Vuoi entrare nel mercato? Prima pulisciti i piedi: decalogo per un’aspirante penna della scienza

1. No.
Se non è previsto un compenso non lo devi fare*.
Facile.

2. Le seguenti valute sono fuori circolazione:
visibilità, esperienza, gavetta, curriculum, soddisfazione, vetrina, partecipazione-a-un-progetto…
Il lavoro va retribuito in denaro, sennò è un hobby.
Facile anche questa.

3. La giovane età non è un’attenuante: una cosa è uno stage (e per esserlo davvero deve essere di pochi mesi, un paio o tre, e deve permettere di imparare cose utili e spendibili) un’altra cosa è vivere nella condizione lavoratore + giovane-età. In questo secondo caso, se non ti stanno pagando ti stanno fregando. E però anche tu ci stai mettendo del tuo. Dai, su.
Che cosa significa giovane? Dalle nostre parti si diventa maggiorenni a diciotto anni e a venticinque anni si può essere eletti in Parlamento**.
Quando uno è pieno di titoli di studio e di stage nel cv, lavora, paga le tasse, vota… ma che cavolo aspetta a diventare grande?
Semmai, se proprio sei in dubbio, dai un colpo di telefono al tuo amico inglese, quello del campeggio all’Elba l’anno scorso: lui viene pagato per fare quello che fa? Ecco.

4. che male fai a lavorare gratis? Sono fatti tuoi, dici?!
Errore!
Sono fatti di tutti. Immagina questa situazione (reale, solo un po’ schematizzata):
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi bellissimi e curatissimi articoli in cambio di due lire?
– No, mi dispiace: io ho due figli e del mio lavoro ci vivo, mica lo faccio per divertirmi.
– drrrriiiiin! Gentile studentessa del secondo anno di uno dei tanti master: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi articoli che nessuno ha mai visto (il suo numero lo abbiamo trovato da un amico di un amico a cui forse lei aveva chiesto… boh, vabbè) per una lira soltanto?
– Certo!
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: ci scriva un po’ quello che le pare, noi gli articoli li paghiamo una lira. Ricicli pure cose che ha fatto per altri, ecco. Più di una lira non possiamo pagarla perché ormai il nostro tariffario è questo.
Adesso pensa: quale sarà la qualità di quello che viene pubblicato? Chi glielo dice ai lettori che metà degli articoli che leggono sono una palestra per sedicenti giovani e l’altra metà sono articoli scritti con la mano sinistra? Ci stupiamo, adesso, di trovare errori negli articoli che parlano di scienza?
Poi.
Che fine avrà fatto la professionalità di quella di una certa esperienza? Quanta roba dovrà produrre, la poveraccia, per continuare a garantirsi entrate dignitose per sé e la sua famiglia? E che ne sarà del mercato dell’informazione scientifica? Quello in cui vorresti vivere anche tu, quando ti sentirai in diritto di chiamarti adulto? Sì, proprio quello.

5. Oh, certo. Scusa, hai ragione: ho alzato la voce e non avrei dovuto.
Ma considera che quando uno partecipa a un progetto, se si prende i rischi si deve anche prendere i benefici. Cioè: lavorare gratis va benissimo se uno sta partecipando all’investimento e quindi se si presume che parteciperà agli utili, se e quando arriveranno. Altrimenti prendersi i rischi senza avere il bello del lavoro imprenditoriale, cioè la progettazione e il governo dell’idea, e poi nemmeno gli utili… Beh, è facile anche questa, no?
Se ti chiedono di lavorare gratis per un’impresa commerciale (un sito internet, un giornale, un’iniziativa… che vivono di pubblicità, magari) oppure anche un ente che fa investimenti (e che magari paga tutti gli altri, dal tipografo al camionista, dal magazzinere al grafico) devi pretendere di essere pagato.
Se ti chiedono di farlo per un’impresa in cui non girano soldi per niente ma davvero per niente, deve essere davvero una cosa in cui credi. Tipo i bambini poveri del primo asterisco, sì. E allora bravo: hai la mia stima.

