Come va a finire? La comunicazione della scienza al tempo della crisi

[Quello che segue è un post ad altissimo rischio banalità. Spero che si risollevi coi commenti dei lettori più generosi].

Chiunque faccia un mestiere a soffietto (tipo il mio, il freelance, il commerciante, oppure il traduttore, il semprevalido idraulico e chi più ne ha più ne metta) si trova spesso a chiedersi come vada avanti la storia. Che cosa ci sia nell’ultimo capitolo, che cosa ci aspetti là in fondo, come diavolo camperemo tra dieci o vent’anni, ma anche tra due.
Per la mia professione oggi le cose si stanno mettendo così.
Quello che un tempo era pagato X, e con X/2 (cioè il netto) ci compravi un biglietto andata/ritorno per un posto a trecento chilometri da casa o un bel paio di scarpe da pioggia, oggi è pagato tra 0,8X e (più spesso) X/2, e con X/4 oggi ci mangi una pizza. Una pizza dietro casa, e se piove pazienza.
Quello che un tempo era pagato bene, che chiedeva fatica e studio ma ti faceva sentire valorizzato per le tue competenze, oggi è pagato la metà secca, non importa il resto. E mentre sei lì, come un San Sebastiano su un palco, a ricevere dalla platea le frecciatine di quelli che La mia più che una domanda è una provocazione, e le solite stupidaggini di chi si sente più furbo perché si vede a occhio e non c’è bisogno di tanta scienza, che ha letto su internet una vaccata scambiata per verità, e critica noi della scienza ufficiale, ti risuona in testa sempre più forte: ma perché ho accettato questa moderazione ingrata? Almeno mi pagassero bene, bene come un paio di anni fa, i cretini li sopporterei meglio. E invece: tiratemi pure addosso, io lo faccio per passione.
Infine, tanti lavori che un paio di anni fa c’erano, spesso non ci sono proprio più. Se ci sono ancora, sono diventati volontariato: sposa la mia causa, sii buono, è per la collettività con varianti più o meno imbarazzanti. Ho appena ricevuto una mail che lo dice ancora prima di fare le presentazioni: gentile Silvia, visto il nostro budget limitato… e lì io già ci andavo gratis, perché sono buona ed è per la collettività.

Tecnicamente, si parla di vacche magre*.
Un paio di piccole consolazioni: succede sempre più spesso anche nei paesi che ci piace chiamare civili, come quelli anglosassoni, con strascichi importanti. E succede, pare, a tutti. O almeno a tutti gli amici miei, quelli bravi e onesti e soprattutto con cui posso confrontarmi. Ci incontriamo come carbonari in piccole mailing list e ci diamo appuntamento in malora o a remengo: anche tu vai in malora? ci vediamo là tra qualche giorno! Fa ridere, ma mica tanto.
Io ho sempre detto che noi della scienza siamo privilegiati. Perché abbiamo più mercato, siamo più versatili e riconoscibili dei nostri colleghi giornalisti generici: siamo specializzati, accidenti. Ma mi sto rendendo conto che forse noi soffriamo più degli altri lo scadimento della qualità dell’informazione, perché proprio sulla qualità punta chi è specializzato. Lo soffriamo anche psicologicamente, come il San Sebastiano di cui sopra. E allora (sentite con che strazio): come andrà a finire?

Tra le tante cause di tutto questo, quella che viene più spesso tirata in ballo è la mancanza di un modello di marketing per la roba web. Cioè: non si sa bene come far rendere la roba online, poi online c’è di tutto, e la gente non capisce il diverso valore di quello scritto (gratis) da chissachì in un sito di controinformazione e quello che invece è scritto da uno specializzato in quei temi e magari sano di mente. Perché dovrebbero coprirti d’oro per scrivere online?
Intanto i giornali di carta non sembrano passarsela bene, basta dare un’occhiata ai trend delle vendite, agli investimenti pubblicitari o ai compensi per i collaboratori: investire solo nella scrittura di carta sembra essere una pessima idea al momento (ditelo anche all’ordine dei giornalisti, se vi capita).
Le aziende radiotelevisive… vabbè.

