Attenti al cinghiale, ovvero Chernobyl in umido con le olive

A vederli in foto, sembrano stare benone: belli setolosi, con quel loro sguardo intelligente che mi piace tanto. Sono morti perché li hanno ammazzati a pallettoni, mica di malattia. Ma sono cinghiali fuorilegge con il Cesio e questo ci impedirà di mangiarceli.
È il Cesio di Chernobyl, quello che ci è piovuto in testa nel 1986 dopo l’incidente alla centrale nucleare: siccome nella versione Cesio 137, radioattiva, ha un tempo di dimezzamento lungo (il tempo che ci vuole per passare da una certa quantità alla metà di quella quantità è 30 anni) non ce ne libereremo tanto presto. Primi fra tutti, non se ne stanno liberando i cinghiali, che mangiano bacche e tuberi senza sapere che è proprio là che si accumula.
Leggo articoli confusi. Qui, per esempio, si dice: allarme allarme, centotrentasette cinghiali contaminati da Cesio radioattivo (cioè Cesio 137, guarda la coincidenza…) nel paese di Cesio (altra coincidenza…) in Valsesia. Peccato che non esista un paese di Cesio in Valsesia (ne trovo uno in provicina di Imperia e uno in provincia di Belluno) e che i cinghiali coinvolti siano ventisette*. Leggo anche commenti tra il grottesco e il disinformato in stile kasta-punto-esclamativo-svegliaaa. Finché non mi telefona qualcuno che mi chiede: ma… Chernobyl, le radiazioni… moriremo tutti?

E allora mi sono messa un po’ a studiare.
La risposta è no. A meno che non siate cinghiali durante la stagione venatoria. Non moriremo nemmeno stavolta.
Solo che siccome noi umani rispettiamo la legge, e siccome ci sono indicazioni precise sui limiti sulla quantità di Cesio 137 che può essere presente nella selvaggina a uso alimentare (è la Raccomandazione della Commissione Europea del 14 aprile 2003**), non mangeremo quei cinghiali. La Raccomandazione dice anche che l’incidenza della contaminazione dei prodotti di selvaggina per la salute del pubblico in genere è molto bassa e non è pertanto necessaria l’adozione di norme più vincolanti. E, onestamente, ha un tono tutt’altro che allarmistico.
Spiega che, nonostante la nostra percezione di Chernobyl come di un fatto archiviato, le bacche selvatiche, quali mirtilli neri, bacche di rovo, mirtilli rossi, lamponi, more di rovo e fragole selvatiche, varie specie di funghi selvatici commestibili (ad esempio galletti, boleto baio, steccherino dorato), la carne di selvaggina (capriolo e cervo) e i pesci carnivori d’acqua dolce (ad esempio luccio e pesce persico) in talune regioni dell’Unione europea continuano a registrare livelli di cesio radioattivo che superano i 600 Bq/kg.
Quindi c’è e non è una sorpresa. La Valsesia è una delle valli più belle d’Italia, Wikipedia dice che è considerata la più verde: ma insieme ai caprioli, ai funghetti, alle bacche ci sono anche i nanocurie. Come spiega l’Epa, non puoi farci niente. Sarebbe meglio che non ci fossero, ma ci sono.