6. Come dici? Tu in realtà fai un altro mestiere?!
Peggio!
Ma scusa: noi che facciamo i giornalisti veniamo a fare il tuo lavoro, magari male, e a fare dumping? Sì, guarda, oggi ho voglia di venire in laboratorio a spipettare un po’: no, non importa che mi paghiate, tanto vivo di altro… Sì, non mi servono finanziamenti, lasciate pure perdere: per me è un hobby…
E poi, nel caso, eh, sommessamente: ma non ti viene in mente che se c’è gente che lo fa di mestiere è perché è un mestiere?
Certo: vanno benissimo, e anzi ci piacciono un sacco, gli scienziati blogger, quelli da festival, quelli che scrivono… Sono i nostri migliori amici: ma che c’entra?
Se in tutto il mondo esiste gente che di mestiere fa comunicazione della scienza o giornalismo scientifico o entrambe le cose (sostanzialmente, pe’ campà) è perché si tratta, appunto, di una competenza diversa, che richiede un impegno costante e attento, preparazione, contatti, formazione… un mestiere, insomma.

7. Sì, lo so. Non sembra. Ma perché questo è un paese strano e ingrato.
In realtà, quelli come noi fanno uno dei tanti lavori che servono a tenere in piedi il paese: siamo quelli che impostano il dibattito scientifico, lo permettono, lo facilitano. Quelli che favoriscono il dialogo tra parti diverse della società, che hanno un sacco di amici scienziati ma poi sanno anche che non è che dalle loro labbra escano soltanto verità assolute, e che anche la signora Pina, che ha paura delle carote malvagie e coltiva la belladonna sul terrazzo convinta che sia biologica, e quindi buona, ha la sua voce e il diritto di usarla.
Siamo quelli che sanno un po’ di tutto e un po’ di niente, che magari hanno bisogno di andare su Wikipedia per ripassare un meccanismo cellulare perso nella memoria o una cavolo di strana unità di misura ormai dismessa, ma che con la stessa facilità si muovono poi sulla fisica e sull’attualità.
Siamo quelli che non sbagliano i congiuntivi (quasi mai, ecco) e che in più sanno rispettare le norme redazionali dei giornali per cui scrivono. Siamo quelli che parlano in pubblico e gestiscono una conferenza con centinaia di persone e un istante dopo si sciroppano un libro da trecento pagine sull’epistemologia dell’insettino rosa perché devono scrivere una recensione da dodici o da ottanta righe entro le otto di stasera. E poi magari devono anche rimediare agli errori del collega che-di-scienza-mammamia-guarda perché sennò perdiamo un sacco di amici scienziati permalosissimi.
Eh, siamo tutto questo ma siamo anche un sacco di altre cose. Siamo diversi tra noi, perché siamo versatili e ci adattiamo al mercato. E il mercato c’è: è per questo che esistiamo.
Ma dobbiamo recuperare un po’ del nostro orgoglio, che è uno degli strumenti di lavoro più importanti che abbiamo, e se quel mercato ce lo mandate a remengo, tra giovani-aspiranti-qualcosa ed editori-rapaci, abbiamo il triste sospetto che saranno guai. Per tutti.

8. Certo che capita davvero di sentirsi proporre lavori gratis. Certo, anche a me che ho una certa età ed esperienza.
Funziona così:
a. Sei giovane: Bene! Avrai bisogno di farti le ossa: ecco per te una splendida opportunità di guadagnare visibilità!
b. Sei anziano e arrivato: Grazie! Ci piacerebbe tanto avere la tua firma, e poi del resto mica avrai bisogno di essere pagato, tu, che sei così famoso…
c. Sei metà e metà: Allora sarai interessato al nostro progetto… Oppure capirai che siamo un ente senza fini di lucro… E comunque si tratta di una cosa a cui tutti partecipano gratis… E così via. L’avevo descritta in un vecchio post.

9. Sì, capita anche di sentirsi promettere soldi e di non riceverli mai.
A volte uno si fida, e alla lunga gli va bene. A volte si finisce per dover telefonare a un avvocato.
Pensa te che cosa succederebbe se pretendessi di non pagare il tuo idraulico. Ecco: io sto aspettando 40 euro da quasi un anno, da un giornale grosso, ma grosso eh.
Ovviamente ho smesso di scrivere per lui, e ovviamente per 40 euro non chiamerò un avvocato: ma capisci che la vita si fa complicata così…

10. Stupito?
No, guarda. Non ce l’ho con te. È solo che penso che sia necessario riflettere su quello che sta accadendo al mercato della cultura in questo paese. E se hai deciso di entrarci, sei più che benvenuto. Quelli come noi non sono mai troppi. Purché si comportino con coscienza e tengano sempre in mente che la battaglia per la la propria dignità di lavoratore è anche la battaglia per la dignità dei colleghi e soprattutto per quella del nostro lavoro, tutto.
Se ci tieni, se ti piace, se pensi che sia importante, bello e giusto, allora devi anche difenderlo.