Restano le istituzioni: le istituzioni scientifiche, nel mio caso, pubbliche e private. Mi chiedo se, visto il problema di cui sopra, per cui web pullula di cazzate pseudoscientifiche scambiate per informazioni serie, e visto che non si può chiedere al pubblico (no, non si può chiedere) di essere in grado di distinguere che cosa c’è di vero, mi chiedo se non correranno ai ripari.
Tipo facendoci lavorare, in tanti, e bene**: selezionandoci per le nostre competenze, chi ne ha, in comunicazione, in strategie di comunicazione, in comunicazione dei rischi, in comunicazione ai piccoli, in comunicazione in emergenza, in comunicazione web, in comunicazione della scienza ai non scienziati e così via. Costruendo uffici comunicazione all’altezza dell’impresa. E costruendo professionalità all’altezza dell’impresa.
Quindi forse, piano piano piano, ci sposteremo davvero sull’istituzionale (e ci sarà chi questionerà sulla nostra indipendenza).
Forse ci inventeremo qualche forma associativa capace davvero di promuovere il nostro ruolo e di difenderci (e quello questionerà sulle definizioni).
Forse arriverà una nuova tecnologia che cambierà di nuovo il panorama e i più bravi di noi si adatteranno ancora una volta (mentre qualcuno resterà al palo a questionare, tiè).
Non lo so.
Forse invece è solo una fase: se fai un mestiere a soffietto lo devi mettere nel conto che a volte soffi e a volte no. Non succederà niente di eclatante, a breve: semplicemente ricominceremo a soffiare. In fondo, me meschina, è quello che spero.

 

* Io resto col sospetto che a volte le vacche magre vengano messe a palizzata a nascondere quelle paffute. Ditemi pure che sto diventando paranoica.
** La comunicazione della scienza non è un lusso: è un settore strategico per lo sviluppo scientifico e culturale di un paese. Solo che a volte mi sa di essere nel paese sbagliato.

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8 pensieri su “Come va a finire? La comunicazione della scienza al tempo della crisi

  1. Senti questa:
    1) Banalità, ben assortite, ma banalità
    2) Ben assortite, banalità, ma ben assortite.

    Scegli tu

    P. S. Scherzo. È proprio proprio così, anche dentro i giornali, con alcuni punti oscuri che hai svelato (la storia delle vacche per esempio).

  2. Questo post mi ha ricordato una cosa: a cosa serve il giornalismo anche ai tempi di internet. Sì perché ho letto l’articolo su Le Scienze su Stamina e mi sono mozzicato le mani per aver perso tanto tempo a leggermi i vari debunking, i blog, i post sul caso e tutto questo solo per farmi un’idea. Poi invece una Silvia “qualunque” ci fa un pezzo di bravura su Le Scienze e ti dici. Ecco quello che cerco ecco quello che voglio. Acquistare un articolo (carta o digit non importa)e leggrlo per farmi un’idea, per sapere come sono andate le cose e siccome ho molte cose da fare durante la giornata, mi basta leggere un articolo che ha già fatto il lavoro per me. Cioè il/la giornalita ha fatto il lavoro per me: ha selezionato per me, ha lavorato pre me, ha studiato al posto mio, ha sbuffato e si è impappinato al posto mio, ha girato a vuoto, ha “perso tempo”, scambiato mail e post, letto link e tutto questo per far un articolo che io potessi leggere e capirci qualcosa che so? di Stamina. L’articolo su Le Scienze mi ha ricordato una cosa che non farò più ricerche, né inseguirò post sui vari gruppi fb o blog per capire, posso sfoltirne molti e tenere quelli veramente bravi e piacevoli da leggere. Il resto nel cestino a fare chrkchhrk con lo Svuota Cestino. Un giornalista è questa roba qua e merita di essere pagato che poi è il lasciapassare per me di garanzia certa o comunque affidabile. Fine. Ah! che poi l’articolo non era brillante, ma “normale” come dovrebbe essere nella media qualunque articolo d’inchiesta. Però era rigoroso, teso, sobrio, vabbè lo sai che sei brava a scrivere non era il compito del mio comment. Ciao ciao.