Sandro Sandri, vicepresidente dell’Airp, Associazione Italiana di Radioprotezione, e Paolo Randaccio, professore di fisica applicata all’università di Cagliari, mi hanno spiegato un paio di cose:
1. quei cinghiali stavano benissimo fino alla morte per mano del cacciatore: in quelle quantità il Cesio 137 può provocare danni stocastici che però nei cinghiali non sono mai stati studiati (danni stocastici significa che sono probabilistici, in genere piccoli, lontani nel tempo: se gli scienziati non ci sentono, possiamo dire che sono piccoli aumenti della probabilità di sfiga, ndr). Non può provocare danni deterministici in alcun modo e non fa morire gli animali in tempi diversi da quelli della loro vita media naturale.
Ecco.
2. sì, si può dire con ragionevole sicurezza che si tratta del Cesio 137 di Chernobyl e non di una fuga di robaccia radioattiva dalla centrale di Trino Vercellese o dagli impianti di Saluggia. Perché si può calcolare il tempo trascorso dal loro deposito attraverso il rapporto fra i due radioisotopi del Cesio. Il 137 decade molto lentamente, il 134 invece ha un tempo di dimezzamento di due anni. Si misura la concentrazione dei due isotopi, si fa il conto e si ha una stima precisa del tempo che è passato dal momento del deposito di Cesio. In questo caso, verosimilmente, il risultato dice: aprile 1986. Quindi Chernobyl. Se il calcolo non vi persuade, sappiate che dai siti di Trino e di Saluggia non è stato mai misurato Cesio 137 disperso in ambiente in quantità e modalità tali da determinare concentrazioni ambientali paragonabili a quelle dovute al rilascio derivante dall’incidente di Chernobyl. Nessuno ha quindi inteso ipotizzare un rilascio dai laboratori piemontesi.
3. Una mia amica mi ha mandato un calcolo fatto da un amico suo, fisico, in cui, stimando in 15 anni l’età del cinghiale e in 150 kg il suo peso, e sapendo quanto cesio radioattivo si trova nei tuberi della Valsesia (dato pubblicato), si poteva calcolare la concentrazione di Cesio 137 nel chinghiale senza doverlo, inutilmente, impallinare. Se quel dato è in linea con le previsioni (bella scoperta) a che cosa ci serve? Ai fini scientifici a niente. Però, siccome ci sono riferimenti di cui sopra, nessuna sopresa ma la misurazione andava fatta.
4. Ok. La misurazione andava fatta. Non vi sento sconvolti.
Quel cinghiale, voi, lo mangereste? Onestamente, sì.
Considera che nei mesi successivi a Chernobyl ci siamo mangiati un sacco di grano radioattivo: a quei tempi il principale produttore di grano in Europa era proprio l’Ucraina. E il grano ucraino passava dalla Grecia, faceva un po’ di giri, insomma: un po’ si perdeva di vista.
Non solo: la legge italiana consente di miscelare gli alimenti per diluire la radioattività (cosa non consentita coi rifiuti), quindi chissà quanta ce ne siamo mangiata a quei tempi. Sarebbe stato meglio evitare, ma anche questa ormai è andata. Tra l’altro le misurazioni sui cinghiali sono raccomandate, ma non obbligatorie: stavolta le abbiamo fatte, meno male. Ma tutte le altre…
A margine, nel 1986 io avevo nove anni e abitavo in provincia di Novara, che dalla Valsesia non dista poi tanto. Quindi.
5. Vabbè, quindi chissà quanto Cesio mi sono già mangiata.
Certo. Non solo: in natura c’è un radioisotopo con un profilo molto simile al Cesio 137, e altrettanto pericoloso. È il Potassio 40. Solo che siccome è “naturale” a noi ci sembra buono. Perfino la radioattività, se la chiami naturale, la gente la crede buona…
Per questo quel cinghiale lo mangerei: ho sempre mangiato cinghiali sicuramente ricchi di Potassio 40. E anch’io.
Vivere comporta alcuni rischi, del resto.
Non solo: quanto cavolo di cinghiale dovrei mangiare per assorbire una dose di radiazioni davvero preoccupante? Tieni conto che la carne di cinghiale con concentrazione di 600 Bq/kg dovrebbe essere mangiata con regolarità (tutti i giorni cinghiale?!) per avere una dose di 1 mSv/anno***, che è praticamente innocua e comunque inferiore a quella dovuta al normale fondo ambientale medio (2,4 mSv/anno).
Suicidarsi col cinghiale radioattivo, nemmeno Obelix.
6. In sintesi? Le potenziali conseguenze sanitarie sui consumatori di queste carni sono trascurabili.

