Dammi un microfono e un po’ di staminali: la mail di un collega su Stamina e la speranza

Un paio di giorni fa un amico, girando per radio locali durante un viaggio in macchina, sente una trasmissione sul caso Stamina. Stranito, mi chiama e mi fa ehi, ho sentito tutto un peana su Stamina, su quei cattivoni del ministero che vogliono bloccare la somministrazione delle terapie ai bambini malati e così via. Che dici: scriviamo alla redazione? È la radio a cui collabora un nostro comune amico, ed era proprio il giorno in cui anch’io, alla radio, avevo dovuto occupamri di Stamina. Ho l’indirizzo mail dell’amico e della redazione: prendo e gli scrivo.
È un amico (quello della radio, intendo): con parole che qui pubblicamente non posso scrivere, lo avverto che sulla vicenda c’è (quantomeno) da andare cauti.
Lui non c’entra, dice, o c’entra poco. Ma mi chiede se ci sia del materiale sul tema, da girare ai colleghi che probabilmente non sono tanto informati.
Materiale?! In rete si trovano articoli su articoli molto dettagliati, di tutti i gusti: da quelli a contenuto più scientifico a quelli più riflessivi, alle cronache, ai documenti ufficiali, più blog di grandi giornalisti scientifici, forum a cui partecipano grandi scienziati, podcast e così via. Da perdercisi. E non solo in italiano (1, 2, 3 qui ce n’è un pacco, 4, 5, 6, 7, 8 …). Ci sono tante analisi della vicenda, e un’estrema sintesi posso fartela anch’io, in due righe: trattasi di terapia senza basi scientifiche, che nessuno ha potuto analizzare per esplicita volontà di chi la vende, e che rischia di modificare le nostre regole sulle terapie avanzate, aprendo l’Italia a un commercio incontrollato in cui qualunque truffatore può arrivare a vendere robaccia. Trattasi anche di storia in cui a pagare per la presunta terapia si chiede che sia lo Stato. E questo, in tempi di crisi e di default dietro l’angolo, dovrebbe farci saltare tutti sulla sedia.

L’amico collega capisce, intuisce, ma non c’entra molto: intanto sollecita quelli della redazione giusta e la loro risposta (che qui riporto testualmente) è esemplare (il corsivo è mio):
Purtroppo su questo come su tanti altri temi si formano le fazioni (i pro e i contro) e questo fa perdere tempo:
noi non sappiamo chi ha ragione
ma loro (i malati) chiedono semplicemente la libertà di curarsi come vogliono.
Perché negare questa speranza di fronte a nessuna alternativa?”.
Eccoli. In due righe, hanno riassunto la confusione e la protervia di chi, oggi, pensa che occuparsi di temi di sanità pubblica sia come occuparsi di tanti altri temi, nei quali (purtroppo, ma purtroppo per chi?) ci si divide in due fazioni di pari dignità. E allora, siccome sono due fazioni di pari dignità tra cui il povero giornalista non sa capire chi abbia ragione (il congiuntivo è mio), si sceglie artatamente di confondere le acque parlando di sentimenti e di libertà.
Credo che per di più ci sia la buona fede, la sincera convinzione di fare del bene ai malati, sebbene sicuramente mescolata all’idea di trattare un tema che acchiappa e che fa contento il pubblico (idea su cui si fonda un bel po’ del giornalismo nostrano).
Ma credo anche che la buona fede non possa giustificare tanta superifcialità, che ai malati sicuramente non fa del bene e che comunque danneggia la nostra intera collettività.