  3. “E costruendo professionalità all’altezza dell’impresa.
    Quindi forse, piano piano piano, ci sposteremo davvero sull’istituzionale (e ci sarà chi questionerà sulla nostra indipendenza.”
    no per favore, pure tu Silvia, non istituzionalizzarti prima ancora di aver fatto la rivoluzione 😉

  4. Ho appena letto che sono ancora in tempo per cambiare lavoro? 😀

    Il punto sulla comunicazione istituzionale mi ha colpito molto. Durante il Festival di Internazionale a Ferrara ho fatto un workshop con Eugenio Santoro sulla comunicazione della salute sul web (giusto per tenermi allenato dato che per ora faccio gavetta in una piccola redazione locale dove la scienza – a proposito di comunicazione privilegiata- sta in fondo alla lista) ho notato che molti dei miei compagni di classe, che venivano da uffici di comunicazione pubblica non sapevano dove andare a trovare e cosa trovare sulle materie e sui portali che dovrebbero essere il loro pane quotidiano. Molti non avevano la minima idea di come funzioni la comunicazione sui social media (tipo “cosa è un Twitter?”) e sulle opportunità che offre. Da queste piccole cose oggi potrei rispondere a uno dei tuoi quesiti: le istituzioni non correranno ai ripari perché non sanno né da cosa ripararsi (se non da una generica ignoranza che spopola su Twitter) né come costruire un riparo. La comunicazione istituzionale va alla deriva e manco se ne rende conto, naviga su una barca vecchiotta in un mare diverso da quello per cui era stata pensata. Il punto principale delle cazzate pseudoscientifiche è che rendono le persone partecipi di qualcosa, le attraggono, smuovono sentimenti, sono martellanti, insistenti, trovano sponsor ad effetto (da Max Gazzé a Giulio Golia) per campagne comunicative ad effetto. Noi siamo in grado di farlo?

    E ancora, (mi scuso se faccio esempi provinciali) qui a Ferrara cerco di occuparmi del tema geotermia. Vogliono fare un nuovo impianto. Le istituzioni, tutte, dal Comune all’Università, non hanno mai considerato la comunicazione -della salute, del rischio ecc- come uno strumento da utilizzare per informare la cittadinanza e renderla partecipe di una decisione fondamentale, soprattutto dopo i timori dovuti al sisma del 2012: in questo frangente la comunicazione della scienza è proprio “un settore strategico per lo sviluppo scientifico e culturale” per poter amministrare bene. Invece sono state prese delle decisioni senza avviare alcun percorso informativo, creando agitazione nelle persone e poi alimentando dubbi sulla correttezza delle istituzioni coinvolte nel progetto quando si sono convocate le conferenze pubbliche con esperti che non potevano fare altro che dare ragione alle istituzioni. Ma così non funziona. Siamo al punto che i comitati di cittadini hanno paura che le trivellazioni esplorative possano causare terremoti e non si fidano minimamente dei così detti esperti, anche se questi ultimi hanno tutte le ragioni del mondo. Questo è un grosso fallimento della comunicazione istituzionale (della scienza) e nessuno dei diretti interessanti se ne rende minimamente conto nella certezza che basta avere i pareri favorevoli degli esperti per fare le cose.

    Ecco.
    Scusate, sono stato troppo lungo.

