Lost in Finestraccio – Io freelance, tu postino: il compromesso della raccomandata

Il mio purgatorio è un ufficio postale.
Non uno qualsiasi. Quello di Finestraccio*.
Per carità, è un ufficio postale come tanti, sebbene afflitto da lavori in corso dalla durata indefinibile. Non è nemmeno troppo affollato. Ha l’unico difetto di trovarsi a un’ora di mezzi pubblici da casa mia.
Per la precisione. Per andare a Finestraccio esco di casa, faccio duecento metri, prendo (se passa, quando passa) un trenino a righe gialle, scendo a Torbangla**, attraverso una strada a quattro corsie, prendo (se passa, quando passa) un autobus a tre cifre, scendo davanti alle poste ed è fatta.
Quasi sempre.
Quando non avvengono fatti misteriosissimi ed affascinanti tipo la nipote che ritira la raccomandata del nonno con la carta di identità della nonna o il tizio che viene a prendere un pacco per il figlio, senza delega né documento, e si giustifica dicendo sa, mio figlio sta facendo la scuola per diventare finanziere…
Comunque a un certo punto e in qualche modo riesco a ritirare la mia raccomandata e a tornare alla fermata, per prendere l’autobus a tre cifre e fare il percorso inverso in direzione casa mia.
Nella busta, ho l’ennesima certificazione di pagamento 2012.

Maporcadiunapalettaladra… L’anno scorso ho emesso una trentina di fatture: alcuni clienti (ne bastano cinque per rovinarmi la vita tra marzo e maggio) invece di mandarmi la certificazione per posta elettronica ritengono più appropriato farmi una costosa inutilissima raccomandata con una costosa e inutilissima ricevuta di ritorno. E non pensano, ingenui, che non posso essere sempre a casa a pescare al volo le raccomandate che mi piovono addosso. La maggior parte, direi quasi tutte, le devo andare a recuperare a Finestraccio.
Mi trovo l’avviso di giacenza, smadonno con tutto il mio cuore, sbraito che stavolta la lascerò lì, quella raccomandata.
E poi faccio esperimenti su me stessa.
Riuscirò a resistere fino all’ultimo giorno per il ritiro? No, perché intanto posso sperare che un’eventuale altra raccomandata mi arrivi in questo intervallo di tempo e mi eviti un secondo giro a Finestraccio.
Ma la risposta è no. Non posso passare le giornate con l’avviso di giacenza di una raccomandata che occhieggia verso me, incastrato dietro al vetro della vetrinetta dei piatti in sala, o che mi fa continuamente cucù dal mezzo del libro che sto leggendo.
Ed ecco che quest’anno ho già all’attivo quattro viaggi a Finestraccio. Consapevole che ad agosto cominceranno ad arrivare le raccomandate dei controlli dell’Agenzia delle Entrate e saranno altri passaggi da Torbangla in su e in giù.
Una volta sull’autobus a tre cifre ci ho pranzato: mi sono portata la gavetta con il riso freddo e mi sono arrangiata così. Altre volte semplicemente osservo la gente e origlio: sul trenino par d’essere all’Onu, da tante nazionalità si incontrano. E poi leggo, telefono, scrivo mail. E mi rodo il fegato, dio quanto me lo rodo…