(Come? Avevo detto decalogo e poi ho sbarellato di brutto? Beh, succede. Del resto lo sapevi fin dall’inizio: qui, quello giovane dei due sei tu).

 

*valgono come eccezioni le richieste della mamma (purché la mamma non abbia tendenze tiranniche o megalomaniche), le cose fatte per vera beneficenza che viene dal cuore (bambini poveri e così via: si riconoscono perché davvero non circola una lira), gli investimenti (tipo scrivere un libro).
(questa è un’aggiunta posteriore): Quando si parla delle eccezioni, un po’ di amici miei e io citiamo il caso Festival della scienza di Genova. Noi ci andiamo ogni anno, gratis, come si va a fare Natale in famiglia: ci rivediamo, che bello, stiamo insieme, scambiamo le idee, ceniamo insieme e così via. In cambio di una moderazione o due, abbiamo viaggio, vitto e alloggio, feste comprese. Più o meno come tornare a casa. Ma soprattutto, mentre siamo lì promuoviamo la nostra professione in un evento grande, con grande visibilità (l’evento) che per noi è un po’ tipo un Pride.
Io non ho saltato un’edizione, ci sono andata tutti gli anni per ragioni diverse. E non mi sono mai pentita.
Queste bandiere (i Pride) sono altri esempi di cose che, ok, è vero, si fanno gratis.
** va bene, alla Camera, mentre in Senato ci vogliono quarant’anni. Ma Senato ha la stessa origine di senile, vuol dire roba da vecchi: abbiamo scollinato, è chiaro, no?

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22 pensieri su “Vuoi entrare nel mercato? Prima pulisciti i piedi: decalogo per un’aspirante penna della scienza

  1. Non vorrai mica farci credere che non hai mai, dico MAI, scritto un articolo gratis dopo aver terminato il Master (che tra l’altro è un titolo a pagamento).

    1. eccoqua!
      era il commento che aspettavo, grazie grazie.
      1. mi è successo, ma è stato un errore. a quei tempi (dieci anni fa) gli articoli venivano pagati. giuro.
      poi, negli anni, semplicemente sono stati abbassati i compensi e sono comparse le richieste di articoli a pagamento.
      2. dopo quegli articoli che non furono pagati (un paio per il manifesto, e vabbè, e un altro che però fu un mezzo pasticcio) ho semplicemente smesso di scrivere per quelle testate.
      non mi sembrava di fare niente di straordinario, all’epoca.
      oggi invece ci scriviamo su facebook come se fossimo carbonari e ci raccontiamo storie pazzesche risalenti agli ultimi due o tre anni.
      3. il master è a pagamento, è vero. ma a parte che al primo anno avevo una borsa di studio dell’università, per entrambi gli anni ho vinto il premio di studio della sissa. giuro. lo so, sono una secchiona, ma avevo già i miei 25 e il mio bel carattere di merda e, se anche il master costava poco, avevo la pretesa di non chiedere soldi ai miei.
      (sì. i master in comunicazione della scienza sono i più economici sul mercato: qualcosa vorrà dire…).
      4. non rimpiango affatto di aver fatto il master: senza di quello non avrei fatto il lavoro che faccio, che mi piace moltissimo e che per questo cerco di difendere come posso.

  2. Qualche commento da una di quelli a cui vorresti rivolgerti. Non direi giovane, quello no, però forse nuova. Ecco, sì, nuova.
    Disclaimer: non lavoro gratis, giuro. Però qualche lavoretto gratis l’ho fatto, i primi mesi (non posso dire anni perché davvero sono nuova). Tra l’altro, tutte cose che ci venivano spacciate per formazione, quindi insomma, un po’ borderline. Quando anche quest’anno hanno cercato di far passare per formazione qualcosa che per me era chiaramente lavoro gratis ho detto Grazie no.
    Condivido senza dubbio l’idea che il lavoro debba essere pagato, però alcuni aspetti della discussione, posta in questi termini, sono un po’ seccanti a esser sincera.

    1- Nelle varie discussioni fate spesso passare chi comincia per un incapace un po’ ignorante. Ora, inesperto non significa per forza decerebrato. Anche tu probabilmente ora sei più esperta che 10 anni fa, però immagino che anche allora tu non fossi proprio da buttare. Prova a immaginare: non ti avrebbe seccato al tempo leggere un post come questo di un lavoratore con un po’ più esperienza di te?

