Io tossica: come superare il rebound da fine contratto senza far uso di droghe pesanti

Evidentemente sono una drogata.
Quando finisce un contratto, quello per cui hai lavorato a rotta di collo per settimane, mesi, dedicandogli l’85% del tempo-lavoro, accumulando per momenti migliori gli altri lavori – che a quel punto chiami lavoretti per giustificare la scarsa attenzione che dedichi loro – sognando tutte le notti quello che dovrai fare o che avresti dovuto fare o il pasticcio che ti sta scoppiando in mano per quel lavoro lì, solo quello lì, e per mesi non vivi per altro che per riuscire a imbroccare quella cosa e solo di quello vivi e… insomma: quando finisce un contratto pesante si vive un rebound simile a quello del depresso che sospende i farmaci da un giorno all’altro.
Stessa cosa. Stesse occhiaie, stessa piangina, stessa abulia.
E hai voglia a dire che finalmente avrò il tempo per tutti i miei altri lavori: per qualche giorno la tua missione dev’essere la ricerca di endorfine, altrimenti finisci sul divano a credere di leggere un libro e ad aspettare che qualcuno ti stani.

Ormai ci sono abituata e sono anche bravina ad anticiparlo, il rebound. E infatti stavolta ho una lista di cose da fare lunga così che comprende viaggi in lavanderia e persino dal corniciaio, turismi scientifici in altre città, pranzi, mostre, assemblee e un sacco di burocrazia di quella tosta, con i miei due conti correnti e altre amenità.
I lavoretti piano piano partono e vederli partire fa bene all’umore, ma la situazione è fragile: basta un dettaglio spiacevole in una giornata decente per far affogare il cervello tra i pensieri e il risultato è che mi viene la faccia cerea, lo sguardo assente, taccio per ore e sembro stonata. In realtà sto solo dialogando con me stessa, al ritmo forsennato che i miei neuroni sanno tenere quando lavorano anche se adesso non lavorano quasi più.
Gli amici sopportano, qualcuno si offende, qualcuno prova a fare il pagliaccio. I lavoretti aspettano serafici: loro sì che mi sanno capire.

E poi ci sono le ginnastica-related endorphins: ieri sono andata addirittura a un corso di GAG, cioè femmine in ansia per la prova costume e pensionate che al mattino hanno voglia di mettersi una tutina aderente e di guardarti sfacciate, tutte lì a fare flessioni e affondi mentre una certa Sara strilla Forzaaaaa! Che finché si è trattato di usare i muscoli, ok. Ma quando ci hanno fatto fare un po’ di esercizi aerobici a tempo di musica sono ripiombata nella sindrome del ragazzo-coccodè e anche le endorfine mi hanno guardato con perplessità.
Oggi sarà il turno delle bicicletta-related endorphins. Credo che nel pomeriggio mi concederò un po’ di gelato-related endorphins. Stasera avevo una cenetta-related endorphins ma forse mi salta. Recupererò con le birretta-related endorphins, che poi sono le più efficaci.

Ho scoperto da un amico economista che il problema della mia tossicodipendenza si chiama search-on-the-job. Cioè mentre lavoro cerco altro lavoro, e organizzo i prossimi lavori mentre sto ancora lavorando per un altro cliente. E se sono lì, seduta, e questo d’un tratto mi leva la sedia da sotto al sedere non posso cedere: prendo la culata, ma non smetto di dedicarmi agli altri. Sennò crollo. In senso professionale.
Sono anni che vivo così, anche da prima di saper dire search-on-the-job, e credo di poter essere orgogliosa soprattutto di una cosa: del mio ingiustificato equilibrio mentale. In fondo, chissà perché, tengo botta alla grande. Sarà grazie a un training niente male che risale a un paio di decenni fa.