Stamani però ho beccato il postino.
L’ho ghermito lungo le scale. E gli ho fatto una filippica infinita sulla mia angosciante situazione.
Lui non ha colpa. Mi dice che la colpa è delle privatizzazioni. Capisco di avere di fronte un uomo di sinistra. Un uomo gentile, anche.
Dico siccome hanno privatizzato anche me, adesso ricevo valanghe di certificazioni di pagamento (ridicole, sa…) (e la maggior parte da parte di enti pubblici, si renda conto…) che mi costringono a perdere intere mattinate di lavoro per andare a Finestraccio
Faccio anche un calcolo: se mi pagano cento euro lorde per un lavoro di una giornata, ho guadagnato tipo cinquanta euro, cioè diciamo cinque euro puliti all’ora (wow). Ma se poi perdo una mattinata per andare a Finestraccio a recuperare la certificazione fiscale che blablabla (è un uomo di sinistra, ma è un dipendente e non si rende conto che sto un po’ annaspando) alla fine è come se guadagnassi tre euro e mezzo all’ora (l’ho stordito), e si rende conto lei di che razza di sistema sia?
Si rende conto.
Mi dice che però non può lasciare le mie raccomandate ai vicini.
Nemmeno scrivere sull’avviso di giacenza il nome del mittente? Sa, almeno posso mandare una mail e chiedere che la certificazione me la mandino in formato elettronico, così io posso cliccare semplicemente “inoltra” alla commercialista. Lo so che lei fa il postino, ma capisce che siamo nel 2013…
Non si può.
C’è la privacy.
Ora. (Omissis).
Ma mi spiegate perché le cose che faccio (e per cui vengo pagata, in genere) avvengono in enormi sale conferenze aperte al pubblico e vengono tutte buttate su internet, in streaming, foto, bacheche pubbliche di facebook… E poi la certificazione del pagamento deve essere coperta da tanta privacy da impedire persino a me di sapere quando e come mi arriva?
Il postino è un uomo di sinistra. Capisce i problemi dei lavoratori, anche quelli autonomi a partita Iva.
Mi spiega che l’Italia ha preso una brutta direzione. Lo ascolto con aria affranta.
Mi chiede ma lei di che cosa si occupa, se posso permettermi? Alzo la testa, tiro indietro i capelli e dico, con voce grave, di scienza. E in quel momento esatto mi accorgo di avere addosso la mia felpa zebrata col cappuccio e ai piedi le babbucce blu.
Il postino mi guarda perplesso.
Poi tira fuori un’agendina di carta, fa la sua battuta: come vede io uso solo dispositivi elettronici…
E compie il gesto più umano che possa immaginare.
Mi dà il suo numero di telefono.

Signori colleghi: ho il numero del postino del mio quartiere.
Mai più Finestraccio, mai più riso freddo sul 495, 638 o 742.
Siete interessati? Volete anche voi il numero del vostro postino?
Il mio servizio a domicilio di appostamento, stanamento e convincimento (per intenerimento) del postino costa 100 euro al giorno (Iva esclusa).
Però a questo punto le certificazioni di pagamento siete pregati di mandarmele per posta elettronica.

 

*Nome di fantasia
** Nome di fantasia non mia, che deriva dall’etnia più rappresentata tra le tante che vivono nel quartiere

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4 pensieri su “Lost in Finestraccio – Io freelance, tu postino: il compromesso della raccomandata

  1. E perchè il DURC che t’ha fatto? L’anno scorso mi è stato chiesto per la prima volta da una scuola, vado stravolto all’INPS e chiedo ma che è? “E’ la certificazione che i suoi versamenti inps sono regolari” bene, dico, ho 7 scuole stanno me ne faccia sette, “no gliene posso fare uno (valido 30 giorni – ndm*) poi le faccio 6 fotocopie autenticate (!!), comunque la legge prevede che tra enti si possa dialogare, sicchè dovrebbero farci la richiesta direttamente le scuole via mail (alla faccia della privacy! ndm)”.
    Siccome io non vivo di questo e la mia città è un quartiere della tua, me la rido di gusto (non sempre) davanti alla burocrazia e alla sua stoltezza. Intanto però quest’anno un Comune accettando il preventivo di spesa mi invia una dichiarazione spontanea sostitutiva del DURC, dopodichè faranno richiesta diretta all’inps. Tira là.

    *Nota del malcapitato.

  2. Queste sono le cose dell’Italia che mi fanno andare in bestia. Non ce l’ho con te o con il tuo postino, ce l’ho con il ‘sistema’ che non prevede un modo efficiente e sicuro per il ritiro di una raccomandata. Bisogna sempre fare affidamente sulla gentilezza delle singole persone che ti fanno un ‘favore’, oppure avere qualche ‘conoscente’ nel ramo.
    Ho vissuto in 3 diversi Paesi e, senza essere nessuno ne’ conoscere nessuno, ho sempre fatto tutto cio’ di cui c’era bisogno da sola: documenti per l’immigrazione, assistere il mio partner all’ospedale fuori orario anche se non siamo sposati, ritirare pacchi anche se non sono a casa di giorno.
    Quando torno in Italia, devo farmi aiutare dai miei ‘che li conoscono’ anche per andare in banca.
    Questa e’ mafia, non ho altre parole per definirla.

  3. Di esperienze come queste ne ho fatte a decine, l’ultima 3 giorni fa (ritirare una raccomandata A/R quando da almeno 5 anni esistono le comodissime PEC).
    Pizza e mandolino sono gli unici prodotti che possono riuscire in un sistema come quello italiano. Il rifugiarsi nell’orgoglio patriottico è l’illusione degli imbecilli.
    “L’intellettuale italiano è sempre stato all’opposizione di ogni regime …. precedente” (Pippo Franco)

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