“Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

Qualche giorno fa un estratto del mio libro è stato pubblicato da Linkiesta.
Si tratta di un paio di cartelle in cui provo a spiegare che lavorare a pagamento non è solo una bella cosa per il proprio conto in banca ma è anche un atto di responsabilità verso la professione, e che dovremmo ricordarcelo soprattutto noi lavoratori sedicenti intellettuali o della cultura o dell’informazione o fate voi.
La solita zuppa.
Più o meno come successe tempo fa, quando pubblicai i testi originari sul blog, ho ricevuto un sacco di mail private (e in effetti non sono sicura di aver risposto a tutti). Tante.
C’è chi dice soltanto lavoro gratis e allora? E chi dice parole sante (ah sì? a me sembravano banalità). Chi dice scrivo gratis ma per me è un secondo mestiere, praticamente un hobby (e allora grazie da parte di tutti noi che vorremmo camparci) e chi dice ci stanno rubando il futuro e poi mi racconta la sua storia.
Poi arriva uno con una mail in cui leggo più o meno chiedo ai miei collaboratori di lavorare gratis: ho provato a spiegare loro che possono trarne un guadagno comunque, da altre cose, ma loro non sono contenti e, come te, insistono a voler essere pagati.
Pofferbacco, che richieste.
Ma forse sono io che ho capito male, mi dico.
Giornalismo partecipativo, imprenditoria diffusa. Rileggiamo.

Chi mi scrive è un giornalista: si è fatto il mazzo in giovane età e dice di avere ben chiaro il principio (si riferisce al volontariato) per cui si lavora gratis solo se tutti lavorano gratis.
Adesso ha aperto una serie di giornali online ma non può pagare i collaboratori.
Sui siti internet la cosa viene descritta così:
L’attività parte a budget zero, senza investimenti in denaro, ma con l’apporto di tempo ed idee dei suoi collaboratori. È una testata regolarmente registrata in tribunale, non beneficia per ora di finanziamenti pubblici. Le risorse per l’attività derivano dalle attività accessorie (Relazioni e comunicazioni, formazione) e dalla pubblicità, che segue gli standard tradizionali in uso nei principali giornali online.
Nella mail mi dice che è un modo per liberarsi dall’editore-sfruttatore e per trarre beneficio dal proprio lavoro senza compromettere la propria libertà.
In un altro sito si parla di giornalismo di comunità. E si invitano i lettori a mandare i propri pezzi in redazione.
In tutti i siti c’è una pagina per la raccolta pubblicitaria, come del resto si capisce dal testo qui sopra.
E comunque, va riconosciuto che in questi giornali è scritto nero su bianco. Mentre in molte testate, anche grandi, compaiono articoli scritti per compenso zero e non viene detto, perpetrando quella che per me, diventa quasi una truffa verso il lettore.

Ma torniamo al mio corrispondente.
Forse racconta di una cosa diversa da quella che faccio io. Del resto, non è nemmeno la prima volta che sento parlare di crowdjournalism.
Nel caso rispondo avanzando dubbi sul concetto di imprenditoria diffusa: per me, imprenditore è chi accetta i rischi di un’impresa e gode dei suoi eventuali benefici, mentre i suoi lavoratori non guadagnano altrettanto ma non si prendono nemmeno i rischi. Per cui l’imprenditore li paga sempre e sempre uguale (beh, insomma: a grandi linee) e tutto il resto è suo. Così l’avevo capita, io. È la vecchia storia del rischio imprenditoriale, che non può essere scaricato sui lavoratori a meno che tu non li faccia entrare in società e non li renda partecipi anche degli eventuali utili. E quindi a meno che non trasformi anche loro in imprenditori.
Qui, dico io, da come la capisco, sembra un classico pagamento in visibilità.

No, mi corregge lui. Non ci siamo capiti. Noi non ci mettiamo capitali, ma lavoro: cioè noi che mandiamo avanti la baracca ci mettiamo il nostro sudore. Il reddito ci arriva da attività parallele legate al sito. E la mia proposta è di lavorare tra pari, in un sistema in cui tutti mettono lavoro e ciascuno beneficia delle attività di cui sopra. Usciamo dallo schema padrone – lavoratore.
Mumble mumble… Medito. E rispondo: quelli come me non sono in uno schema padrone – lavoratore, sono in uno schema cliente – fornitore. E il cliente paga.
No no, insiste paziente. Qui, con il lavoro di tutti, tutti guadagnano opportunità. Nessuno guadagna direttamente dal sito.
Solo che i suoi collaboratori non l’hanno capita come non la capisco io.
In generale, io so che quando propongo a qualcuno di lavorare a una mia idea, l’idea resta mia e lui lo pago. E sono ancora ferma qui.
Ma il mio corrispondente è gentile e sembra molto sicuro della sua proposta.
Dice che si tratta di allargare gli orizzonti e di provare a pensarci.
Voi che ne dite?