  5. cosa posso scrivere? tanto giàssai, come si dice…
    però, almeno negli ultimi tuoi post, scorgo una genuina preoccupazione sull’andamento dei compensi. e non lo dico per puntare il dito contro “atteggiamenti borghesi”, anzi… in fondo a parte qualcuno che “vedo gente, mi muovo, conosco…” gli altri l’affitto lo hanno da paga’.

    allora se mi segui un pochino che la prendo larga (ma vedrai che serve) ti dico come la vedo io la cosa delle vacche (magre).
    gli italiani sono un popolo di allenatori di calcio. e di skipper di coppa america. ed anche di insigni economisti, amministratori delegati, presidenti del consiglio. sanno TUTTI come far meglio degli altri. perchè loro sono meglio. a prescindere. lo sono sempre stati.
    quindi è successo questo: negli anni 60 e 70 alzavi la saracinesca del garage, ci ficcavi dentro due disperati e facevi la fabrichéta. siccome la massima concorrenza che ti potevi aspettare era quello dall’altra parte della città, a meno di essere un completo imbecille facevi fortuna. negli anni 80 e 90 chi aveva messo in piedi la fabrichéta dovette proteggere l’investimento, quindi giù regole e regolette: con la ceppa che mo’ apri un garage e ci ficchi dentro due disperati. l’impianto è a norma? ed i bagni per gli handicappati li hai? ed il corso per l’antincendio l’hai fatto? pazienza, il popolo di allenatori di calcio/imprenditori non si perde d’animo: non farò la fabrichéta ma un baretto, un negozietto, lo studio di marketing sì. e visto che IO CI SO farò fortuna.

    poi è arrivata la crisi.
    e si è scoperto che tutti questi allenatori/imprenditori in realtà non avevano la più pallida idea di come si gestisce un’azienda, e le cose stavano in piedi solo perchè l’economia tirava. ora invece che sopravvive il migliore, guarda caso, di allenatori/imprenditori tra i migliori ce ne sono pochini. e le poche fabrichéte che ci restano ce le comprano i francesi ed i cinesi.

    tutto questo per dire che chi non ha chiuso, vista l’alta preparazione del management (di qualsiasi genere: imprenditoriale come politico. vorrei dire di una differenza che mi balza all’orecchio ogni volta che ascolto radio straniere, ma già sto sbrodolando, ed il blog è tuo…) sta con le pezze ar deretano.
    e questo si sapeva, dirai te. sì, ma è importante il retroscena sociologico determinativo.
    allora abbiamo una vasta popolazione di ex allenatori/imprenditori che ha chiuso ma che crede di essere stivgiobbs, ed una minima parte di allenatori/imprenditori che boccheggia.

    succede quindi che da una parte i secondi pensano di essere dei ganzi (loro sì che ci sanno fare: ancora non hanno chiuso) e che ti DEGNANO di concederti un lavoro. sono diventati DONATORI DI LAVORO come aveva felicemente intuito una comica anni fa…
    quindi ti trattano come uno zerbino, ti pagano x/10 in contratto semestrale, ti mandano a fare fotocopie e caffè anche se hai due laureee dopo i sei mesi CAMBIO!, che sennò mi cominci ad avanzare pretese.
    e dall’altra parte i primi, che come sappiamo SONO MEGLIO a prescindere, pretendono di essere pagati per la loro presenza e perchè sono tanto simpatici a Tizio o a Caio, indipendentemente dal fatto che facciano qualcosa, che lo sappiano fare, e che ne abbiano i titoli, tra una sigaretta e l’altra, un caffè e l’altro, una telefonata privata, un aggiornamento dello stato di facebook e una chat e l’altra.
    d’altra parte è sempre andata così, ed i loro genitori negli anni 60/70 ne erano dimostrazione.

    tutto questo poi si inserisce in un paese guidato da gente che ogni giorno aumenta una tassina di qua, tagliuzza di là, sperando che domani l’economia riparta e le cose si sistemino da sole.
    in fondo anche loro sono lì come “allenatori”.

    qual’è la soluzione?
    in australia ci sono dottorati interessanti.
    e la vera scocciatura non è che è troppo lontano, è che più lontano di così non si può proprio andare…

  6. Gentile dott.ssa Bencivelli. Ho scoperto da poco il suo blog partendo da MedBunker. Ho letto alcuni di lei posts, tipo quello sule scie chimiche e relativi articoli su La Stampa, quello sugli scienziati “parziali”, e quelli aventi Stamina come cornice. Mi sono fatto un’idea su di lei come persona e professionista: spero che la clonino! Saluti.

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