Il gioco del calcio e la ricerca scientifica: preferirei tifare per la seconda, ma stasera mi tocca il primo

Stasera c’è la finale degli europei. A parte quattro animalisti duri e puri, i senesi alle prese col Palio e pochi altri snob ipernoiosi, saremo tutti inchiodati a un maxischermo a vedere la partita contro la Spagna. Ci sarò anch’io, mi sto già preparando e lo sto facendo con una certa allegria. Solo che proprio oggi il mio (già debole) patriottismo ha preso un paio di schiaffi.

Sono appena tornata dalla stazione Termini dove dovevo accompagnare un’amica al treno. All’ingresso lato via Giolitti i borseggiatori sono organizzatissimi: nell’androne ne vedi uno a ogni palo, capaci di fare il bodyscanner ai turisti sovrappeso e affaticati che passano da lì. Dietro di loro, le ragazzine sfrontate, che prendono istruzioni e seguono le prede migliori pronte ad alleggerirle della macchina fotografica o del portafogli. Forse ci vuole un po’ d’occhio e d’esperienza (e infatti la mia amica non se n’è accorta), di certo dieci metri più in là ti aiutano a capire la situazione due turisti anzianotti, smarriti e con le valigie spalancate per terra, nel dubbio se fare denuncia o correre al treno. Stanno raccontando disperati la loro esperienza a due carabinieri: questi ascoltano e non dicono niente.
Nella maggior parte dei casi, i turisti in questione sono stranieri, e nella maggior parte dei casi le nostre forze dell’ordine parlano loro solo in italiano, trattandoli con annoiata sufficienza, come se fosse colpa loro che sono americani, e di conseguenza poco furbi, se sono usciti seminudi dalla vasca degli squali.
Fuori ci sono i tassisti abusivi, appena ti muovi verso le zone turistiche ci sono i locali degli scontrini truffa, sugli autobus affollati succede di tutto e così via.
Che vergogna.

Intanto mi telefona un’altra amica. Mi racconta una storia da università italiana. Niente dettagli, meglio non darli, e comunque servirebbero a poco. E’ la solita questione di baronie e concorsi truccati, e di disprezzo per la ricerca pubblica. Stavolta a farne le spese è lei, la volta precedente era un’altra, o un altro: cambiavano settore disciplinare, ruoli e poco altro.
Non è vero che i ricercatori sono tutti raccomandati come si sente dire ultimamente e con candore (…). E’ vero che chi non lo è a volte ha la sensazione di combattere da solo e di non avere speranze. C’è chi cambia paese, chi si deprime e lascia perdere, chi si adatta. Chi fa come me nell’androne della stazione Termini ingresso lato via Giolitti: ci passo nel mezzo alla chetichella cercando di capire chi è pericoloso e di non farmi fregare, e ne esco il prima possibile, con sollievo.
Tra i miei amici scienziati nessuno è raccomandato e nessuno è capitato a fare ricerca per caso (sennò non sarebbero amici miei: a me la gente piace quando ha un po’ di passione addosso): storie come quelle della mia amica, quasi noiose nella loro ripetitività, mi fanno lo stesso effetto dei turisti a Roma. Mi fanno sentire un po’ la vergogna di essere italiana. Un po’. E mi fanno sentire impotente, anche perché di mestiere, io, la ricerca italiana la dovrei raccontare.

Il nostro è il paese che premia la furbizia più del talento, la fedeltà cieca più dell’indipendenza intellettuale. Lo fa a sue spese e lo fa anche nella ricerca, lo fa sempre e lo fa dappertutto. Ma oggi pomeriggio, un pensiero fugace: sta’ a vedere che lo fa sempre e dappertutto, tranne quando c’è da giocarsi la finale di un campionato europeo…
Stasera i nostri eroi nazionali saranno l’irrequieto Balotelli e lo sciocco Cassano. Chi se ne frega delle burrasche: i calci al pallone li sanno tirare, eccome se li sanno tirare. Quando li vedo ho quasi un pensiero da riscatto degli ultimi: dei cosiddetti nuovi italiani, e di quelli fin troppo vecchi e sciagurati.
Per almeno novanta minuti (e, speriamo anche oltre) saranno quei due ragazzini a farmi dimenticare della stazione Termini lato via Giolitti e delle baronie universitarie. Non basteranno a farmi sentire orgogliosa, ma a farmi pensare che potrebbe esistere un paese migliore, quello, forse sì.

