Chi ci guadagna? Un confronto tra il prezzo del mio articolo e il valore che ha

Una storia di un po’ di tempo fa.
Premessa.
Tra le tante, collaboro con una testata che oggi per i miei pezzi mi paga X*. Sono articoli come altri, quindi devo trovare argomenti originali (ed è la fase più difficile), devo contattare gente da intervistare e poi devo costruire il pezzo. Essendo pagata X, che è molto poco, a volte cedo un po’ alla pigrizia e, invece di fare grandi ricerche tra i miei contatti, mi affido ai comunicati stampa o agli uffici stampa con cui ho già avuto a che fare. Niente di male, anzi. Anche se lo so che ci sono tanti scienziati in Italia che non hanno ufficio stampa o che non lo sanno usare o che boh, e altri che invece lavorano con addetti stampa più efficienti o persino un po’ insistenti. Però peggio per i primi, eh, e poi io comunque non pubblico panzane né riporto comunicati stampa pari pari, so di chi posso fidarmi, non mi limito a leggere una versione della notizia e telefono sempre a qualcuno: quindi faccio comunque un buon lavoro, e per quel che è X a volte mi sembra di fare un lavoro davvero ottimo.
Fine della premessa.

Allora tempo fa dovevo seguire per la testata di cui sopra un piccolo evento, facciamo una premiazione. Una cosa bella e trasparente, nessun problema. Il prezzo del pezzo sarebbe stato comunque X.
Finché non mi chiama l’organizzazione, che mi conosce per altre ragioni, e mi propone una specie di lavoro da addetto stampa. Proprio per quell’evento.
Mi chiede, cioè, di lavorare per lei allo scopo di far uscire la notizia sui giornali e sugli altri media. Mi pagherebbe a forfait, dice. E il mio primo pensiero è santo cielo, ma così finisce che per il pezzo per la testata che mi paga X vengo pagata due volte! Una volta dalla testata e una volta dall’organizzazione: è scorretto! Quindi dico di no, anzi di ni, anzi di boh. E prendo tempo.
Loro mi pagherebbero sicuramente di più, ma la collaborazione con la testata io la voglio mantenere, e la voglio mantenere sana, voglio che si continui a pensare che lavoro bene e che… ma insomma, però: X è proprio poco.
Quindi ritelefono e dico: ok, ci penso. Magari mi sfilo, e il pezzo per la testata che mi paga X non lo scrivo proprio. Ma ditemi, quanto mi paghereste?
La risposta suona più o meno così: Beh, di sicuro più di quei (tenetevi forte) 10 * X che ti pagano normalmente per un pezzo!

Dieci-per-Ics.
Cioè, lui credeva che i pezzi me li pagassero dieci volte di più.
Sospensione del pensiero. Chiudo la telefonata: scusa, ti richiamo tra un secondo. E mi faccio due conti, e continuo a farmeli.
1. Da domani o la testata di cui sopra mi paga almeno 5*X o niente.
2. Figurati. Non mi pagheranno mai più di 1,5*X, ma forse anche 1,2*X.
3. Siccome ieri la mia collega mi ha raccontato di aver rifiutato di essere pagata 1,5*X ad articolo e di aver salutato la sua testata di riferimento per sempre, e siccome io lì ho pensato cazzo stima, da domani rifiuto anch’io. Rifiuto e mi metto a fare altro.
4. La mia collega mi ha anche detto che un nanosecondo dopo il suo rifiuto lo stesso giornale ha pescato una studentessa implume del primo anno di un master, le ha proposto la stessa collaborazione e nella migliore delle ipotesi la paga X o 0,75X o 0,5 X (più probabile). I suoi articoli sono imbarazzanti, dice la collega, ma evidentemente non è un problema, perché sono economici. E poi la possiamo sempre leggere come largo ai giovani, perché quelli della mia età quando conviene puoi anche considerarli passatelli (e quando conviene puoi invece chiamarli ragazzi, per proporre loro un’eterna gavetta: è il nostro miglior pregio, siamo versatili).
5. Ma tutta quest’attenzione per l’etica del lavoro…? Spero che non sia una fissa solo mia. Perché da qualche parte ci deve essere il trucco.