Pausa. Interno giorno.
7. Ma dopo Chernobyl la preoccupazione non era per lo iodio radioattivo? Tra i prodotti della fissione nucleare, si formano Iodio e Cesio. E vabbè. Lo Iodio ha un’attività molto superiore: di conseguenza, però, ha anche vita breve. Il Cesio, invece, ha un’attività (quindi una pericolosità nel tempo) circa 1400 volte inferiore, però dura un casino! E nel frattempo viene assorbito dalle piante, mangiato dai cinghiali….
Lo Iodio è un problema sul momento, insomma, però ti difendi lasciando passare il tempo. Dal Cesio no: di tempo ce ne vuole un sacco. A duecento giorni dall’incidente, il Cesio è (e resta) il contribuente principale della dose di radiazioni dovuta all’incidente stesso. Era il Cesio, per dire, la vera preoccupazione dopo l’incidente di Three Mile Island, anche perché il Cesio è molto idrosolubile.

Quindi se i cinghiali della Valsesia vi hanno deluso, e volete leggere di una vera contaminazione da Cesio 137 con morti e feriti, non resterete a bocca asciutta leggendo dell’incredibile catena degli eventi del famoso (?) incidente di Goiania.

A me intanto resta un dubbio, che poi è sempre il solito. Come vanno gestite queste notizie? Io, per farmi un’idea, ho avuto a che fare in vario modo con quattro fisici (i due nominati sopra, l’amico dell’amica, e uno, l’ultimo, di impiego domestico). Chi ha scritto gli articoli di cronaca non sempre è riuscito a fare altrettanto (e infatti vedi i centotrentasette cinghiali dell’immaginario paese di Cesio). Chi li legge che cosa capirà? Ha senso riferire una misura come quella, dandola in pasto al pubblico così? Cioè: io sono contenta che si facciano queste misurazioni, e che le si facciano in modo trasparente, ma poi?
Nel mio lavoro, ho visto bravi colleghi in seria difficoltà con le unità di misura e con la differenza tra un coso e un millicoso. Quando si parla di radiazioni, di dose equivalente, di assorbimento… succedono gran pasticci: sono concetti difficili e io, per esempio, tutte le volte ho bisogno di consultarmi con qualcuno che ci capisce. In questo caso non sarebbe stato opportuno evitare che la cosa passasse tout court per grave emergenza sanitaria?
È la solita questione della differenza tra un’informazione e la sua utilità.
Pensiamoci.

 

* (Qua invece i dettagli più precisi)
** Correggo quanto scritto precedentemente. Mi segnalano che la dichiarazione degli Stati membri su riportata nella Raccomandazione non ha valore giuridico, ma rappresenta
solo un petizione di principio e che non esistono norme che stabiliscano i valori limite per la concentrazione di radionuclidi negli alimenti, destinati al commercio intracomunitario.
*** Il Sv è il Sievert, che misura gli effetti provocati dalla radiazione su un organismo. Qui sono milliSv, ok? Ogni anno, solo per il fatto di abitare su questa Terra, ci prendiamo in media 2,3 milliSievert: se facciamo una Rx ne aggiungiamo più o meno 0,5, con una Tac intorno agli 8. Anche per questo non ci si dovrebba andare tanto allegri a fare esami in radiologia. Comunque, si consideri che per avere una probabilità del 50% di morire per la contaminazione radioattiva nel giro di qualche giorno si devono prendere 4 Sievert (cioè 4000 milliSievert), mentre sopra i 6 si schiatta quasi di sicuro. Per dire, si stima che Litvinenko, mangiandosi il sushi al Polonio, si fosse beccato in una sera tra i 5 e i 15 Sievert.

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20 pensieri su “Attenti al cinghiale, ovvero Chernobyl in umido con le olive

  1. Perchè mi volete dire che non tutti hanno un fisico di impiego domestico?
    A proposito il vostro quanto lo pagate? 🙂

    p.s. sempre ottimi chiarimenti, solo una precisazione: ai cinghiali si spara con proiettili non cartucce a pallini.

    1. e allora perché sui monti pisani c’erano le cartucce quelle che contengono i pallini? (dopo la parentesi novarese in occasione di Chernobyl, sono tornata a essere una bambina pisana che raccoglieva cartucce e pallini nei boschi locali). poi non c’era il problema dei pallini da togliere mentre si cucina il cinghiale? con che cosa mi confondo? forse che quelli sparassero a un qualche volatile?

  2. Ma se fosse una buona ragione per far smettere una volta per tutte la gente di sparacchiare per i boschi? a cinghiali o altro?