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8 pensieri su “Il gioco del calcio e la ricerca scientifica: preferirei tifare per la seconda, ma stasera mi tocca il primo

  1. C’è qualcosa che non mi quadra Silvia in questo quadro (…). Se la maggioranza, non tutti ma la stragrande maggioranza, dei ricercatori italiani sono raccomandati e servi dei baroni e esempi di assoluta dipendenza intellettuale e privi di doti cerebrali qualsivoglia e anche un po’ stupidotti (il barone non vuole raccomandare uno o soprattutto una più intelligente di lui), com’è che ogni tre per due mi arrivano comunicati che magnificano articoli scritti da ricercatori italiani in Italia e che vanno a finire su riviste di assoluto prestigio (non per scherzare, davvero di alto IF)? Da dove saltano fuori questi qui? Quale istituto di ricerca nasconde in cantina i non raccomandati, li fa lavorare come cinesi a Prato e poi se ne esce con una ricerca che neppure il Mit? Perché quando telefono all’estero per un articolo mi dicono “Ah, sì, il mio amico italiano Pinco Pallo, chieda a lui che ne sa più di me e sta facendo ottime cose a Valcrostino di Sopra”? Da dove sbucano e dove sono protetti i non raccomandati?

    1. Infatti. MI riferivo alle ultime polemiche in fatto di raccomandazioni in settori limitrofi alla scienza, per cui qualcuno ha cominciato a sbraitare che i ricercatori sono raccomandati.
      Beh, no. No. I miei amici no. E poi ok, ci sono le segnalazioni che sono un’altra cosa (ma stiamo attenti, eh).
      Ci sono meccanismi che si prestano alla storture (come descrive nel dettaglio Stefano) e che a volte lasciano fuori i bravi e i superbravi, quelli che poi all’estero si ritrovano coperti d’oro e con la responsabilità di un laboratorio nuovo di zecca, ma non tutta la scienza è così. Solo che, forse siccome ultimamente di raccomandazioni nella ricerca si è parlato con troppa disinvoltura e con un lessico sbagliato, nella mia casella email sono arrivate più del solito lettere di scienziati delusi e incazzati che raccontano le storie-no, quelle dell’accademia peggiore. Che esiste, non ha colore politico, gioca con le cattedre come con le pedine degli scacchi, è forte coi deboli e debole coi forti, e non possiamo non vederla.
      Se il bravo ricercatore sta a Valcrostino di Sopra e non è ordinario della grande università a volte non c’è niente di cui rallegrarsi. Poi magari fa un concorso per l’università di Tromso e ci diventa Grande Capo di Dipartimento in quattro giorni.

  2. La questione del raccomandato è più sottile di quanto si dica. Per diventare ricercatori non è necessario essere raccomandati: specialmente nelle materie scientifiche è necessario essere bravi. Tra due persone brave, però, diventa ricercatore il “raccomandato”. Che rimane bravo. Dunque non è affatto vero che vengono selezionati gli sciocchi: non ho mai conosciuto un ricercatore sciocco! Tra l’altro bisognerebbe chiedersi che cosa significa “raccomandato”: ci sono mille sfumature, che non dovrebbero far parte dello stesso contenitore verbale. Gli estremi sono: a) un giovane può essere già conosciuto dalla commissione perché ha fatto buone pubblicazioni; b) un giovane può essere fortemente consigliato a una commissione, con possibili ritorsioni sulla carriera (basta nominare una commissione che può subire questa minaccia…). In ogni caso, per diventare ricercatori non è necessario essere raccomandati. Sono loro “i cinesi”, Marco. E sono bravi.
    Dopo, però, che succede? Dopo l’imbuto si stringe in modo drammatico, perché a partire dal livello superiore, si inizia a gestire il potere. Per esempio, la possibilità di nominare certe commissioni e non altre o di scrivere certi bandi e non altri. A questo punto, e solo a questo punto, a mio avviso, scatta il meccanismo più potente di selezione del “gruppo”. Chi ci si aspetta si conforme al gruppo, assimilabile, in grado di fare il gioco di squadra, allora passa il turno. Forse. Gli altri no? Alcuni altri sì: in questi giochi ci sono sempre gli errori, i tradimenti, i cavalli imbizzarriti e, semplicemente, alcune persone troppo brave per fermarle lì dove sono. E’ dove inizia la gestione del potere (spesso pochissimo) che scatta la raccomandazione intesa come “valutazione del valore del singolo in termini del possibile contributo al gruppo”. In altri termini: sei dei miei o no? Questo è il dramma: perché poi è da questo livello che ricadono le scelte verso il basso: se chi avanza ragiona come il vecchio ordinario, non può esserci pulizia. E a poco servono le riforme dei concorsi: gli accordi si trovano. Li trovano.