Ma soprattutto. Quanto vale il mio lavoro? Per la testata di cui sopra, poco. Per il giornale (ex giornale) della mia collega, ancora meno. Ma per quelli che vengono citati evidentemente vale almeno dieci volte tanto. Ed è di questa entità il danno che procura a se stesso quello che non ha un addetto stampa o ce lo ha ma non lo sa usare o ha deciso che pazienza.
Io, poi, rispondo al giornale e ai lettori e il mio lavoro è soprattutto quello di dare notizie di qualità, verificate e ben scelte, utili alla nostra crescita e al dibattito e blablabla. Ma quando uno mi arpiona e mi vende un bel comunicato stampa di quelli che mi risparmiano un sacco di fatica, e portano la mia paga oraria da X/3 a X/2 (da pochissimo a molto molto poco), fa un affarone vero. Quasi lo fa fare anche a me, sebbene nel mio caso si parli di spiccioli.
Ci devo pensare bene, tutte le volte che scrivo.

In tutto questo, un pensiero vorrei mandarlo a chi invece mi fa perdere un sacco di tempo come quello scienziato di qualche giorno fa, che ha voluto rileggere il pezzo, se lo è tenuto per giorni e me lo ha restituito pieno di correzioni sgrammaticate e di indecenti trombonate scritte con le lettere maiuscole (tipo Prof. Ord. nonché Presidente Onorario della AINUIGSUHPI, Associazione Italiana Nazionale…). Poi ha preteso di rivederlo prima dell’invio in redazione e, alla mia cortese mail in cui ribadivo che il mondo funziona se ognuno fa il suo mestiere, mi ha risposto peccato, pensavo che volesse fare un lavoro un po’ migliore rispetto ai soliti articoli divulgativi..
Sì, soliti articoli divulgativi, scritto con un certo disprezzo.
In questo caso lui, con un paio di telefonate e un’inutile lavoro di revisione dell’articolo, guadagna 10*X. Io invece guadagno X. E siccome con la sua arroganza mi ha fatto perdere un sacco di tempo, ha portato la mia paga oraria a X/4. La prossima volta glielo dico. Quanto a me, sono sempre qui che ci penso.

*Non è un segreto quanto mi paghi, ma qui è irrilevante. Vi basti sapere che è molto poco.

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10 pensieri su “Chi ci guadagna? Un confronto tra il prezzo del mio articolo e il valore che ha

  1. Condivido la critica; oggi al convegno per la Giornata mondiale senza fumo all’Istituto superiore di sanità è venuta per una mezz’ora il ministro Lorenzin: diploma di liceo classico.
    Non so nulla sulla persona, ma è impossibile che in Italia non ci sia una persona un po’ più competente in medicina. Tanti dicono che nei ministeri non si fa tecnica ma politica: cazzate, se non sai come si pesano le variabili, cos’è una ricerca, cosa sono le variabili e tutto, fai solo danni.
    Quindi ci sono cose che o le studi o non le sai, ma questo purtroppo non viene apprezzato.

  2. Bell’articolo, bella riflessione, applicabile direi alla stragrande maggioranza delle professioni intellettuali, inclusa la mia, quella di architetto.
    Come lapidariamente definiva una collega su Facebook pochi giorni fa: “le professioni intellettuali sono la fascia alta dei morti di fame”.
    Saluti. GPC

    1. cacchio! non so se il percorso sia stato questo.
      ma quella definizione (bellissima) la dà walter siti in un suo libro di qualche anno fa, e la riferisce (se non erro) a un non precisato amico suo.
      io poi l’ho ripresa nel mio libro uscito un paio di settimane fa, calcandola un po’, e l’ho riferita a un non precisato “poeta”.
      quando sono uscite le prime recensioni del libro, la definizione è finita addirittura nel titolo: http://www.articolo36.it/articolo/lavoratori-intellettuali-sottopagati-bencivelli-cosa-intendi-domenica
      ed è così che ho visto i miei amici facebook riprenderla per giorni.
      io la trovo perfetta, con “fascia alta” accanto a “morti di fame”.
      comunque noi morti di fame dei piani alti dovremmo imparare a parlarci.
      per esempio: tra gli architetti che cosa succede?