  3. chiarissimo, brava Silvia, ma perché i cinghiali e non le muucche? perché le bacche sono più ricche di cesio dell’erba?

    1. a questo giro hanno fatto la misurazione sul cinghiale. c’è una certa specie-specificità, cioè non tutti gli animali assorbono e trattengono nello stesso modo. lo stesso vale per le piante. i tuberi, per esempio, e le bacche, concentrano moltissimo. quindi alla specie-specificità di base degli animali si aggiunge quella delle piante che gli animali mangiano. non so se di base il cinghiale sia più predisposto ad assorbire cesio: mi pare però di aver capito che lo sono i vegetali di cui lui si ciba. nel latte, per esempio, la quantità di cesio è stata spesso misurata: oggi è molto bassa. quando ero bambina, nei giorni di chernobyl, era tutto un altro paio di maniche…

  4. ciao Silvia,
    grazie mille per aver chiarito tutta la storia dei cinghiali al cesio, io come scienziata ogni volta esco fuori di testa quando i media sparano queste cavolate. Io sono una studentessa di Chimica, con la passione per la cucina, e ogni volta mi saltano i nervi quando vedo sul web sparate a zero su dei fantomatici additivi chimici nocivi da parte di persone che evidentemente sono ben lontane dall’avere una benché minima conoscenza della materia. Scusa forse sto divagando, ancora grazie mille e complimenti!
    Martina

  5. A proposito di comunicazione. Silvia ho visto la puntata di Uno Mattina. Complimenti per la camicia :). Frivolezze a parte, credo che per la maggior parte di coloro che segue tale trasmissione ed ha visto la puntata, almeno tre quarti del servizio è stato a dir poco più che allarmante. Ad un certo punto il rappresentante del Ministero della Sanità, incalzato da Franco Di Mare, ha ammesso che fin quando si consuma cinghiale due volte l’anno non ci sono problemi, poi ha aggiunto un Kg (l’anno?). A questo punto giustamente preoccupata è intervenuta Elisa Isoardi, chiedendo “ma allora per chi come me mangia più di due volte l’anno carne di chinghiale?” Finalmente tu ha precisato che la quantità pericolosa è per chi quotidianamente mangia carne di cinghiale con un appetito pari a quello di Obelix. Ma fino ad allora il problema, a mio parere, non è stato inquadrato nella giusta dimensione. Forse bisognava partire proprio dagli effetti sulla salute (punto 6 del tuo articolo).
    Comunque io dal 1986 mangio carne di cinghiale più di due volte l’anno, in un solo anno, per via di una brutta pleurite, ho fatto 4 Rx ed una Tac ai polmoni (in media un Rx ogni tre anni da 40 anni)….tra quando pensi che io possa, come Zio Fester, accendere le lampadine mettendole in bocca?

  6. La cosa ai confini della realtà e’ che un’azienda alimentare italiana, se vuole esportare in Russia, deve effettuare analisi per la radioattività….

  7. Grazie Silvia per l’ottima informazione scientifica. Ma guarda che il giornalismo scientifico è sempre stato la feccia della categoria: mettici le pezze che puoi.

  8. Cara Silvia, complimenti per il tuo articolo, io sono un esperto qualificato in radioprotezione, ma anche un cacciatore ed a parte la disquisizione su pallini o proiettili volevo aggiungere una notizia sulle reali misure radiometriche fatte da me nel 1987 sulle zampette delle allodole. Questo uccello migratore, nidifica e proviene nella grande maggioranza dall’Ucraina la sua particolare peculiarità è che vive esclusivamente a terra, (non vola sugli alberi come gli altri suoi simili, ad ottobre durante la migrazione viene cacciato un pò in alcuni i paesi dell’europa dell’est (Romania ed Albania )in particolare ma anche in Italia.
    Scientificamente, anche se fatte al “girarrosto” sono molto buone, ce ne vogliono di allodole da mangiare per fare 1 mSv di dose efficace, ma ti posso assicurare che i valori misurati erano molto più alti dei cinghiali della Val di Sesia.

    Un Saluto
    Daniele

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