Scienza e pelouche: la finale di FameLab Italia, un talent show per scienziati comunicatori

Sono finita nella giuria di FameLab Italia, un concorso per scienziati chiacchieroni che si sfidano su un palco a colpi di monologhi da tre minuti a tema scientifico.
Ganzo, davvero ganzo. Era la finale italiana: Ilaria, la vincitrice andrà in Inghilterra a tenere alta la bandiera nella finale internazionale contro i rappresentanti di altri 23 paesi.
Quindi in bocca al lupo a lei e in alto i cuori: i nostri scienziati sono bravi a farla, la scienza, e a volte anche a spiegarla.

La nostra campionessa, per esempio, che di mestiere fa la biofisica a Genova, ha parlato dei sensi che sono molti più di cinque: ha raccontato l’equilibrio con un sacchetto trasparente pieno di inchiostro, inventato e costruito per l’occasione con le sue mani, e la percezione del tempo chiudendo con maestria l’intervento a 2’59”. Nel mezzo, ha perfino camminato sulle mani (c’erano altri medici in sala oltre a me, tranquilli). Mentre Manuele, che è arrivato secondo, ha affrontato lo scottante tema della flora intestinale. E come lui Giorgio. Poi c’è stata Francesca che ha mostrato i suoi esperimenti con le scimmie. E altri nove che hanno parlato di astronomia, cellule staminali, energia, chimica estrema e così via.
Ma insomma, visto che a dirvi quanto sono stati bravi non direi niente di particolarmente originale, vi racconto un po’ di pensate che ci siamo fatti (e che mi sono fatta) al momento di dare i voti.

In giuria c’erano due scienziati simpatici (un’ematologa e un fisico della complessità), c’ero io e c’era Frank Burnett, il fondatore del Festival della Scienza di Cheltenham nonché inventore del FameLab, che parla italiano per modo di dire. Però quando ci siamo riuniti per decidere chi premiare ci siamo trovati sostanzialmente d’accordo. Abbiamo individuato senza difficoltà i candidati del gruppo di testa ed escluso subito qualcuno.
Beh, qualcuno andava escluso, anche se ci erano stati simpatici tutti. E allora abbiamo in primo luogo escluso quelli che ci erano parsi aver fatto il passo più lungo della gamba, scegliendo argomenti su cui non erano ferratissimi.
Cioè: io scrivo un po’ di tutto, e so un po’ di niente, però se faccio un errore o se cito una ricerca poco solida o confondo due piani diversi o sbaglio paragone i parole i miei amici scienziati mi fanno due palle così (e a ragione). Quindi se uno fa lo scienziato e non il giornalista mi aspetto che sia prima di tutto forte nelle argomentazioni scientifiche: a trovare le metafore ci pensiamo dopo.
Abbiamo pensato più o meno la stessa cosa di chi aveva esagerato sul piano teatrale, tra imitazioni di politici e recite a memoria. C’è chi lo sa tenere e chi dopo venti secondi diventa pesante. Lì a volte si scivolava un po’ nel Gassman recita il teorema di Pitagora e insomma peccato. Su questo Frank, che i monologhi li guardava con attenzione senza capirne probabilmente più di dieci parole, ha dato valutazioni tanto simili alle nostre che ci siamo convinti di averci azzeccato.
Il mio compito, o almeno così l’ho interpretato, era quello di dare una valutazione sull’organizzazione del testo, sul taglio, sulla coerenza del linguaggio. Per me, doveva essere chiaro, o almeno doveva essere esplicitato, perché l’argomento scelto potesse essere interessante per un non esperto. I monologhi troppo astratti, che non si legavano a niente di conosciuto o discusso o almeno immaginato, boh, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Quelli (tanti) che cominciavano con vi siete mai chiesti che cosa sia…? Quelli credo di averli esclusi tutti: a volte per me la riposta era no, non me lo sono mai chiesto e non ho capito perché avrei dovuto chiedermi che cosa sia… e con questo mi ero già persa un terzo dello spettacolo.
Cioè: noi combattiamo per parlare di scienza in un paese che della scienza ha un’idea ben bislacca. Per me è abbastanza necessario che uno scienziato, soprattutto se ha velleità di comunicatore, si chieda a chi parlare e perché, e rifletta su quello che gli viene chiesto almeno quanto su quello che vorrebbe insegnare. Soprattutto se lo vuole insegnare, e non è il suo mestiere, a gente che dovrebbe imparare, e non è lì per quello, motivato dalla profonda bellezza di un fatto scientifico. Un po’ poco, per quest’epoca e per questo paese.
Ma vabbè, FameLab è una specie di X Factor e in tre minuti non è che uno abbia il tempo di tenere conto di tutto e di fare anche la cronaca.
Infatti, a monologo chiuso, c’era lo spazio per le domande della giuria. E lì la maggior parte dei candidati se l’è cavata bene, tanto da farci rivedere i voti che avevamo dato nel corso dei tre minuti. C’è stato uno che ha risposto dicendo una cosa tipo vi ho voluto proporre un nuovo modo di pensare all’essere umano… (però su quello se ne è andato, accidenti). È stato uno di quelli finiti subito nel nostro gruppo di testa. Troppi hanno dovuto precisare quello che volevo dire è che… Ma in generale la discussione finale li ha premiati quasi tutti, quasi sempre.
Infine c’era da pensare a un pubblico. C’era da vederlo e da sentirlo. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno meno. Questa forse è la dote più importante di uno che si metta sul palco e accetti la sfida di parlare di scienza per tre minuti: con o senza pelouche, con o senza capriole, con o senza occhiali da sole o camicie buffe. In quel caso era il pubblico della Sala dei Notari a Perugia, però non credo che cambi molto anche nella realtà: bisogna capire a chi si sta parlando ed evitare di pensarlo silenzioso e attento a gratis. Bisogna rispettarlo. E poi conquistarlo. Magari con l’umiltà di non pensarsi interessanti comunque.