Allora, di corsa, col telefonino, rispondo (solo al mio amico) così:
“Sarò una vecchia statalista, ma credo che non su ogni cosa esistano due posizioni contrapposte con pari dignità. E che, nel dubbio tra due fazioni, la cosa migliore da fare, soprattutto da professionisti dell’informazione, sia di chiedere pareri alle persone più competenti e disinteressate in materia.
Poi, proprio perché sono una vecchia statalista, penso che la libertà di curarsi non possa essere garantita a spese dello Stato: se credi che il tuo malessere autunnale sia curabile con il dente di pitone, prego, fa’ pure. Ma non pretendere che sia lo Stato a pagartelo. Tanto più che il nostro Ssn è sull’orlo del collasso, non ci sono soldi per i malati oncologici, per cui sono necessari criteri di spesa stringenti. Uno, il primo, dovrebbe essere “sapere che cosa si sta somministrando e perché”. Se questo ti pare cinico (perché dovrebbe? Ma vabbè) pensala così: daresti a tua figlia un intruglio che nessuna autorità pubblica abbia almeno analizzato? Le faresti fare da cavia? E lo daresti sulla base di quello che tu e tua moglie avete letto sul sito internet di uno che non ha manco una laurea in medicina, che è indagato da Guariniello per truffa, e che magari vi chiede 40k €? Forse sì, ma non vi sembrerebbe giusto che allora qualcuno vi aiutasse a capire se state davvero facendo la cosa migliore per lei?
Io, che un po’ di biologia la so, vi posso assicurare che questo commercio è pericoloso. E vi dico anche che inseguendo Stamina oggi, in questa maniera acritica, corriamo il rischio di cambiare le leggi di controllo sulle presunte terapie a base di staminali aprendo il mercato a truffatori dalla faccia presentabile e a chissà chi altro. Cerchiamo, noi che lavoriamo nell’informazione, di non renderci corresponsabili di questo pasticcio.
Ah: non mi paga Big Pharma. Non mi paga nessuno. Baci, Silvia”.
Secondo voi ha funzionato?

Il mio amico ha riletto questo post prima di pubblicarlo. Non è mia intenzione offendere nessuno, solo raccontare come funzionano queste cose viste dal di dentro. E viste con l’occhio di una che è costretta a pensarci parecchio, e talvolta a confrontarsi con colleghi molto lontani dalla cultura scientifica ma molto, troppo, vicini a un microfono.

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11 pensieri su “Dammi un microfono e un po’ di staminali: la mail di un collega su Stamina e la speranza

  1. Applausi!

    In particolare mi sembra fondamentale quanto espresso in questo paragrafo:

    […] credo che non su ogni cosa esistano due posizioni contrapposte con pari dignità. E che, nel dubbio tra due fazioni, la cosa migliore da fare, soprattutto da professionisti dell’informazione, sia di chiedere pareri alle persone più competenti e disinteressate in materia.

    Un saluto.

  2. Condivido appieno le sue valutazioni. Non sono un biologo, ho studiato economia ma, per una serie di circostanze mi sono ritrovato a lavorare in un laboratorio di Biochimica presso l’Università. Ho visto come funzionano le cose, come si fa ricerca e la puntigliosità nel ripete mille volte un esperimento per essere certi di ottenere lo stesso risultato. Ho nutrito subito dubbi sul metodo Stamina, non mi è mai piaciuto il fatto che prima era brevettato, poi non lo era, poi era brevettabile poi era di nessuno, è stato venduto, non è stato venduto ed oggi, torniamo al giro d’inizio. Una cosa vergognosa sostenuta da gossip e media scandalistici con l’apporto di trasmissioni televisive più interessate a raccogliere audience che generare vera informazione. Questo è il metodo Stamina

  3. E’ successa una cosa molto simile con il quotidiano online con cui collaboro. Un collega, un reporter di cronaca, ha realizzato un paio di giorni fa un servizio (http://youmedia.fanpage.it/video/aa/UjMaI-Swip3ivQ8R) andando a casa di una famiglia il cui figlio è in cura con il metodo Stamina. Un servizio in cui si danno particolari scientifici ma si punta solo sull’emotività e sul parere della madre secondo cui il bambino sarebbe migliorato sensibilmente dopo l’infusione di staminali con il metodo di Vannoni. Un paio di giornalisti scientifici di altre testate hanno pesantemente criticato il servizio, definendolo deontologicamente scorretto, e sostenendo che i giornalisti scientifici della testata – il sottoscritto e una collega – avrebbero dovuto rifiutarsi di farlo pubblicare. Il reporter si è difeso sostenendo che nel servizio non ha preso posizioni ma ha lasciato parlare i fatti. A tutti comunque è risultata evidente l’impressione che il servizio fosse favorevole alla sperimentazione, cosa ribadita tra l’altro dal direttore del giornale. Di mio, ho replicato linkando precedenti articoli in cui spiegavo perché non ci fosse da fidarsi sul caso Vannoni. Fondamentalmente, ne è risultata una querelle tra chi appunto sostiene che certe notizie possano essere affidate a chiunque e chi invece difende il ruolo dei giornalisti scientifici nel trattarle con più competenza. Ma temo che questo capiti solo in Italia.

