Gioie e dolori della comunicazione della scienza: la sismologia, dai tribunali ai Macchianera Award

Sono qui che ci penso da un paio di giorni.
Processo dell’Aquila: i sismologi italiani (o meglio: qualcuno a rappresentarli tutti, in un certo senso) si beccano un processo per omicidio colposo plurimo, disastro e lesioni gravi per essere stati presenti a una sessione della commissione grandi rischi, al termine della quale (per una serie lunghissima di errori e incomprensioni e forse anche facilonerie, che conosco poco ma che trovate spiegate dall’ottimo Nicola Nosengo su Nature: qui l’ultima cronaca) si dice che la popolazione aquilana sia stata incautamente rassicurata sul possibile arrivo del terremoto. Era la vigilia del 6 aprile 2009, e il terremoto, poi, è arrivato davvero. Adesso la richiesta del Pm è di quattro anni di reclusione per tutti. Anche per chi quel giorno lì è stato chiamato come scienziato a fare la parte dello scienziato e, da scienziato, non ha certo parlato di evacuazioni o di politiche di comunicazione. Da scienziato, immagino conoscendo la categoria, avrà pensato che quella tonnellata di pubblicazioni con freccette, numeri, tabelle e quadretti colorati avesse un valore per sé, chiaro e tangibile, che fosse ovvio che nessuno possiede la famosa sfera di cristallo e che quindi nessuna rassicurazione fosse possibile, come nemmeno nessun allarme da un giorno (ma nemmeno da un mese) all’altro. E a me viene solo da dargli ragione.

Macchianera Award: al premio per i migliori blogger italiani, un evento per chi bazzica la rete e vive delle notizie che ci circolano dentro, chi troviamo in pole position tra i migliori twitteratori, i più utili e tempestivi, della rete italiana? Di nuovo i nostri sismologi. La premiazione avverrà sabato sera, intanto sappiamo che il popolo di internet li ha indicati nelle prime cinque posizioni. Sono bravi, veloci e utili. Come comunicatori. Ma dai.
Come si fa a essere contemporaneamente, i primi e gli ultimi della classe? Ad andare in un’aula di tribunale un giorno, e il giorno dopo a un festival di blogger tra i candidati al podio?

Ipotesi uno: i tweet sono emessi in automatico, contengono dati grezzi che vengono ritwittati così, bruti, dai followers. Bravi ad averci pensato e a farli funzionare in modo efficiente, ma questa non è comunicazione. Noi che la facciamo di mestiere, la comunicazione, non dobbiamo preoccuparci e anzi: evviva la fonte primaria disponibile su twitter, ma chiudiamola qui. Già, però mi par di sentire qualcuno sollevare la solita questione dei blogger scienziati che fanno tutto da soli (e i nostri valorosi sismologi si sono anche messi su un blog, che aggiornano da soli velocissimamente e che, per quanto costituito da notizie non commentabili – e che razza di blog è? – nei giorni del terremoto emiliano si faceva ottocentomila contatti al giorno, ed era nato solo da una settimana*). Forse non sono solo dati grezzi. Non sono nemmeno comunicati stampa. Vi ci voglio voi a leggere certi post distrattamente, pensando di fare solo un copia e incolla. Però evidentemente funzionano. O cominciano a funzionare.

Ipotesi due: eh, ma il popolo della rete è diverso… culturalmente è più attrezzato. Mica ha bisogno della frase senza subordinate, tutta all’indicativo presente, priva di ambiguità e parolone… Sicuri? Certo: ai Macchianera Award la mia nonna non ha votato. Che questo dipenda da un equipaggiamento culturale non credo proprio. Sono strumenti diversi, i giornali e la rete. E non credo che il pubblico di uno sia (diverso e) migliore del pubblico dell’altro. Attenti a non finire a dire che chi ha creduto di essere rassicurato sul possibile arrivo di un terremoto sia un soggetto culturalmente debole.

Ipotesi tre: è passato del tempo, hanno imparato. Bah.

Ipotesi quattro: nel primo caso è stata una catena di eventi, di incastri vigliacchi, di errori. Non ci si può chiamare fuori del tutto, ma non si può nemmeno credere che quello sia un segno di cattiva capacità di comunicazione da parte degli scienziati. Insomma: lì la questione è complicata forte. Vero. Qualcuno potrebbe dire: attenzione però a non derensposabilizzarsi, a non credere che lo scienziato mi mette lì un tweet tutto sigle e numeretti e ha finito il suo lavoro. Compito dello scienziato è anche parlare con la politica e i cittadini. Ed è vero anche questo.

Sono in attesa delle ipotesi cinque, sei e sette. Al momento, in Italia, mi sembra che nessun altro settore della scienza si stia cimentando in maniera così estrema con le gioie e i dolori della comunicazione. E che con nessun altro settore della scienza noi comunicatori abbiamo così tanto da osservare, e forse anche da imparare. Intanto in bocca al lupo per sabato e speriamo che il processo si concluda in fretta e senza dolori.

*fonte: comunicazione personale (= me lo hanno detto loro ma mi fido).

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2 pensieri su “Gioie e dolori della comunicazione della scienza: la sismologia, dai tribunali ai Macchianera Award

  1. @Processo Aquila. Non conosco il caso specifico, ma i geologi non sono (solo) scienziati sono anche dei tecnici, tant’è che vi è un Ordine dei Geologi, ed in quel contesto credo che era ai tecnici, e non agli scienziati, che chiedevano un parere. La tonnellata-di-pubblicazioni non è il tipo di informazioni che può portare un tecnico, il tecnico deve dare il suo “parere” tenuto conto delle conseguenze che questo può avere.