    Non ho usato a caso la parola “gruppo” o “squadra”. Perchè sono termini che noi italiani siamo stati bravissimi a inquinare. Un esempio è quel che ho provato a esporre sinteticamente di sopra. Altri esempi di “gruppo” o “squadra”? Li sapete tutti: dalle logge massoniche che, per definizione, fanno “gruppo”, alla mafia. E’ lo stesso meccanismo: sei dei miei o no? Mi puoi essere utile? Accetti gli scambi?

    Ora, la partita di stasera – finisca come finisca e prescindendo dalle persone – è proprio un gioco di squadra. Un esempio che si può vedere al negativo, ma anche al positivo. E’ facile ritrovarvi le stesse caratteristiche a cui accennavo: noi contro gli altri. Non “noi e gli altri”. Eppure voglio vederlo positivo: perché sono ragazzi, perché rappresentano un intero paese (nel male e nel bene) e perché a questo paese sanguinante possono dare un esempio e anche una speranza. Quello di sentirsi, un giorno, tutto quanto, una squadra sola, un gruppo solo, senza gruppi interni, senza mafie: se lo spogliatoio è diviso, la squadra non funziona. Forza Italia, nel calcio e nella ricerca. Ma quanto fai incazzare, disperare e piangere.

  3. Ecco una che passava di quà mentre i miei vicini (scrivo da Barcellona) sono tutti davanti la TV a urlare e gridare e pronti ad aprire la bottiglia di “cava” se la “roja” vince. Io spero di no, altrimenti il Governo spagnolo sprecarà 350.000 euro per ogni calciatore. E questo lo farà proprio la settimana che hanno eliminato molti medicamenti dalla lista di quelli pagati dalla previdenza sociale, e il giorno da cui i pensionati cominciano a pagare una percentuale di quelli che non sono stati eliminati, oltre all’euro per ricetta che abbiamo cominciato a pagare pochi giorni fa. E il giorno in cui ci aumentano anche il prezzo dell’elettricità e del gas. Forse hanno scelto oggi per annunciare tutti questi augmenti con la speranza che la Spagna vince questo championship e così, con l’euforia del trionfo e intontiti dall’opio del popolo del secolo XXI, dimentichino che la vita costa dipiù oggi da quanto costava una settimana fa.

    Probabilmente Rajoy sarà andato a vedere la partita personalmente. Chissà se non si è portato con se una valigia con gli euro da dare ai calciatori. Se io fosse uno di quelli calciatori, che di euro ne guadagnano milioni, e avesse un minimo di vergogna, rinuncerei alla gratifica.

    Quando leggevo la tua esperienza alla Stazione Termine ho ricordato che proprio lì, in una libreria al primo piano, in dicembre 2011 ho comperato un libro scritto da un mio amico itliano, Carlo Alberto Redi, professore dell’Università di Pavia: “Il biologo furioso”. E molte delle cose che dice sulla scienza in Italia potrebbero servire per la situazione della scienza e l’università in Spagna.