    2- I prezzi miseri per chi comincia. Vero, probabilmente accettiamo tutto, abbassiamo il prezzo di mercato, economia in rovina, tutto vero. Ma la tragica verità è che non abbiamo idea di quanto sia il prezzo corretto. Io, almeno, non ce l’ho. La gente è vaga a parlare di quanto guadagna, e tutto sommato chi ha più esperienza pensa che la sua esperienza vada pagata. Sarei pure d’accordo su questo, tra l’altro, perché magari sul mio primo testo qualcuno ci ha dovuto passare più tempo che su quello di uno più esperto. Quindi: come diavolo facciamo noi che iniziamo a capire quanto il poco è troppo poco? O se ci sembra pure tanto, e offriamo la cena a tutti, ma invece per voi sarebbe poco? Lo chiedo onestamente, non è retorica. Come si fa a capire? Si fa tutti outing?

    3- Oh, dai! Non è giusto, ve la prendete sempre con chi sta da questa parte! Ma noi siamo quelli deboli, sono i padroni da combattere! Cioè, siamo proprio sicuri sicuri che tra chi partecipa al dibattito sull’argomento non ci sia qualcuno che a sua volta offre o ha offerto lavoretti sottopagati ai giovani inesperti? Sicuri sicuri sicuri? Mh.(suono perplesso) Cioè, uno partecipa anche con gioia e convinzione alla lotta di classe, però bisogna capire se siamo poi tutti nella stessa classe.

    Dai, sì, direi questo più o meno.

    1. 1. no, appunto perché essere alle prime armi non significa essere scemi o incapaci o impreparati ribadiamo che si deve dire di no (come hai fatto tu stessa). leggi il punto 3: siamo tutti adulti nello stesso mercato, chi ha 25 anni e ci è appena arrivato, chi ne ha 35 e a volte pensa di gettare la spugna, chi ne ha 45 e si è sistemato e così via.
      non credo che nessuno di noi (noi? con quella seconda persona plurale intendi gli over 35?) consideri i più giovani indegni del mercato, al contrario. sennò non ci preoccuperemmo tanto. ci penserebbe il mercato a farli fuori.
      però oggi c’è un problema che prima non c’era e una delle idee che abbiamo avuto per provare a risolverlo è di dirsi, tutti insieme, indipendentemente dall’età: impariamo a difenderci reciprocamente e a difendere il lavoro che facciamo.

      2. infatti io quando faccio la lezione al master in cui parlo della vita del freelance faccio vedere le mie fatture e quanto vengo pagata io.
      diciamo che oggi un articolo breve su carta va tra i 70 e i 100 euro. è poco: se guardi i tariffari dell’ordine svieni. su web vale la metà. e il discorso sarebbe lungo.
      e poi per le moderazioni bisogna sempre chiedere le spese a parte e un gettone di qualche centinaio di euro (due – sei a seconda…) ed è chiaramente lecito contrattare.
      così, per dire.
      sono prezzi miserrimi, ma possono essere un’indicazione.
      noi, in mailing list di swim, ne abbiamo discusso spesso, grandi e piccini (professionalmente, intendo). e siamo arrivati ad alcune conclusioni interessanti. periodicamente ci torniamo su.
      anche per questo serve associarsi (vuoi mandarci il cv?).
      ma più di tutti serve l’onestà e l’intelligenza per capire che se vogliamo vincere noi dobbiamo parlarci.
      è normale che ci sia chi è pagato di più e chi di meno. così come è giusto che chi ha oggi sessant’anni e un nome venga pagato di più: si paga anche il nome, insomma.
      io tempo fa ho scoperto che un contratto per una cosa che non so fare ma che è del nostro ambito prevedeva un compenso annuale pari a quello che io guadagno in 18 mesi. ci sono rimasta malissimo. ma peggio ancora quando, al momento dello scambio delle idee coi colleghi, c’è stato chi ha detto (in buona fede, spero): così poco?!
      ma è necessario sapere che cosa c’è sul mercato ed è per questo che, sì, dobbiamo parlarne.

      3. ne segue che siamo dalla stessa parte. siamo anche dalla parte degli scienziati.
      è che quando girano due lire viene subito da litigare.
      (tra di noi chi? io non ho una casa editrice e non faccio lavorare nessuno).

