Poverino a chi? Famola finita con la lagna dello scienziato precario e parliamo di roba seria

Vi dico un segreto: nemmeno gli scienziati sopportano più i patetici tormentoni dello “scienziato precario, poverino” e del “cervello in fuga, poverello”.
Anche gli scienziati stanno cominciando ad avere i loro moti di orgoglio, e qualcuno si è persino accorto che dietro al microfono in cui sta parlando c’è un redattore malpagato con un contratto che scade ancora prima del suo, e che a casa c’è tanta gente nelle stesse condizioni: quindi pudore. O almeno furbizia.
Poi si sono accorti, forse, che parlare di precarietà e di meritocrazia insieme porta a un cortocircuito comunicativo antipatico e controproducente (vuoi essere assunto perché è tanto tempo che lavori con contratti temporanei, o vuoi essere assunto perché sei bravo e potresti fare qualcosa di utile per la collettività? Diglielo, all’amico giornalista: sei bravo, il punto è che sei bravo. Non un poverino, uno bravo: un bravo scienziato su cui converebbe a tutti investire).
E poi che palle. Basta. Non è che sei scienziato: è che sei nato dopo il 1970 in Italia e, come tutti i tuoi coetanei o quasi, sei una creatura sociale diversa da quella che sono stati i tuoi genitori. Pazienza. Ci è andata così. In compenso abbiamo Wikipedia e l’Iphone.

Tempo fa sono andata a intervistare uno scienziato simpatico sulla quarantina. Era la seconda volta in cinque o sei anni che la mia testata si rivolgeva a lui: ai tempi della prima, lo scienziato aveva un contratto a termine, adesso ne aveva uno a tempo indeterminato. Per fare le stesse cose. Che poi erano quelle che interessavano a me, mica il contratto.
La sera prima della seconda intervista, a cena, la moglie dello scienziato simpatico si era avvicinata e mi aveva confidato, sotto lo sguardo premuroso del marito… sai, l’altra volta avete un po’ insistito sul tema della precarietà. Mio marito era precario, sì, ma era solo questione di tempo. Non volevamo apparire lamentosi: sarebbe stato anche poco corretto nei confronti di tanti colleghi. E poi avevo chiesto di non accennare alla mia, di precarietà da scienziata, che insomma era una cosa ancora diversa. Questa volta di che cosa pensi che… E io, convincente, rassicurante, l’avevo interrotta: tranquilla bambola, stavolta ci interessa solo la scienza.
Invece, per un caso che non sto a spiegarvi, e per necessità che vabbene, e per questioni di contesto che oh, anche la seconda volta ci si è tornati su, più o meno in questo modo: finalmente lo scienziato simpatico è stato regolarizzato, e anche sua moglie: non sono più precari e oggi entrambi stanno facendo un lavoro bello e utile…
Siccome quello è simpatico, mi ha mandato soltanto una mail spiritosa: la terza volta verrete a intervistare uno scienziato regolarizzato ma divorziato!

E poi basta con la macchietta del povero cervello in fuga. E’ vero, tanti se ne vanno perché all’estero in genere si trovano posti migliori, con stipendi migliori e (soprattutto) migliori condizioni di lavoro. Ma tanti poi tornano, ciascuno per la sua ragione. E comunque tanti se ne vanno da tutte le parti verso (quasi) tutte le parti (non verso l’Italia, e semmai il problema è proprio questo) perché la scienza è fatta così: non esiste una scienza senza confronto e scambio. Da sempre.
Ma non è che chi rimane, o chi torna, è un cretino che fuori non ha mercato. Nemmeno un vigliacco che non si vuole staccare da mamma e babbo. E men che meno un eroe che vuole cambiare il paese. Nella maggior parte dei casi, è uno che sta bene anche qui. Anzi: proprio qui.
E, a margine: chi rimane e con la sua laurea scientifica si mette a fare, per dire, l’insegnante o il politico o il giornalista, non merita meno degli altri la graziosa qualifica di “cervello”. Eh. Grazie.