  4. Silvia,
    uso questo spazio per ringraziarla del suo articolo su La Stampa riguardo le scie comiche (non è un errore…).
    Questo le procurerà probabilmente qualche insulto, ma le consideri come medaglie al valore giornalistico.

  5. Approfitto anch’io di questo spazio per farLe i complimenti, sia per la scrittura di grande efficacia e pulizia formale, sia per il suo lavoro che – mea culpa – non conoscevo. Professioniste come Lei fanno tornare la voglia di leggere le pagine scientifiche dei quotidiani (laddove se ne trovino) e regalano fiducia nel futuro della divulgazione scientifica in questo paese di cialtroni.
    Grazie.

  6. Silvia,
    le faccio i complimenti per il suo lavoro (non ultimo, l’ottimo articolo su La Stampa sulla storia della paranoia “scie chimiche”).
    Le faccio solo un appunto: io la risposta non l’avrei indirizzata solo al suo amico, ma direttamente alla redazione che si occupava del tema. In questo modo ha fatto la lavata di capo a un amico in buona fede, ma che ha le mani legate nel suo ambiente di lavoro, e non a chi doveva sentirla.
    Per il resto, comprendo la reazione: nonostante io lavori in un ambiente che dovrebbe garantire una certa cultura scientifica, mi trovo a contatto con colleghi che abboccano a Vannoni, ai complottisti, al Power Balance…sconfortante.

  7. Buongiorno Silvia,
    vorrei solo farle una domanda. Come milioni di altri italiani ho seguito la vicenda tramite i media, e pur andando sempre cauto ed essendo tendenzialmente scettico mi è risultato difficile restare impassibile di fronte a quei genitori che illustravano la vita dei figli prima, dopo e dopo l’interruzione… Inoltre Vannoni , avrà saputo vendersi bene, ma sembra faccia una bella figura a dare la massima disponibilità per i test e per mantenere la cura gratis (mi sembra si fosse accordato con telethon dalle iene… boh).
    Cosa manca a parte i soldi (!) per decidersi a fare una prova? non avrebbe un grosso rientro in qualche modo se funzionasse davvero?

    In realtà ero passato di qui per dimostrarle che non solo gli acidi complottisti si prendono il tempo di cercarla e comunicarle le loro opinioni… volevo quindi esprimerle la solidarietà per l’articolo sulle scie chimiche e per le ottuse reazioni che ha dovuto subire, indipendentemente dall’opinione in merito.

    Cordiali saluti e buon lavoro

  8. Mi piace molto, per chiarezza e merito, quello che ha scritto. Non sono un medico, né ho una preparazione scientifica, lavoro in televisione; e sono indignato per come i media (penso solo a quello che hanno fatto alle “Iene”) hanno trattato questo tema. Nel mio piccolo ho sempre cercato di parlarne, con argomentazioni simili a quelle che lei ha (meglio di me) impiegato; così fra amici, su facebook, sul lavoro, e dovunque mi capitasse: perché ritengo che l’onestà intellettuale e il rigore scientifico siano un patrimonio da trasmettere sempre e comunque, e invece spesso e quasi dovunque sono dimenticati.
    Proverò a seguirla con assiduità, e spero, prima o poi, di poterla conoscere, magari – perché no? – in una mia trasmissione.
    Ancora vivi complimenti, e buon lavoro.

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