 

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12 pensieri su ““Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

  1. Non ho capito neanch’io cosa intende il tuo corrispondente. A mio modesto avviso il solito furbastro che si nasconde dietro le belle parole e i propositi innovativi. Quanti ce ne sono sul web? Comunque, riguardo alla faccenda dei diritti d’autore e in generale dell’intera situazione che riguarda il lavoro intellettuale sono profondamente pessimista. Mi sembra davvero conclusa un’era! Il fatto comico, se non fosse tragico, è che nell’occidente avanzato post-industriale il lavoro intellettuale sembra l’unico ancora rimasto in piedi. Moltiplicato negli impieghi e nelle figure professionali, malgrado le apparenze, e difficilmente delocalizzabile. Ci ha pensato il web a livellarlo verso il basso, l’indifferenziato, l’autoreferenziale, il dilettantesco. E’ così anche per quanto riguarda la televisione, il cinema, la musica, l’editoria. L’informazione è in testa.

  2. In alcuni settori, può funzionare. Io ad esempio collaboro a titolo gratuito con una testata verticale, un multiblog, scrivendo di argomenti specialistici (che mi competono) e che mi ha permesso di trovare alcuni buoni contatti con cui farci del lavoro vero cliente/fornitore.

    Certo, se questo diventa un alibi per foraggiare di contenuti un modello di business dagli orizzonti ristretti… non è più scusabile. Ma credo che una parte della responsabilità vada anche a chi si presta al giochetto, scrivendo gratis, credendo alle favole senza capire che non sta andando da nessuna parte.

    Ciò detto, come dico sempre: i consigli sono gratis. Le consulenze a pagamento.

  3. A me ricorda un tizio dal quale andai a fare un colloquio e che quando si giunse a parlare di rimborso spese (era uno stage) si inventò la storia che, dato che aveva appena aperto questo nuovo studio soldi non ce ne erano e che quindi cercava giovani coraggiosi…secondo lui, avrebbe potuto darmi solo 200€ al mese ma non intendeva farlo perché gli sarebbe sembrato di darmi una elemosina, di prendermi in giro…dato che stavo iniziando, a me quei 200 euro potevano anche andare bene (ci pagavo la spesa mensile al supermercato a milano)…

  4. La questione è semplice, secondo me.
    L’imprenditore guadagna dei soldi con quel sito? Sì? Allora una parte di quei soldi deve (deve!) andare ai collaboratori. Se i collaboratori non percepiscono nulla, si tratta solo di sfruttamento bello e buono. Punto. Il resto è fuffa: visibilità, esperienza… le solite stronzate.
    Oppure l’imprenditore non guadagna dei soldi direttamente dal sito. In tal caso il sito è una bella vetrina per tutti, un blog dai molti autori che lo usano per promuovere ciascuno la propria professionalità, farsi conoscere e guadagnare da attività collaterali che arrivano a seguito della pubblicità ottenuta attraverso il sito. Tutti alla pari, e di fatto un “padrone” non esiste. Allora così funziona.
    Se è così (e da come la racconta Silvia mi sembra di capire che sia così…), vorrei però vedere la contabilità. Ché fidarsi è bene, ma… ci siamo capiti.
    Marco

  5. Sono parecchie le piattaforme di questo tipo (non solo nel giornalismo), in cui i contributi semi-hobbistici e non retribuiti (ma che potrebbero essere di qualità assoluta) di un gran numero di persone portano valore ad un servizio, che spesso è redditizio solo per colui che aggrega tali contributi. Giusto o non giusto non lo so, e non credo sia la domanda corretta, piuttosto durerà o non durerà? Curatori e autori di enciclopedie cartacee potrebbero fare lo stesso discorso su Wikipedia, che però esiste, mi sento di dire che probabilmente sopravviverà, e che offre un prodotto che per molti aspetti è completamente diverso (non voglio entrare nel merito ‘è migliore-peggiore) dall’enciclopedia classica. Hanno senso anche nel giornalismo questo tipo di esperimenti, dureranno e sostituiranno o piuttosto affiancheranno le piattaforme tradizionali basate su contributi professionali di tipo cliente-fornitore?

    1. io però credo che farsi qualche domanda sulla qualità non sia inopportuno.
      spesso è ottima, sicuramente. ma tendo ad avere qualche riserva sulla scrittura hobbistica, soprattutto in ambito giornalistico.