  3. Grazie Silvia, per queste riflessioni. E, trasparenza per trasparenza, sono io la collega che ha rifiutato il lavoro ma è bene specificare che, ben lungi dall’essere un’eroina, l’ho fatto solo perché in questo momento me lo posso permettere. Solo due anni fa l’avrei accettato eccome, ingoiando il boccone amaro, quindi è tutto relativo al livello di fame che hai.

    Restando però in ambito economico, devo dire che nel caso specifico si trattava di lavorare per l’on line di un giornale che continua a pagare molto di più per il cartaceo che per quello che va sul web, anche se sul web ti legge molta più gente. Ora vorrei sapere se il modello di business del web è ormai così svantaggioso rispetto ai quotidiani che vendono sempre meno copie o se siamo di fronte a una forma di snobbismo economico, in cui il valore X è determinato anche da logiche sindacali obsolete portate avanti da colleghi che, grazie al contratto giornalistico con posto fisso, non hanno ancora capito che il mondo è cambiato.

  4. Vorrei rispondere a Silvia e Daniela.
    Cara Silvia,
    bel post che mi ha messo però una malinconia addosso. Scrivi cose molto amare ed è così purtroppo che le cose vanno in questo paese. Hai ragione e questo non mi accende nessuna lampadina perché lo sconforto è alle porte. Dico solo che da parte mia (e da parte di mia moglie) rispetto alle cose pubbliche ci siamo messi alla finestra: maniche rimboccate per non soccombere economicamente, ma basta con gli impegni civili e pubblici. Non abbiamo votato, e ci teniamo lontano da tutte quelle manifestazioni che per un po’ ci sono state care (da studenti) e poi simpatiche (da adulti) della sinistra. Io di quello che combinano a destra non so quasi niente (ed è un limite), ma di quello che a sinistra si dice lo conosco bene e ti dico che non ne posso più. Sul lavoro soprattutto. Non la tiro per le lunghe, ma non abbiamo mai capito io e mia moglie ad esempio perché se uno ha partita IVA il CAF non ti fa la dichiarazione dei redditi: esiste un motivo? Sicuramente sì, ma non mi interessa. Non capisco perché nessuno dei “compagni” abbia mai speso una parola sul fatto che se uno ha due CUD ti devono massacrare di tasse (quasi che darsi da fare e lavorare piuttosto che stare a casa lamentandosi sia un peccato da punire). Poi non capisco perché vengono detratte le attività sportive dei figli e non altre, tipo i corsi di musica.
    Non capisco tante cose e mi sono pure stufato di capirle. Tiro dritto per la mia strada. E’ strano perché non mi era mai successo, sempre così attento all’etica, alle ricadute delle cose che si fanno ecc. ecc. Ma ora davvero mi guardo lo sfacelo dalla finestra. Cerco di r/esistere come tutti e cerco in tutte i modi la maniera migliore per “sbarcare” il lunario. Accidenti, ho 3 figli che voglio tirare su al meglio. E non gliela darò certo vinta!
    Basta, finisco le lamentele per dirti brevemente che anche se pagato poco mi piace il tuo modo di lavorare e il modo in cui scrivi (la testimonianza è qui: http://ilpianetadellescimmie.wordpress.com/2013/05/06/il-traffico-matematico/);

    Cara Daniela,
    leggo del tuo outing con rammarico perché non conoscendo le tue collaborazioni editoriali mi fermo a quella de Le Scienze quindi sarei portato a credere che il rifiuto si riferisca a quella rivista. Se così fosse mi dispiace anche perché leggo con interesse i tuoi post (e con la moglie psicologa ci divertiamo a intavolare delle belle discussioni tra un profano quale sono io e una ferrata quale è lei).

    A margine e in chiusura: il post apre mi suggerisce una riflessione che poi è la mia esperienza da lettore. In Italia l’editoria scientifica non è per niente vivace, rimane un mensile con una certa diffusione e poi tanti piccoli pezzetti come qualche blog ben fatto (Bressanini, Ovadia, Pasini, OggiScienza) e Radio3 Scienza. Però di scienza si legge molto soprattutto in rete e soprattutto roba dall’estero. Forse è per questo che da noi si pagano poco e male i giornalisti scientifici? Perché il pubblico interessato a queste cose tanto mastica un buon inglese e si rivolge altrove per leggere, conoscere e aggiornarsi?