  3. Tutto giusto, ma una volta che prendi la strada dell’autocommiserazione (lotta di classe???) è la fine.
    Se non vuoi lavorare gratis, non lavorare gratis. Ci sarà sempre qualcuno meglio/peggio di te, e siamo in un mondo libero e se io voglio lavorare gratis perchè sono ricco o che ne so, per visibilità, lo posso fare e basta. È così ovunque e per tutti ed è giusto che sia così.
    Se non trovo qualcuno disposto a pagare per quello che offro è perchè:
    a) sto sbagliando IO mercato.
    b) la qualità di ciò che IO faccio non è all’altezza
    c) sono un genio ma nessuno nel mondo lo ha ancora capito.

    Soluzioni semplici ai tre casi:
    a) cambiare mercato
    b) migliorare le proprie skills
    c) perserverare

    p.s. scusate l’arroganza, ma davvero credo sia meglio investire queste energie altrove invece che accanirsi sui 4 poveretti che cercano di sfangarla anche loro in qualche modo.

    1. ma certo che è un libero mercato.
      però non mi rivolgevo a quelli che non hanno le capacità per stare sul mercato, quelli che non valgono, ma insistono perché foraggiati altrimenti e allora possono permettersi di inseguire i sogni.
      non a quelli.
      quelli nemmeno mi spaventano.
      mi rivolgevo a quelli come valentina, che vengono cercati (perché evidentemente sono bravi) ma poi si sentono offrire “lavoro gratis”.
      oggi succede davvero, e non sono loro (noi) che stanno (stiamo) sbagliando mercato o che non sono (siamo) all’altezza. è che il mercato sta cercando di riassestarsi tra web e grisi, e lo sta facendo sulla nostra pelle. trascurando il fatto che la nostra pelle è quella di chi dovrebbe garantire al mercato ricchezza di idee (ma vabbè) e durevolezza nel tempo.
      per cui dico che non conviene a nessuno accettare un lavoro, che sia un lavoro, non pagato, perché oggi puoi illuderti che sia un modo per crescere ma domani capirai di essere cresciuto da un pezzo e comunque continuerai a non essere pagato, o a essere pagato troppo poco per viverci.
      intanto i prezzi delle nostre prestazioni si saranno abbassati per tutti e sarà un bel casino.
      è uno warning, insomma.
      che nel 2013 si sta facendo necessario.

  4. Allora in breve secondo me:
    – chi paga poco ti sta fregando;
    – io gratis faccio il capo scout (volontariato puro al 100%) e il blog per hobby. Non pretendo altro e non mi sembra giusto;
    – sono d’accordo su tutto, con un ma.
    Arrivo al MA:
    una crisi così grande che però ha spazzato e reso incapaci e inutilizzabili idee, stili, comportamenti che dovrebbero porsi “contro”. Io sono sfinito per altri motivi: alla fine per poter campare mi sono ridotto ad avere un impiego fisso per avere la certezza di ricevere lo stipendio (cavoli! ho tre figli) e mi ostino a collaborazioni e progetti che incrementano le mie entrate. Alle volte va bene altre volte no.
    Ma quello che mi fa più arrabbiare è l’enormità di tasse che ci pago sopra. Questa idea che lo stato ha di me, questa idea che io stia lì per fregarlo.
    Ho appena finito di pagare un sacco di tasse che hanno inciso inevitabilmente sul mio budget estivo (leggi: vacanze ridotte, ok io ne posso fare a meno, ma è giusto per i miei figli?). Alle volte esasperato mi dico che se mi drogassi riceverei più aiuto dallo stato. Ma poi come molti ho preso la strada dell’indifferenza e dell’astensione. Dispiace ma è così.
    PS: sono contento che non scrivi per il Manifesto, io ero un lettore accanito ed è una delle cose di cui mi pento. Pessimi.
    PS2: sulla mia condizione di tasse e arrabbiatura do conto qui: http://ilpianetadellescimmie.wordpress.com/2013/06/15/i-numeri-al-lavoro-parte-1/
    Giuro che non è per pubblicità (mi basta quello che ho a livello di scrittura), ma solo per dare conto.
    PS3: l’altro giorno facendo un post per puro diletto (ripeto: puro diletto e niente più) mi sono imbattuto in uno di una giornalista che adoro da morire e risalendo alla notizia di cui volevo dar conto mi sono accorto che il suo pezzo (pagato, ma non so se poco o tanto) era una rimasticatura di un post di un blog francese, cioè era identico. Allora la domanda è: quanto è giusto pagarla? E a volte non succede che i compensi sono così bassi che tanto i giornalisti “affermati” (nel caso in questione) ci mettono poco? Se ci sono riuscito io, figuriamoci la giornalista. Che poi l’adoro e mi piace così tanto che non trovo il coraggio di farglielo notare. Oibò.
    A presto.