    Man mano che scrivo i miei vicini urlano di più e ho sentito alcuni petardi. L’oppio calcistico comincia a fare il suo effetto. 8-(

    1. Mercè, poi qualcuno ha rinunciato ai 350 000 euro?
      Abbiamo perso la misura delle cose, è vero.
      Ma secondo te, se avessimo vinto noi, bollette e ticket sanitari sarebbero stati digeriti meglio? O peggio? E adesso che cosa cambia nella nostra, di crisi?
      Io temo che sarebbe cambiato poco. Temo, ma non so.
      Intanto, però, almeno nel nostro paese, il recupero di un po’ di orgoglio e di senso di unità, e soprattutto la vista di un ragazzo nero che parla bresciano a tenere in piedi la squadra nazionale, stavolta hanno avvicinato al calcio anche i più riluttanti. E viceversa hanno insegnato qualcosa anche ai più ottusi dei tifosi. Forse un po’ ci ha fatto bene, ecco.
      (Mentre da un Buffon supermaschio, che scommette milioni di euro su una partita, sapevamo già di poterci aspettare, al più, un rigore parato).

  4. Buong. dott.

    ho visto che domani mattina siete in onda a R3S… potresti evidenziare il sessismo che discrimina le “particelle della madonna” rispetto alla “particella di dio” !

    Ciau

  5. Il gioco del calcio e la ricerca scientifica…..ho fatto una ricerca e ho scoperto il COMUNE DENOMINATORE DEL GIOCO DEL CALCIO: ” L’ANGOLO RETTO ” che si ripete sempre in tutte le fasi del gioco. Esiste una modellizzazione geometrica precisa di tutti i movimenti individuali e di collaborazione, sono stati tutti codificati e schematizzati, c’è un articolo sul web: ” IL GIOCO DEL CALCIO E’ ARTE O SCIENZA? http://www.sportbrain.it dove affermo che il gioco del calcio è una scienza esatta! (apriti o cielo) ci sono molti addetti che affermano il contrario, interpellati direttamente o non, con interventi nei vari blog non manifestano nessuna curiosità, se c’è una innovazione, si cerca di verificare,(bisogna esserne capaci) io mi sono messo in discussione.
    Quando Pasteur ha scoperto i microbi, una delle scoperte più importanti del 900 i suoi colleghi dell’ università lo volevano mandare in manicomio, anche Einstein è stato contrastato dai colleghi, invece nel mio piccolo, (sono un allenatore di base), ho cominciato a lavorare sul campo all’età di 42 anni,ho avuto delle intuizioni e le ho concretizzate con la pubblicazione di un libro dopo 23 anni: – CHECKUPCALCIO – Come migliorare tecnica e tattica con il Metodo dei Movimenti Fondamentali ed. Ares

  6. In un Notiziario Tecnico della FIGC del 1995 si riportava una relazione di Mariano Moreno Serrano, allora responsabile federale degli allenatori spagnoli che in un quaderno tecnico del 1993 affermava: ” ..Esiste un Comune Denominatore per tutto il gioco del calcio” anche se non specificava quale fosse.
    Dato che ritengo fondamentale per il gioco del calcio la Geometria, riporto alcune frasi che ho letto nel libro ” L’Equazione impossibile” di Mario Livio (come un genio della Matematica ha scoperto il linguaggio della Simmetria) , è scritto ” La Simmetria è il principale strumento per colmare la distanza tra Scienza ed Arte, tra Psicologia e Matematica”. Le figure simmetriche non cambiano se vengono ruotate, riflesse o traslate in una certa maniera”. Il punto essenziale da tenere a mente , tuttavia , è che la Simmetria costituisce uno degli strumenti più importanti per decifrare il disegno della natura”. ” La Simmetria rappresenta il “nocciolo duro” delle forme, delle leggi e degli oggetti matematici che, sottoposti a trasformazione, rimangono inalterati.” Le equazioni più semplici che si possono formulare sono quelle “lineari” (rappresentaste graficamente con linee rette)”.
    Se è fondamentale la ripetibilità per la Scienza, tutti i movimenti fondamentali sono ripetibili, componibili e scindibili, perfettamente allenabili e velocizzabili, si possono analizzare e dimostrare dinamicamente tutte le sequenze, rappresentarle graficamente con linee rette verificare il tutto oggettivamente.

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