Questo post poteva rientrare nella categoria tipi umani da giornalista scientifica, con l’etichetta giovane scienziato giocherellone che si diverte a raccontare la scienza coi pelouche. Ma onestamente prima dell’altra sera non ne avevo ancora incontrati. È una specie rara e interessante. Fa ridere, fa pensare, fa giocare. E soprattutto infonde ottimismo. Mica male, no?

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15 pensieri su “Scienza e pelouche: la finale di FameLab Italia, un talent show per scienziati comunicatori

      1. Grazie.
        Inoltre poichè ti seguo assiduamente potresti segnalare preventivamente queste bellissime iniziative? Ex post ci si mangia solo le mani di non essere andati.

  1. Credo che molti abbiano iniziato con “vi siete mai chiesti che cosa sia…?” perchè Frank Burnett, al corso di comunicazione che viene fatto ai finalisti, dice (o meglio diceva l’anno scorso) che un buon inizio per catturare l’attenzione dello spettatore è proprio: “did you know that…” or something similar.

    1. urca. gaffe. beh, lì non ha detto niente (forse non ha capito…).
      a me sembra un attacco banale e anche un po’ sbagliato. cioè: dipende da che cosa sia la cosa da raccontare. “vi siete mai chiesti perché il mare sia blu?” ok. e: “vi siete mai chiesto perché alcune radiazioni facciano male?” ok. ma: “vi siete mai chiesti che cosa sia il decadimento beta?” non mi sembra molto appealing.

  2. Confermo quello che ha detto Matteo.
    Anche quest’anno Frank alla MasterClass ci ha suggerito questo “Did you know that…?” per
    1) catturare l’attenzione del pubblico
    2) rendere trasparente e chiaro il messaggio

    1. allora ribadisco. sì, forse a volte funziona però non sono sicura che lo faccia sempre: “vi siete mai chiesto perché alcune radiazioni facciano male?” è ok. ma: “vi siete mai chiesti che cosa sia il decadimento beta?” non mi sembra molto appealing.

  3. Uhmmmm, sull’attacco non sarei così rigido. In effetti il “vi siete mai chiesti…” lo trovo un po’ petulante, ma se l’argomento fosse il decadimento beta si potrebbe fare ironia: “Certamente vi siete chiesti molte volte cosa sia il decadimento beta…”
    Però dubito che in una presentazione di tre minuti sia necessario accalappiare il pubblico con la prima frase, soprattutto se sono lì ad ascoltare un concorso come FameLab. Insomma se non mantengono l’attenzione per tre minuti che ci sono andati a fare?

  4. Scusate ma “did you know that…” non mi pare efficacemente tradotto dall’italiano “vi siete mai chiesti…”… L’approccio dell’espressione inglese mi fa immaginare degli amici al bar con uno che all’improvviso se ne esce con una nozione buffa, o che ritiene interessante, come un fulmine a ciel sereno: solo l’impatto, secondo me, cattura l’attenzione. L’espressione italiana in effetti un po’ petulante mi sembra… Comunque qualsiasi espressione, a sentirla 14 volte, sembra noiosa. Sebbene lo stesso creatore di Famelab può aver dato un’indicazione, certo l’originalità mi pare sempre positiva!
    Silvia, gerazie di averci raccontato i processi di valutazione della giuria: riflessioni interessanti!

  5. scusate l’off topic e la pubblicità occulta, ma l’avete letta la lettera aperta a Ignazio Marino da parte degli animalisti che lo invitano a vedere il film L’Alba del Pianeta delle Scimmie per capire quanto sia pericoloso sperimentare sugli animali?
    qui la fonte originale: http://www.prometeusmagazine.org/wordpress/2013/05/06/animalisti-fantascienza-e-affari-religiosi/
    e qui visto che il mio blog alle scimmie si riferisce un breve sunto:
    http://ilpianetadellescimmie.wordpress.com/2013/05/10/animalisti-allalba/
    Saluti

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