    1. molto fico il tuo post!
      però adesso non scivoliamo nel benaltrismo. quello che provo (proviamo: in relatà questo post è frutto di una discussione con qualche collega qua e là) a dire è che il mercato lo facciamo noi e l’obbligo di non farsi fregare non vale solo per noi stessi e blablabla… l’hai capito.
      è vero poi, ma è un altro discorso, che la burocrazia che ci sommerge e l’infinità di gabelle che paghiamo sono un problema enorme per quelli come noi.
      potremmo anche aggiungere che ce le chiede lo stesso stato che ci fa lavorare a soffietto, ci paga tardi e male, ci riempie di inutili controlli (tanto sono sempre errori…) e così via. però dopo il benaltrismo rischieremmo il qualunquismo.
      e comunque ci scriveremo un altro post.
      grazie!

  5. ci sono tanti punti su cui avrei da dire…ma le rimanderò ad un’altra occasione…la cosa che più mi ha stupito è come vuoi separare l’attività di giornalista scientifico e quella di scienziato…

    In tutti i paesi dove la divulgazione scientifica conta, si ritiene che l’attività di comunicatore scientifico deva essere sostenuta da un’autorevolezza scientifica di base data dall’esperienza nel settore…il che non esclude che i “non-scienziati” non possano fare i giornalisti che trattano argomenti scientifici…

    E’ pur vero che non tutti gli scienziati (anche di fama internazionale) sono in grado di parlare/scrivere di scienza, come è vero che non tutti i giornalisti (anche sedicenti “scientifici”) abbiamo realmente cognizione di causa di quello che vuol dire “fare scienza”.

    Io credo che un qualsiasi buon scienziato che sia in grado di comunicare in modo adeguato la scienza sia un valore prezioso e la divulgazione dovrebbe rappresentare una bella percentuale della sua attività lavorativa…la scienza comunicata da chi la fa può essere molto più coinvolgente, appassionante e precisa della scienza comunicata da chi sta a guardare cosa fanno gli altri e poi racconta.

    Con questo non voglio dire che chi racconta e non fa non sia in grado di fare un ottimo lavoro…

    Quello che affermi tu suona un po’ come: “ehi tu scienziato non raccontare le tue cose, tu resta chiuso nel tuo laboratorio a spipettare e non comunicare nulla! Altrimenti mi rubi il lavoro! Ci sono i professionisti che lo devono fare al posto tuo…” 🙂 beh…mi sembra un po’ eccessivo…

    A presto!

    Julien

    1. davvero suona così?!
      beh, sicuro? perché no: volevo dire che ci piacciono tantissimo gli scienziati comunicatori (questo post nasce anche da una riflessione lanciata proprio da lisa signorile, che è una blogger scienziata fortissima). ma che il nostro è un mestiere. il loro un hobby, con giustificazioni morali alte, ma un hobby (tipo fare l’insegnante di italiano ai migranti: degnissima azione di volontariato). il nostro invece è proprio, non so come dirlo meglio, un mestiere.
      (tipo la nostra unica fonte di reddito ma anche il nostro impegno per il 100% del tempo lavorativo, a tregendosessantagradi tipo).
      a volte gli scienziati tendono a dimenticarselo e a considerarci loro propaggini. ci concedono un’intervista, poi la correggono (infarcendola di stupidaggini e di cose che non vanno bene in un articolo di giornale), poi non hanno capito bene chi siamo, non si chiedono per chi lavoriamo e come, e ciao.
      a volte gli scienziati non si rendono conto che anche loro sono “pubblico” quanto la pina. perché un fisico delle particelle del mio articolo su una ricerca sul cancro ne capisce quanto lei. a volte avrebbe gli strumenti per farsi due domande in più, ma ciao. vedi la sindrome di report: quelli come me, il lunedi (dal prossimo anno sarà il martedi!) ricevono le mail degli amici scienziati che dicono che a report sono state dette stronzate. ma ovviamente sono solo quelli del settore preciso toccato da (una parte piccola, a volte) l’inchiesta. e ogni settimana ho una specializzazione diversa: gli astrofisici, gli epidemiologi, i neurologi, i forestologi, quelli che studiano quel pezzetto di mondo lì… e così via. che poi che cosa posso dire, io: il lavoro che sta dietro a un’inchiesta come quelle è complesso e non mi permetto certo di dare giudizi ad alta voce. però è buffo, no?
      a volte invece gli scienziati si danno da fare: fanno i caffè scientifici, scrivono libri, scrivono editoriali e sono i nostri interlocutori numero uno. mi piacerebbe anche che con la stessa solerzia si rivolgessero ai direttori delle testate quando leggono articoli pieni di errori, protestando e chiedendo professionisti migliori a coprire le cose di scienza. perché la verità è che noi, comunicatori e scienziati, siamo alleati o almeno dovremmo esserlo (in senso lato: poi quando faccio la giornalista devo fare la giornalista ed essere alleata di nessuno). ma insomma: alleati significa rispettosi reciprocamente e reciprocamente capaci di aiutarci nel lavoro. che poi è un lavoro importante davvero e quindi sarebbe bene dargli il giusto valore.

