Viaggio in Inghilterra: il Nobel imbarazzato e due sfacciate giornaliste italiane (una sono io)

Sono andata a Cambridge a intervistare un premio Nobel per la medicina.
Ero con una troupe di Londra, ultraefficiente e attrezzata: abbiamo preparato le telecamere nel laboratorio, sistemato le luci, posizionato le sedie. Io ero anche un po’ emozionata: sai, un’intervista in inglese con un Nobel. Poi il Nobel è arrivato: quasi ottant’anni, piccolino, gentile, un po’ sordo. Si è seduto. E abbiamo cominciato a registrare.
Passata la mia mezz’ora, ci siamo alzati e rilassati. E mentre la troupe si preparava a sbaraccare, come succede quando intervistato e intervistatore si sono trovati simpatici, il Nobel e io abbiamo preso a chiacchierare.
Aspettate, aspettate… Con la mano ho fatto cenno alla troupe di non staccare, di lasciare tutto lì e di continuare a riprendere. I due mi hanno guardato e hanno continuato a trafficare con le loro mille cose.

Sa, mi fa il Nobel, riferendosi a una delle mie ultime domande, quando gli ho chiesto di raccontarci la mattina della telefonata del Karolinska Instituet.
Sa: quella mattina è successa una cosa molto strana… Prima che mi chiamassero da Stoccolma, quindi prima che avessi la comunicazione ufficiale del premio, mi ha chiamato una sua collega…
Dico, io, curiosa: una collega giornalista? Lui, preciso: una collega giornalista italiana. Italiana.
Italian?! Really? And how did she…
Eh
, mi fa lui: non lo so. Me lo sono chiesto a lungo. Una fuga di notizie non credo. (E qui io ho fatto una faccetta come a dire: non è che siccome siete scienziati non c’è nessuno tra voi capace di fare la spia… e poi dite sempre dei giornalisti… ma lui non l’ha capita). Allora che, secondo lei? E lui: mah, forse è gente che chiama a caso tanti scienziati, a un paio di ore dalla nomina, e ci prova, eh…
Ora. Io non so a che cosa serva sapere il vincitore del Nobel due ore prima della nomina ufficiale, se non a prepararsi due ore in più (buttale via, in effetti). Però se quello ancora non lo sa, e davvero non lo sa, di essere il premiato, che ci fai con una telefonata a un signore anziano all’ora del caffellatte, se non a sentirlo stupefatto del tuo entusiasmo? Studia e basta: non puoi fare altro. E così sei sicuro anche che nessuno (confuso tra una punta di indignazione e un filo di invidia) scriverà mai su un blog che c’è chi conosce i vincitori del premio Nobel per la medicina con due ore di anticipo, ed è italiano.
Due. L’ipotesi delle telefonate a caso è lusinghiera per la categoria a cui appartengo. Io non saprei proprio indicare dieci papabili Nobel a cui fare scherzi telefonici a due ore dalla nomina del Nobel. Se davvero è così, la collega di cui sopra è una preparata, una brava.

Le chiacchiere sono andate avanti. E com’era la cena a Stoccolma, e pioveva o nevicava, e conosceva Rita Levi Montalcini…
La fonica intanto levava tutto e arrotolava gli ultimi fili, e l’operatore metteva le telecamere nella borsa. A quel punto, mi è stato chiaro che la troupe col cavolo che aveva registrato.
Va bene. Va bene. Non erano quelle chiacchiere il motivo per cui ero andata a Cambridge. Anche se le cose più carine vengono spesso fuori alla fine dell’intervista, soprattutto se prima ti hanno messo su una sedia rigidamente posizionata sotto a un riflettore. E poi io l’intervista al Nobel la userò per la radio, spero, forse, se è venuta decente. La trascriverò, nelle sue parti più interessanti. Magari qualche secondo di immagine alla fine dell’intervista mi fa comodo, solo qualche secondo, pazienza per il resto, ma l’audio…?
Chiedo alla fonica: non hai registrato questi ultimi cinque minuti?
E lei, imbarazzata: ehm… la regola è che dal momento in cui uno si fa togliere il microfono dalla camicia, l’intervista va chiusa, si deve spengere tutto… C’era il microfono ambientale, almeno? Anche quello va spento, va spento tutto. Non è etico.
Etico?! In che senso? Ha accettato l’intervista due mesi fa, il Nobel. Nel senso che non possiamo registrare una cosa senza il consenso dell’intervistato e il momento della rimozione del microfono dalla camicia è il segnale condiviso di fine dell’intervista. Si fa così, con tutti i giornalisti del mondo facciamo così.
E questa è per me.

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4 pensieri su “Viaggio in Inghilterra: il Nobel imbarazzato e due sfacciate giornaliste italiane (una sono io)

  1. C’era qualcosa che stonava. Riletto, l’ho individuata nella parola ‘preparata’. La giornalista in questione sarebbe sicuramente una ‘brava’ ma non mi convince la deduzione della sua preparazione, a meno che non ci siano meriti speciali per salivatori: questa sarebbe una ‘brava’ con la bava alla bocca per ottenere ciò che vuole, non per informare scientificamente. La sua competenza può anche essere notevole, visto che ci azzecca con il suo tiro al Nobel ma mi disgusta lo stesso solo l’ipotesi che qualcuna possa essere così, vogliamo dire, ‘sfacciata’. Certo anche tu… però magari volevi ottenere informazioni utili, interessanti; all’altra basta arrivare ‘uno’. Ciao.
    P.S. : ma che farai da Sora Cesira?

      1. Onestamente no, volevo chiederlo a voi giornalisti perchè ero curioso. In The Life Scientific lui dice che ha ricevuto una telefonata da un giornale italiano, a cui poi segue quella di un altro inglese e poi altri. Lui pensa ad uno scherzo ma spera di no, fino alla notizia ufficiale. Ora, che giornale è?

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