Da adolescente, una parente stretta con problemi della condotta alimentare mi faceva pesare e poi commentava ad alta voce Beh, i tuoi chili ce li hai eh… a me, che non sono mai stata nemmeno paffuta. Poi mi parlava di cibo e mi osservava mentre mangiavo: a passeggiarci in città era imbarazzante la sua manifesta ossessione per la ciccia di chi ci camminava accanto. E una volta, mentre, sedicenne, provavo un paio di pantaloni alla Benetton, si affacciò nel camerino e mi sussurrò, ridacchiando complice: L’hai visto come ti ha guardato la commessa?! Dev’essere invidiosa del tuo bel personalino, mentre lei è così grassa…
Non ho mai fatto una dieta e ho sempre mangiato con gusto e soddisfazione, nonostante tutto questo.
E anche adesso, nel mio search-on-the-job, mantengo un invidiabile personalino e mi accontento delle endorfine che mi passa il pusher qua su in cima.
Però è faticoso, vi assicuro. Soprattutto verso le quattro del mattino.

Adesso basta: torno ai lavoretti e tra un’ora e mezzo inforco la bici. Ancora qualche giorno e sarò fuori dal tunnel. Tornerò a dire di me che sono una vera partita Iva, una Marcegaglia della comunicazione della scienza, un’imprenditrice di me stessa, una che vive a testa alta di tanti contratti e non di uno grande e tanti piccini, eh. (…).
Intanto cercate di capirmi e scusatemi se sono assente o giusto un po’ scontrosa. Sto a ròta, come diciamo noi partite Iva non-monocliente-ma-quasi.

(Dimenticavo le blog-related endorphins: sto per inaugurare una nuova serie dal titolo I nostri antenati. Gli antenati del freelance, intendo. Si accettano suggerimenti).

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12 pensieri su “Io tossica: come superare il rebound da fine contratto senza far uso di droghe pesanti

  1. Perdonami Silvia,
    non vorrei sembrare provocatorio.
    Ma se questo tuo sbandierato e voluto non voler accettare un “posto fisso” ti porta a tutte queste angosce e nevrosi, non sei un po’ contraddittoria?
    Se ritieni di essere così nel giusto, perché poi ti lamenti continuamente?
    O magari ho capito male io, eh.
    Ciao,
    Alex

    1. figurati, perdonato e nessuna provocazione. però io non mi sto mica lamentando. vi sto raccontando com’è. e nel raccontarlo mi faccio anche forza, perché mi trovo a riderci su. ma non mi lamento… mica lavoro in miniera, mica faccio le pulizie in ospizio, mica muoio di fame. ti pare che mi possa lamentare davvero?

  2. bhè…in attesa del prossimo contratto, ed anche no, se vieni a fare turismo scientifico nella provincia di Salerno fatti sentire…cioè scrivi.
    complimenti-related endorphins: cmq sei davvero brava.
    G

  3. S.Paolo, perché ho una buona memoria
    S.Francesco, perché ha girato con il suo franchising in tutta Italia (anche S.Antonio da Padova… potrebbe essere)
    Giotto, ed i pittori in genere perché prestavano servizio presso le diverse signorie, chiese, parrocchie, potentati etc…
    Leonardo, perché offrì le sue prestazioni a Firenze, Milano, Parigi applicando a diversi contesti (pittura, scultura, tecnica&scienza)
    Cristoforo Colombo, perché pur di realizzare la sua idea cercò più finanziatori (ma non sono sicuro se è proprio da freelancer)
    Garibaldi, perché fu un freelancer delle rivoluzioni nei due mondi (e lavorò pure da Meucci se nn ricordo male)

  4. lo stress di guardare sempre al dopo mentre si è ancora nel prima.
    è una sensazione che conosco.
    credo che il presente, il saperlo vivere dia tranquillità in vari campi dell’esistenza.
    talvolta io mi dimentico in che mese siamo perchè penso a quello dopo o a 2 dopo, che so che dovrò pre-occupare preoccupandomi.

    precarietà mette ansia, l’ansia non di chi vuole annoiarsi con un posto fisso, l’ansia di non sapere ad agosto se potrai andare in vacanza un’ansia di chi vive proiettato un pò in avanti. E’ delizioso viversi una domenica nel presente, lo faccio raramente ma quando ci riesco sembra che il tempo scivoli lento.

    l’ansia lo da la parola precario, l’aggettivo precario. Non il Precario che ha impersonificato un significato politico, o un santo milanese difensore dei lavoratori a contratto.

    vale_

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