  6. Di solito le cose non sono bianche o nere, ma tonalità di grigio influenzate da percezioni personali. Per un amico lavoro al 50%, per una multinazionale al 120% (almeno ci provo) . Cossichè anche picconare diventa un’azione sensata.

  7. Io seguo con attenzione gli articoli di divulgazione scientitica. Alcuni sono veramente di scarsa o infima qualita’. Ne ho appena letto uno su “giornalettismo” che avrebbe potuto essere scritto da uno studente di un liceo scientifico senza preparazione.
    Questo vuol dire che ci sono committenti che cercano solo di pagare poco e non guardano alla qualita’ o non sono capaci di vederla.
    Solo i giornisti scientifici al top sono ben pagati.
    E’ anche un problema di scarsa cultura scientifica. Quanti sono gli italiani che sanno riconoscere un buon articolo e quindi posso pagare e selezionare i migliori?

  8. Rispetto la tua opinione ma permettimi di dissentire per due ragioni:

    1)Divulgare dovrebbe essere parte integrale del lavoro di uno scienziato (che senso ha fare scienza se poi non si comunica a nessuno?) NON è un hobby…
    2)Per fare l’insegnante di Italiano a migranti è necessario un master di insegnamento dell’italiano come L2 (http://ditals.unistrasi.it/), una qualifica, esperienza, capacità, studio….neanche questo è un hobby…

    in un colpo hai dato a due categorie diverse una “botta di hobbista” e non ne hai riconosciuto la professionalità… 🙂

    well done! 🙂

    Per il resto sono assolutamente d’accordo che scienziati e divulgatori dovrebbe essere stretti collaboratori….

    1. oh, hai ragione. sul secondo punto, intendo. è che pensavo all’attività di volontariato di una mia amica che due volte alla settimana andava (va?) in un centro sociale a fare lezioni di italiano ai migranti. non era un corso professionalizzante (comunque si trattava di docenti tutti ultralaureati e addottorati, e di buon senso), si trattava di un corso di base che comprendeva cose di accoglienza e sostegno. ma hai ragione: per fare lezione di italiano agli stranieri è giusto che ci sia un titolo.

      quanto agli scienziati. sì, è un obbligo morale. ma divulgare, dici bene. e divulgare non è il mio mestiere, non è il mestiere di chi fa il comunicatore o il giornalista. è un’altra attività dignitosissima che ha un sapore quasi didattico e un forte valore etico che consiste nel rendere la società partecipe di quello che succede nei laboratori.
      lo scienziato che divulga va benissimissimo come va benissimissimo lo scienziato blogger.
      e se lo fa gratis, chi se ne frega. in genere lo scienziato ha uno stipendio statale e una pensione.
      a me crea un po’ più di problemi quello che si mette a scrivere per i giornali gratis (cioè: anche se state “divulgando”, fatevi pagare per gli articoli, per favore! sennò poi non pagano più nemmeno noi) o che va in pensione e si mette a fare le traduzioni, gli esercizi per i libri scolastici… che poi, come mi hanno fatto notare, è l’analogo del pensionato che fa i lavoretti (al nero, tipicamente). mi sa che ne avevamo già parlato in un altro post ma boh.

      1. Ciao Silvia, mi pare che sulla questione divulgazione-si divulgazione-no non sono l’unico a non capire bene quale sia il messaggio che *tu* cerchi di passare da un bel pezzo, quali siano le tue riflessioni. Perche` a me pare un po’ schizofrenica la posizione

        <>

        Dov’e` la sottile linea che divide il krumiro dannato che vi ruba il lavoro dallo scienziato (precario magari eh…) che sente come dovere morale quello di coinvolgere piu` persone possibili nella sua disciplina, ovviamente senza ulteriori pagamenti, visto che il suo stipendio (precario) lo prende gia`?
        Passa forse per il “mezzo” usato per la divulgazione (uno spazio personale vs. un mezzo di una corporation)?