Vi dirò di più: si trovano anche scienziati che non vogliono lamentarsi nemmeno dei soldi che hanno per fare ricerca. Si sono rotti anche delle lagne su quella, che è una questione sacrosanta e imbarazzante che colpisce tutti i settori e tutte le forme contrattuali.
Ho l’impressione che sia il momento, per tutti, di discutere piuttosto di che cosa fanno gli scienziati e perché, piuttosto che andare a sbirciare nelle loro vite private o prestare loro una spalla su cui piangere. Anche perché se non lo sai, cosa fanno gli scienziati e perché, difficilmente avrai voglia di dare loro un sacco di soldi per costruirsi un acceleratore di particelle o per regolarizzare tutti i precari che ci lavorano intorno.
Tipo: Marco Paolini in tivvù fa il botto con Galileo al Gran Sasso mentre Report indottrina i suoi spettatori con servizi scientificamente scorretti (e fa il botto lo stesso), intanto sul Due c’è una che dovrebbe parlare di scienza e invece boh non commentiamo, Repubblica ha di nuovo intervistato quel tipo ciarliero e poco affidabile e su Tuttoscienze della Stampa c’era un articolo sulla memoria dell’acqua. Di questo parlano i miei amici scienziati, oggi, e di questo si preoccupano: dell’immagine della scienza che viaggia nel paese. Che, ahimè, ormai è un’immagine fatta anche di scienziati-precari-poverini, e non giova a nessuno.
Ma questi scienziati, spesso, hanno tanto da dire e da fare. Se ci usciste un po’ più spesso a cena vi accorgereste che non sono poverini per niente, che detestano le lagne inutili e che i loro cervelli li usano, a volte, anche per riflettere su quel che succede nel mondo là fuori. Fino a concludere che è il momento di raccontarsi in un modo migliore: meno centrato sul proprio conto in banca e più attento ai meccanismi della comunicazione e al resto della società. Speriamo che duri.

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7 pensieri su “Poverino a chi? Famola finita con la lagna dello scienziato precario e parliamo di roba seria

  1. Silvia, ben detto! Condivido parola per parola. Anche perché devo dirti che il piagnisteo fondi per la ricerca non ne ha mai prodotti (provato sperimentalmente). 🙂

  2. Ciao, Silvia. Oltre ad approvare le tue parole (finalmente l’orgoglio precario!), vorrei farti una domanda: pensi anche tu che proprio gli scienziati precari dovrebbero considerarsi la forza motrice per rimuovere la muffa dall’università? E per muffa intendo quei fenomeni (non necessariamente datati) di inerzia parassita che non muovono un dito e guadagnano come o più di loro, e che seppur sotto gli occhi e sulla bocca di tutti non ricevano altro che critiche sono ancora con il loro retrocoscia sulle scrivanie dell’Accademia. Non dovrebbero essere i precari a promuovere un monitoraggio del tipo “ognuno faccia il suo dovere, altrimenti sciò” anzichè tacere sull’inefficienza di una parte (e non neghiamolo) dei loro colleghi? Chi è il potenziale antimuffa? Prenderà mai davvero in mano la situazione?

    1. sì, penso che tu abbia ragione. se, invece di lamentarsi, il precario o sedicente tale recuperasse l’orgoglio e anche un po’ di senso del dovere, potrebbe fare molto di più di quel che fa. perché in fondo la maggior parte di chi sta oggi all’università o negli enti di ricerca con contratti del cavolo è davvero molto motivato nel suo lavoro. e forse potrebbe trovare una motivazione anche nello smuovere la gestione del posto per cui lavora. credo.
      questo è un paese che premia la fedeltà e non il talento ma nei luoghi della scienza, per fortuna, non è sempre così.

  3. Brava Silvia. Non ho mai tollerato l’autodefinizione di “precario”, anche quando lo ero. Voglio dire.. ma devo proprio usare una parola che intrinsecamente denota un mia condizione di sfiga per identificarmi professionalmente?? Per forza poi che non mi prendono sul serio!!

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