Il lavoro ti fa bella: abbiamo vinto il primo premio di Short on Work parlando della vita del freelance

Voce fuori campo: Valeria Valeri, novant’anni portati benissimo… Risatina… Quali sono i suoi segreti? L’attrice sorride, muove le mani con eleganza. E io, che sono abbozzolata nella mia felpa nera con cappuccio, semisdraiata su un lettino cigolante dell’albergo più deprimente che abbia mai visto negli ultimi venticinque anni, fòrmica maròn e carta da parati su odore di polvere decennale, sento una voce femminile allegra rispondere: Il lavoro… la passione per il lavoro, ah… il lavoro... il lavoro e il lavoro.
(Seguono banalità: mangiare sano, amicizie interessanti, vanità…).
Fermi tutti: camperò cent’anni. Camperò cent’anni e sono cacchi vostri.
Sarò ripagata di questa domenica sera a Novara, cena con gelato e serata in compagnia di un televisore gracchiante. Anzi: ho appena scoperto che questo albergo beige scassato è praticamente la mia beauty farm.
Sono qui perché sto facendo riprese per Presa Diretta. In genere, quando sono in giro per lavoro, ho sempre un amico del luogo con cui uscire a cena (le amicizie interessanti, con cui mangiare sano e scambiarsi chiacchiere e vanità) anche perché a volte capita di stare fuori giorni e giorni, tra riprese, eventi, moderazioni, incontri e cose varie, e, mi conosco, dopo le prime trentasei ore così finisco per sfiorare il delirio solipsistico. In genere riesco a farmi consigliare un posto carino in cui passare le mie notti (carino, o almeno privo degli aromi suicidari di questa stanzetta), o a farmi prenotare l’albergo, fatto che in genere garantisce scelte migliori delle mie. Unisco l’utile, il dilettevole, l’utile diletto e il dilettoso utile. E mi sento un po’ meno cretina ad aver scelto una vita così.

Poi càpita che, oltre a garantirmi una vita lunga e sana, e a divertirmi e stancarmi nel frattempo, il mio lavoro incuriosisca gli altri. Oh, non è niente di straordinario, in sé: è un lavoro, nessuno si interessa troppo di come si realizzi concretamente ogni giorno. Semmai, a renderlo attraente, c’è che può raccontare qualcosa di interessante su come funzionino oggi le cose per chi lavora (genericamente) nella conoscenza, e si sbatte per sopravvivere con dignità e senza troppi patemi per il proprio futuro. Insomma, più o meno, quello che provo a raccontare, a volte, in questo blog.
Così, con Chiara Chià Tarfàno (e occhio agli accenti) abbiamo giocato a fare un videetto in cui si parla di tre o quattro aspetti della vita di un freelance (per la precisione: della mia, che è l’unica che conosco davvero e su cui abbia il diritto di pontificare, ma che a occhio dice un po’ anche di quella degli altri). Miei i testi, mia la faccia, di Chiara immagini e montaggio (e un sacco di professionalità e di attenzione e centinaia di messaggi whazzup). Ed è con questo che abbiamo vinto la prima edizione del premio Short on Work, concorso internazionale di documentari brevi e videoricerca sul lavoro, della Fondazione Marco Biagi di Modena.
Toh.

Siamo state ospiti del Festival Filosofia, abbiamo strafesteggiato, ci siamo ascoltate tre di lezioni in piazza di filosofi importanti, anche per ricordarsi che c’è gente che fa un mestiere ben più bislacco del mio. Ma prima mi sono vista a tutto schermo, nell’auditorium della Fondazione, mentre dico cose che quasi mi annoiano da quanto le conosco (c’è gente nel nostro mondo che accetta di lavorare per due lire, o addirittura gratis, creando di fatto un mercato al ribasso, e intanto il nostro lavoro perde di valore…): sento il pubblico in sala inghiottire e tossicchiare. Mi chiedo se tra loro ci sia gente che lavora, o propone di lavorare gratis: forse sono quelli che adesso si muovono come anguille imbarazzate sulle loro poltroncine. Oh, che facciamo: continuiamo a far finta di niente? Dai. Mi vedo con l’inseparabile zainetto, col trolley, in stazione, per strada, sempre in movimento, perché è l’irrequietudine la cifra della mia vita professionale e noi così l’abbiamo rappresentata. Sento la musichetta scelta di sottofondo, allegra e giocherellosa, contrastare con le parole mie pesanti che ci passano sopra. Fa strano, dura un attimo. Cartelli finali. E poi comincia un altro documentario della cinquina finalista.
Mi sarei aspettata documentari che parlassero di precariato, call center, insegnanti a ore, e invece le altre sono storie di lavori distanti dalla mia vita. Belli, interessanti, curiosi, nessun imbarazzo per nessuno: io e Chià ci guardiamo e ci diciamo mi sa che il nostro è un po’ troppo sopra le righe. Invece. Alla fine la premiazione e via: eccoci sul palco con un sorriso a 76438658 denti.
Abbiamo vinto.
Camperò cent’anni e nel frattempo mi sarò anche divertita un casino a raccontare in giro il perché.

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3 pensieri su “Il lavoro ti fa bella: abbiamo vinto il primo premio di Short on Work parlando della vita del freelance

  1. io la mia irrequietezza me la tengo per me e il mio zainetto sulle spalle non si vede: il tuo è bello bello. se però me lo chiedevi prima te lo dicevo che la fatal Novara è una delle città più deprimenti d’Italia

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