  2. Il (sì e no) buon Nicola Nosengo ringrazia per il superlativo, e raccoglie volentieri il tuo spunto. Già, il contrasto colpisce, e credo che siano vere molte delle risposte che proponi (per lo meno la 1, un po’ la 3, sicuramente anche la 4) più alcune altre. Ma andiamo con ordine. Sono d’accordo con quasi tutto ciò che scrivi, quindi inizio da quello con cui non sono d’accordo così mi levo il pensiero : non condivido l’idea che a L’Aquila siano sotto processo “i sismologi italiani”, e nemmeno “alcuni a rappresentarli tutti”, in nessun senso. Non è sotto processo l’INGV (anche se il suo ex presidente è uno degli imputati più noti). Sono sotto processo sette individui, membri di un comitato consultivo (la Commissione Grandi Rischi) che fa parte del sistema della Protezione Civile. Quella, semmai, è l’istituzione sotto processo, e gli scienziati che ci vanno di mezzo rispondono di come hanno agito quando erano funzionari della Protezione Civile, non professionisti della ricerca. Semmai il processo (a torto o a ragione è altro paio di maniche) rimprovera proprio che l’imponente lavoro scientifico dell’INGV, che non mette in discussione, non sia stato adeguatamente trasferito alla Protezione Civile (che non sia stato comunicato alla politica, prima che ai cittadini). E infatti, quello che non può non colpire del “famoso” verbale della commissione è proprio che di “quella tonnellata di pubblicazioni con freccette, numeri, tabelle e quadretti colorati” di cui giustamente parli tu, nella riunione non ci sia traccia. Non un numero, non una statistica, non il riferimento a una pubblicazione, nessuno che proietta un grafico. A leggere il verbale, alcuni dei maggiori esperti di sismologia italiani (ma anche di ingegneria antisismica, continuiamo a chiamarlo “processo ai sismologi” ma è almeno altrettanto un “processo agli ingegneri civili” che sono altrettanto rappresentati) si trovano a L’Aquila nel mezzo di una crisi e si limitano a constatare l’ovvio: impossibile prevedere i terremoti, occhio agli edifici pericolanti, e tutti a casa. Che non sia normale, lo dice per primo Boschi, che ha sempre accusato De Bernardinis di avere gestito quella riunione in modo superficiale e sbrigativo. Qualcuno gli risponde, potevi alzarti in piedi e farlo notare. E’ una delle cose di cui si è discusso al processo. Per il PM il risultato (che non convince molti osservatori, me incluso) è stato di ritenere tutti egualmente responsabili. Dopodiché, naturalmente, anche chi, come il sottoscritto, crede che il modo in cui si è svolta quella riunione sia inaccettabile, si chiede se davvero possa reggere (nel senso in cui devono reggere le cose in una sentenza penale) la catena di causa e effetto di cui parla il PM, per cui “se quella riunione fosse andata in modo diverso alcune persone sarebbero ancora vive”. Personalmente non credo che si possa dimostrare, e credo che il finale dovrebbe essere un’assoluzione, ma questo è lavoro dei giudici. Il che non sposta di un palmo il fatto che la gestione del rischio (sismico e non) non si possa più fare in quel modo.

    Sul Macchianera award: in parte, lo ripeto, non c’è contraddizione. Quello che è avvenuto a L’Aquila e che ha portato al processo riguarda la Protezione Civile, più che l’INGV che invia quei tweet. In parte (chiamala ipotesi 5) credo proprio che “i sismologi” stiano cercando di sganciarsi dal sistema della protezione civile (leggi, dalla politica) e fare almeno un po’ di comunicazione diretta al pubblico saltando il passaggio per la politica, quello che a L’Aquila ha funzionato così male. Sulla rete l’operazione riesce, in TV (il mezzo attraverso cui arrivò il famoso messaggio “troppo rassicurante” a L’Aquila, il buon bicchiere di vino di De Bernardinis etc) molto meno, non perché sia culturalmente più debole lo spettatore ma perché chi fa TV spesso lo ritiene tale, o perché nell’economia di spazi fa parlare solo la voce ufficiale, il rappresentante della politica, che taglia con l’accetta il messaggio tra “niente panico” e “ok, panico”. In parte (ipotesi 3) hanno imparato, eccome, anche perché dopo il terremoto del 2009 un panel di esperti internazionali (sismologi, non pubblici ministeri) ha bacchettato l’intero sistema italiano di comunicazione del rischio, battendo proprio su questo tasto: che se comunichi solo nei momenti di crisi, come quella primavera del 2009, non sarai mai credibile. Devi comunicare sempre, anche quando i dati sono noiosi (come sono per lo più i tweet INGV, un terremotino in Calabria qua, una scossetta in Veneto là). Il giorno che smettono di essere noiosi, il pubblico (quello di Internet ma anche quello della TV) ti conoscerà e (in parte almeno) si fiderà. Quindi è vero, la loro non è “comunicazione” (tua ipotesi 1) ma è costruzione di credibilità, è un modo per abituare almeno una parte del pubblico al linguaggio dell’incertezza. Certo, il banco di prova poi è cosa succede durante una crisi, e qui bisogna ammettere che in Emilia non è andata bene. Quando la Commissione Grandi Rischi ha fatto finalmente una valutazione del rischio impeccabile, comunicata prontamente al pubblico che è stato avvisato della “possibilità di nuove forti scosse”, gli amministratori locali li hanno accusati di contribuire panico. E’ chiaro che non sono solo i sismologi a dover imparare.

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