  6. Ho la leggera impressione che chi abbia scritto questo post non abbia ben chiaro il funzionamento del mercato dell’editoria online.

    Cara Silvia potresti dirci quante visite fa il tuo blog e quanto ti fa guadagnare al mese questa tua impresa?

    1. Giorno medio: un centinaio di contatti.
      Nuovo post: 300 – 1000 (di superare mille e per più giorni mi è successo una volta sola).
      Guadagni: zero. È il mio blog, ci scrivo quando mi pare e ci scrivo solo io. È un diario pubblico, non un giornale.
      Perché?

  7. Allora un giornale online non è per nulla differente da un blog, solo deve avere più requisiti. Ora diciamo che se un giornale ha circa 550.000 impressioni al mese può attraverso la pubblicità di google incassare circa se ha un onesto ctr 1.000/1.500 euro al mese (12.000/18.000 l’anno), ma anche di meno. Un sito che fa tutto quel traffico non può stare su un hosting normale, deve avere un server dedicato che costa minimo 200 euro al mese, e dico minimo e quindi cira 2.400 euro l’anno se ne vanno solo per il server. Per generare quel traffico e gestire una quantità inportante di dati devono esserci almeno 2 persone che stanno tutto il giorno a leggere gli articoli che arrivano, correggerli e inserirli, gestire pagine fan, rispondere ad email, organizzare accrediti etc. Per poter prendere soldi occorre una partita iva che minimo costa 3.500 euro l’anno (imps) + commercialista 700 euro l’anno?, poi ci sono le tasse che devono essere pagate. Poi dipende se uno ha una redazione e deve pagare l’affitto, metti ha solo un buchetto almeno ha 500 euro al mese di spese tra affitto, corrente, internet etc quindi almeno 6.000 euro l’anno di spese. Come vedi una testata che fa 550.000 pagine viste al mese a fine anno ha 0 di guadagno ( se non va in passivo) e ha bisogno di almeno 2 persone che ci lavorano gratis a tempo pieno. Ora vediamo in contenuti, per fare 500.000 page view mensili significa che servono circa 18.500 page view giornaliere e quindi diciamo almeno 18 articoli al giorno ognuno dei quali genera 1.000 page view (poi fare il calcolo è facile). Quale può essere allora il valore di un singolo articolo?

    Quessti sono i dati degli editori indipendenti. Loro fanno impresa nel senso non che sono imprenditori, perchè si sa che l’editoria è un servizio prima di tutto ed è un attività in perdita (altrmenti non ci sarebbero i finanziamenti pubblici), ma perchè è un impresa mandare avanti un giornale indipendente, può essere fatto solo a livello di passione o di guadagno indiretto.

    Altro discorso è per le grandi tesatate che prendono il finanziamento pubblico … e li sono totalmente d’accordo con te. Oltre al finanziamento pubblico, godono anche di acconìunt pubblicitari privilegiati che danno di più, ma si contano sulla punta delle dita. Comeil discroso cambia per quei siti che fanno oltre 20 milioni di pagine viste al mese (ma quanti sono?) E quindi benvengano editori che si mettono ad aprire testate online sapendo dall’inizio che non guadagneranno un soldo da quell’attività. E benvengano i ragazzi che scrivono in queste testate e che spesso scrivere per un giornale li qualifica e gli apre delle opportunità.

    L’informazione indipendente è un servizio che si fa, se non ci fosse, dato che al finanziamento pubblico si ci accede politicamente, ci sarebbe solo la propaganda.

  8. Forse mi sono spiegato male, tu hai ragione in quello che scrivi! Solo è bene fare le debite differenze tra cosa e cosa tra situazione e situazione e non si possono confondere diversi ambiti e situazioni. Quella del giornalista è una professione seria e c’è da distinguere anche li tra l’amatore e il professionista e uno comunque per diventare professionista come ogni altro ordine professionale c’è bisogno di studio e di pratica, come è per avvocati, commercialisti etc. Ovvio che se si considera il tuo di profilo il discorso è impeccabile, ma credimi che il tuo è un profilo alto e ce ne sono pochi.

    La maggior parte delle persone che vuole scrivere, spesso scrive in maniera molto banale, in maniera improvvisata etc. e si crede di essere il nuovo Indro Montanelli!

    Ciò che manca è la professionalità! E questa grave carenza unitamente ad un sistema in perdita fa si che si inquina il mercato da parte di improvvisati disposti a scrivere gratis che in se per se, anche in relazione ai fini per il quale si fa, non è un male se non c’è sfruttamento del lavoro e ci sia un equo scambio.

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