    PS: a proposito di architetti, proprio ieri è passato da casa mia un architetto a ritirare la bicicletta di mio figlio che è cresciuto e noi -col cuore ancora un po’ a sinistra- ci siamo detti: regaliamola! Bene. L’architetto in questione era simpatico e ci siamo fermati a chiacchierare una buona mezz’ora, giusto il tempo per scambiarci sconsolate considerazioni sul lavoro. Lui è fermo da anno e l’unico progetto che è riuscito a presentare e farsi pagare riguarda un modello per l’Iraq (dove pare si va costruendo parecchio). L’idea dell’estero però a noi padri di famiglia ci è preclusa. Chi e con quale coraggio sradicare i nostri amati pargoli dai loro contesti solo per cercare stipendi più alti?

    Saluti.

    1. è una storia vecchia.
      andò a finire che per il giornale non feci niente e lavorai per gli altri. risolto così anche il conflitto di interessi. e imparato molto sul resto.

  5. Quello che dici è giustissimo, anzi più che giusto. Fai però un errore grave che fanno tanti tuoi colleghi. Non necessariamente un articolo pagato 0,5 x vale meno di uno pagato 10 x. Fosse così sarebbe molto semplice, estremamente semplice.

    Sono nel settore, ma faccio parte di quei bruti che “pagano” voi giornalisti scientifici. Beh, ecco, lasciati dire che ho pagato articoli 20x per avere servizi, in una scala da 0 a 10, da 6. Altre volte ho pagato 0,1 X e ho avuto servizi da 8.

    I migliori servizi, in assoluto, sono però quelli che ho pagato 0,00000 x. Quelli dove venivo ringraziato per avergli permesso di scrivere. Altamente specialistici e professionali (quindi da esperti della materia). Ovviamente il discorso non posso applicarlo per report da eventi. La ci va’ il giornalista. Ma con tutto il rispetto.. Dovreste esser stipendianti per partecipare ad eventi e scriverci un articolo su. Non retribuiti X.

    Allora è qua che subentra il problema dell’infinito. Mio padre ai tempi lo pagavano 1-2 milioni di lire per scrivere un articolo. Ora c’è chi me ne scrive uno gratis 3 volte meglio di come mio padre possa scriverlo. Poi c’è chi viene pagato, ma siccome vuole decidere quanto esser pagato (non è mai abbastanza) sostiene che l’impegno deve essere relativo a quanto è il guadagno. Il risultato, appunto, è che il migliore resta chi me lo fa gratis!

    E’ giusto? Per niente, anzi.. è patetico. Benvenuta in Italia. Fattene una ragione. Però, come editore, che devo fare?

    1. Partiamo dal principio che un lavoro, in quanto tale, va pagato. L’editore che ha pagato 0,00000 x i migliori servizi è l’esempio pratico della politica del ‘furbetto’ nazionale.
      Benvenuta in Italia? Ma l’Italia siamo noi con il nostro modo di lavorare e vivere.
      Se un editore serio e professionale si vede consegnare un servizio ottimo senza aver concordato l’x di compenso, allora perchè non pagare quel lavoro? Anche non per quanto vale veramente ma una somma decente per il lavoro che quella persona ha svolto in maniera egregia e del quale l’editore ne ricaverà un profitto.
      Anch’io sono una freelance e vengo pagata sempre X, anche per un’intervista che fa vendere più copie e non è corretto. Preferirei essere pagata in base al pezzo che consegno.
      A volte mi capita che qualcuno dei miei intervistati mi dice “mentre l’aspettavo per l’intervista mi ha telefonato il giornalista tal dei tali, ma ormai mi ero impegnata con lei, così il suo giornale avrà l’esclusiva…”. Sono convinti che davvero veniamo pagati in base al valore del servizio.
      Un editore veramente furbo e intelligente, capirebbe che con questo sistema si motiva di più un giornalista a dare il meglio di sè,tutto a favore della testata.

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