        Full disclosure: io saltuariamente do` interviste radio su una emittente nazionale Australiana, ma proprio non ce la faccio a sentirmi in colpa perche` forse ho abbassato il livello salariale di un* ipotetic* divulgatore/-trice “di mestiere”. Comprendo che lo scienziato pensionato che si riempie le giornate con quello che potresti far tu non ti vada a genio ma…mi pare un po’ una lotta con un mulino a vento.

  9. Carissima Silvia,

    io, appassionata di scrittura bislacca a impatto zero sul mio portafoglio perchè già titolare di un altro posto di lavoro che non c’entra minimamente una fava fresca rispetto alla scrittura e quindi mi ci dedico in tempi morti, la sera tra una camicia da stirare e una lavastoviglie da caricare, o in ufficio tra una fattura e una tirata d’orecchie del capo, mi sono imbattuta l’anno scorso in un tizio bizarro, autore molto famoso, che colpito, non so se in maniera positiva o negativa, dalla mie performance con BIC mi chiese di collaborare con lui per diversi mesi per uno spettacolo.
    Lui diceva di farlo per me, perchè mi dav un’opportunità e che i soldi non erano tutto, io dicevo invece che lo facevo per lui perchè risparmiava il cervelletto. Dopo quello spettacolo mi ha chiesto di farmi venire idee per un altro, (questo forse vuol dire che i block notes riempiti non erano così malvagi) a quel punto in chiave un po’acida–ironica gli chiedo un obolo. Lui si irrigidisce molto, troppo, che faccio una fatica cane a dirgli, sparando una grossa palla, che avevo scherzato. Questo è il ricatto cara mia, come diceva mia nonna da quando era uscita la famosa pubblicità: “o così o Pomì” .

    Se lo mollo io perdo il contatto definitivamente e la mia passione di consumare le dita sulla tastiera per strappare un sorriso rimane nel cassetto (o almeno non viene più apprezzata da specialisti del campo) se mi do gratis invece verrò sfruttata probabilmente senza neanche nemmeno un lurido, polveroso, cencioso CREDIT.

    Va beh, è tardi e devo ancora mettere a posto la cucina e ripassare due dossier che domani in ufficio me tocca parlà!
    sei una grande continuerò a seguirti
    un abbraccio

    gine

    1. è pazzesco. e poi quando parli con gli stranieri ti vergogni quasi.
      non so. forse un giorno ci troveremo a sputtanarli tutti, questi. giornali, autori, case editrici… e chissà se basterà.

  10. sì, credo che tutti i cambiamenti in corso portino inevitabilmente verso lo sputtanamento, anche io ho episodi simili nel cassetto e anche di peggio (avances omosex, di quelle stile commedia pecoreccia anni ’70 con il “guru” che mi dice -anni fa: “ma io posso fare tanto per te, farti scrivere, pubblicare, … e tutto il repertorio trito e ritrito. Che poi ci sono pure rimasto amico dopo il chiarimento necessario e però non seguo più le sue tirate morali sul mondo e la società).
    e se ancora persistono queste cose del tipo “lavori gratis perché diventerai famoso” è perché fanno parte del “vecchio mondo”. Ma tutto sta cambiando.

  11. Mie riflessioni (Estiquaatsi) sul proliferare di questi tirocini/stage/rimanieppoisevede non retribuiti:

    1) basilare regola del “gratis è meglio”, dopotutto citando una recente serie TV “A noi la qualità c’ha rotto il c###o!!”
    2) I mitologici “datori di lavoro” vanno alla ricerca del “SMG” standard minimo garantito (ma poi garantito da chi? bah), quindi se per una prestazione bastatà il livello (unità di misura totalmente arbitraria) 50, tra il candidato con 51 gratis ed il candidato con 100 da pagare viene preferito il primo.
    3) Possibilità di turn-over di questi tirocinanti/stagisti/rimanieppoisevedisti particolarmente elevata ed ovviamente costo del turn-over coperto.

    vi prego demolitemi questa visione sono ancora quasi-giovane XD…

    PS: complimenti! mi sto chiudendo sui tuoi post!

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