Una vita da free lance: la domanda che i giovani colleghi non ti fanno

Cari studenti del Master in Comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste (master da cui sono passata anch’io, dieci anni fa), sabato sono stata da voi per una lezione su me-e-quelli-come-me, cioè su che cosa fa e come sopravvive un free lance. Otto ore otto per raccontare cosa mette in tavola una sbandata velleitaria ogni giorno, sapendo che quella sbandata velleitaria sono io. Cioè: se avessi fatto il pediatra vi sarebbe bastato che dicessi faccio il pediatra e avreste capito subito. Le altre sette ore e cinquantanove minuti le avremmo passate al bar. E invece. Però era giusto provarci. Del resto, ho sempre pensato che a me sarebbe piaciuto che dieci anni fa lo raccontassero, mi sarebbe stato tutto molto più facile: si impara, per carità, ma certi abissi di irrequietezza elevati a vette di professionalità all’inizio spaventano un po’. Poi ci si fa il callo e si finisce per viverci in mezzo senza nessun senso di vertigine.

E’ stato bello vedervi alle prese con la scrittura di una fattura: ci sbatterete la testa altre mille volte (ve lo auguro) e altre mille volte vi dimenticherete l’allegato, la rivalsa Inps, l’Iban e così via. Poi diventerà routine. Anche tutte quelle mail a cui vi ho fatto rispondere: bravi per aver tenuto il punto, per aver capito che il nostro lavoro va difeso e che dobbiamo essere orgogliosi di vivere di parole e di idee.
Poi ci sono state le vostre domande. La mia preferita è stata: ma come si comincia? Che mi ha obbligato a non nascondermi dietro al solito dito: si comincia, e a volte si prosegue, con una collaborazione importante, più grossa delle altre, che sia da volano e che garantisca quelle due lire necessarie per campare al minimo. A essere onesti, temo che questo valga soprattutto per voi, che vi state affacciando al libero mercato dell’informazione nel momento peggiore della sua storia. Negli anni ho visto ridurre i compensi a parità di prestazione, per cui quello che tempo fa poteva garantirvi X euro, adesso ve ne porta in tasca X/2. E se X/2 non bastano bisogna lavorare il doppio. Per voi sarà più difficile di quanto non sia stato per noi che abbiamo otto o dieci anni di più, temo.

Però c’è una domanda che non mi avete fatto e che io invece mi faccio spesso. Che è: ma quanto si tira avanti così?
Forse è normale chiederselo solo un po’ di anni dopo aver cominciato, non all’inizio quando si è preda di paure ed entusiasmi.
Quanto si tira avanti: perché di questi introiti piccoli e sporadici, da recuperare a prezzo di grande fatica, insieme a lavori così frammentari e frenetici, e alle tante rotture di balle che questo lavoro si porta dietro, prima o poi potrei stufarmi.
Allora ho girato la domanda a una collega di otto o dieci anni più grande di me. Io potevo dire a voi come si comincia, lei potrà dire a me come si va avanti, ho pensato.
La sua risposta è stata più o meno questa: me lo chiedo anch’io, non ho mai smesso di chiedermelo. Consolante. Chissà tra otto anni che cosa risponderò io: forse la stessa cosa.
Intanto lei si è messa a fare anche la giovane ricercatrice, più altre mille cose, scrive, tiene corsi, e fa la free lance: mi sono sentita una cretina perché otto o dieci anni fa (ancora otto o dieci anni?! ciclicità casuali?! ndr) una mia amica mi propose di entrare in società con lei per mettere su una ditta di catering. Dissi di no per continuare a fare la giornalista. Adesso quando ricevo certe telefonate penso che potrei essere in cucina a preparare dei gran cous cous…
Ho deciso che aspetto di beccare un collega sedici o vent’anni più anziano di me e di fargli la stessa domanda. Quanto si dura così? Qualcuno dovrà pur avere una risposta.
Sono al computer da ore, ho caldo, sto facendo dieci cose insieme, e mi smazzo alcune telefonate e mail niente male. Ma ora quasi quasi mi metto a cercare la ricetta del cous cous…

Annunci

3 pensieri su “Una vita da free lance: la domanda che i giovani colleghi non ti fanno

  1. Carissima Silvia, peccato che tu non sia stata invitata a parlare anche a noi, gli studenti del Master in Giornalismo scientifico dell’Università di Ferrara, che siamo credo mediamente più “vecchi” (anagraficamente) di quelli di Trieste e che forse questa domanda te l’avremmo fatta. Se ti può consolare ti dirò che la stessa domanda se la fanno forse tutti i freelance del mondo, non solo i giornalisti. Io, che professionalmente sono un agronomo, faccio l’enologa, la consulente R&D e la divulgatrice tecnica, vado avanti progettino su progettino. La fatidica domanda “ma posso lavorare così per tutta la vita? o anche “sarà il lavoro adatto ad una cinquanta-sessantenne?” me la faccio più o meno una volta l’anno, intorno a gennaio quando la stagionalità del mio lavoro mi mette di fronte all’abisso di “zero fatture da fare”. L’ultima volta che me la sono fatta (un pò in aticipo sulla tabella di marcia perchè era novembre e, segno della crisi, le fature da fare erano già a zero) ho deciso di provare un’alternativa e mi sono iscritta al Master. Mi vuoi dire che iscrivermi ad un corso di cucina sarebbe stata un’idea migliore?

  2. Credo che sia più o meno da quelle parti che si trova il sottile discrimine tra il sentirsi un libero professionista vero e appagato e il sentirsi un free lance quasi un po’ precario (e poi qualcuno scavalla del tutto e si sente precario e basta). Perché anche avvocati e commercianti (e gestori dei catering) lavorano così: una bella fetta dei nostri concittadini vive di tanti lavori che si accumulano e che insieme fanno una rendita. Però qualcuno, come noi, si pone problemi sul futuro.
    Io, per adesso, non posso lamentarmi: mi diverto un sacco, faccio cose bellissime, riesco a viverci più che dignitosamente e sto bene. Ma proprio bene. Non ho nemmeno avvertito molto la crisi (un po’ sì, è vero). E poi ho una forma grave di miopia esistenziale, per cui non riesco a vedere oltre i primi di agosto. Non è il futuro prossimo che mi inquieta: non lo vedo. E’ quello un po’ più in là, che mi sembrerebbe strano riuscire ad affrontare con la forza e l’energia che ho adesso. Strano: il 2013 non mi preoccupa, ma il 2033 sì.
    Quindi boh. Probabilmente hai fatto bene a provare anche quest’altra forma di inquietudine e di precarietà. Col corso di cucina io mi romperei le palle subito, con un computer davanti invece reggo fino a ventuno ore senza fare una piega.

  3. Ciao Silvia, la penso assolutamente come te (la prova del 9 ce l’hai qui, vitada-freelance.blogspot.it, dove cerco di tracciare una mappa, per me stessa e per gli altri, per una vita da freelance abbastanza soddisfacente. Ci sono riuscita, Ovviamente no!). Cmq, quella del cous cous non è assolutamente una cattiva idea. Magari non sarà per un catering, ma nei momenti di sconforto, è una bella consolazione 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...