio di persone invitate dalla Commissione Sanità, tutte evidentemente abbastanza nuove dei cerimoniali della politica da sorridere delle cravatte intorno al collo dei colleghi maschi, e a farci fotografie con sfondo boiserie di nascosto dai serissimi commessi.
C’erano i politici (Giorgio Napolitano e Piero Grasso, per dirne due a caso), gli scienziati (biomedici e fisici), gli scienziati-e-politici (Elena Cattaneo, promotrice della giornata), giuristi-economisti-filosofi (ma non chiamateli umanisti: lì anche chi parlava di diritto si è riferito alle scienze giuridiche), e un allegro manipolo di giornalisti scientifici abbastanza divertiti e quasi emozionati, come una scolaresca cresciutella.
Siamo stati insieme dalle 09.00 (per i più eccitati, come la sottoscritta) alle 15.00 (per i più testardi, come la sottoscritta). E, onestamente, la sottoscritta si è divertita un sacco.

Va bene, a dirla tutta alcune delle presentazioni dei nostri scienziati sono state noiose, ma noiose, noiose come solo uno scienziato italiano sa essere in pubblico. E alcune erano anche mal impostate, roba da chiedersi se i nostri scienziati non abbiano amici normali a cui sottoporre le proprie relazioni prima di andare a parlare di fronte a una platea di non-scienziati. Però si capivano tutte ed erano tutte presentate con entusiasmo e passione. È poi vero che lo scienziato italiano ha l’inelegante tendenza a chiedere soldi per sé, per quel che fa, e a proporre la propria ricerca con accanto il piattino, ma lo trovo abbastanza comprensibile e non credo di poterlo biasimare.
Insomma, alla fine si capiva: ragazzi, si capiva perché fossimo lì.
Tra gli scienziati c’è stato chi ha concluso lanciando appelli precisi alla politica (mi pare di capire che questi scienziati italiani chiedano regole di reclutamento, controllo, valutazione, e finanziamento della ricerca chiare e in linea con gli standard internazionali, mi pare). C’è stato chi ha raccontato che cosa succede a casa propria e chi è partito dall’ABC delle proprie ricerche. A volte forse qualcuno ha interpretato male la propria missione. In generale, hanno funzionato. Cioè: Napolitano ha ascoltato con attenzione (e non si è distratto come la solita sottoscritta, continuamente a mandare sms e a postare cose sui social network per raccontare agli amici omamma che emozione!). E che ascoltasse Napolitano, con gli altri politici, era il reale obiettivo del gioco.

Ora, dicevo: non so davvero se questo cambi il paese. Possiamo divertirci con tutti i nostri sofismi sull’allocazione delle risorse e sulla miopia di certi sistemi italiani, sempre avviluppati sulla loro dialettica barocca. Ma mi pare che, se il tentativo, di questo e dei prossimi simili incontri, è quello di inaugurare un sistema per cui lo scienziato racconta al politico che cosa sta facendo coi soldi pubblici e quali sono le idee che ci stanno dietro, il tentativo possa riuscire. O che comunque vada incoraggiato.
Aspettate, mi pare di sentirli i soliti gufi: staremo a vedere che cosa cambia davvero... Eccerto che staremo a vedere: è il nostro mestiere. Di sicuro, però, non me la sentirò più tanto di dire che nei palazzi della politica non ascoltano la scienza. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ascolterà, qualcuno (tra gli scienziati) dovrà chiedersi come farsi ascoltare e poi anche capire, qualcun’altro dovrà scoprire come trasformare questo dialogo in qualcosa di buono per tutti. Ma ci si proverà. Parola di Napolitano, “questo sforzo continuerà per l’accanimento personale di qualcuno, un accanimento che ci fa molto bene…”. E questo qualcuno era probabilmente Elena Cattaneo, protagonista della giornata e ben sorridente dall’inizio alla fine.
Io, intanto, ho maturato un’opinione sorprendentemente buona del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che le ha cantate chiare e giuste, mentre noi ci guardavamo stupefatti e ci scrivevamo sms dal seguente contenuto: ma davvero è berlusconiana? risposta: no, adesso è alfaniana... contropensiero: beh, sticazzi. Brava.
E riecco i gufi: sì ma poi, nei fatti… perché è facile compiacere platee come la vostra… Forse è vero. Intanto di fronte a duecento orecchie quelle parole le ha dette, e belle forti. Cioè: pensavo peggio, davvero pensavo peggio. Poi uno si ricorda di un paio di vicende intorno al caso Stamina e anche del fatto che alfaniana?! Beh, sticazzi: qui è stata brava! della Lorenzin ce lo eravamo già detti.

Infine. Dopo la sei-ore-sei (senza manco un bicchiere d’acqua: lo dico per chi è già pronto a chiamarci kasta!1!), la Cattaneo ci ha portato a vedere il Senato e il suo banchino in prima fila, coi tasti per votare e tutta la geometria complicata della sala. Bene, ci ha detto che il Senato italiano è organizzato benissimo, sono tutti efficienti, puntuali, precisi, rispettosi delle regole, attenti alle esigenze di tutti. E quindi: sono dovuta venire a Roma per trovare la Svizzera!
Magari domani tornerò a essere la solita rompicoglioni lagnosa di sempre, ma oggi pomeriggio me ne sono venuta a casa un po’ più allegra. E ho aspettato l’autobus insieme ai turisti stranieri, sotto al sole tiepido e col cappotto aperto, senza sentirmi in difetto perché sono nata, vivo e lavoro in questo disgraziato paese qui.

(nella foto sotto due partecipanti all’incontro di stamani, fotografate da un terzo, all’insaputa dei commessi del Senato. Le altre foto sono tutte più o meno così, ma con meno giovanile sfacciataggine, perché non ci avevano ancora rimproverato per l’infrazione al protocollo).

 

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