Tu precario, io freelance: su la testa, collega

Giornalista precario a chi?! Cioè, sì, va bene. Anzi, no, no. Ci sono due problemi in quella locuzione. Primo: in tanti, e io tra questi, facciamo i giornalisti ma non abbiamo mai avuto rapporti con l’ordine e dunque forse non siamo giornalisti, almeno per i giornalisti che lo fanno e lo sono e non devono arrovellarsi troppo sulle questioni identitarie ed esistenziali che attanagliano noi.
E poi precario, insomma, a me non va mica tanto bene: sono una freelance, vivo con il mio tempo, la performance e la partita Iva. Non voglio sentirmi chiamare precaria perché se uno fa il libero professionista (che l’abbia scelto o no) lavora così, a tratti, a periodi, che poi vuol dire che lavorare lavora sempre ma non viene pagato con regolarità. Però va bene: quando ho cominciato a lavorare io c’erano internet, l’euro, la partita Iva. Punto. Io amo la mia partita Iva perché mi ricorda che sono vIva.
Ma all’assemblea dei giornalisti precari ci sono andata lo stesso.

E oggi sono qui che ci rimugino.
Intanto credo che faremmo bene ad allargare un po’ lo sguardo, come si dice in questi casi. Un tempo i giornalisti erano soprattutto quelli che scrivevano sui giornali, e avevano tutti rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato con l’editore per cui scrivevano, e poi c’erano quelli della radio e quelli della tivvù. Oggi non è cambiato solo il modello contrattuale prevalente, sono cambiati (di conseguenza, o forse no: forse sarebbero cambiati comunque) anche i modi di fare il giornalismo.
Vabbè, c’è internet. Vabbè, di sola carta non si vive più. Vabbè, dalle nostre parti c’è un editore che possiede mezza Italia e che si è fatto un po’ di leggi a proprio beneficio. Ma non basta. Prendete noi giornalisti scientifici.
Noi scientifici, tipicamente, facciamo un sacco di cose diverse. Abbiamo una forte specificità di materia, la scienza, e la decliniamo per più media. Sono pochi i giornalisti scientifici della mia età che facciano solo giornali o solo radio o (figuriamoci) solo tivvù. In genere abbiamo una collaborazione principale e poi scriviamo per un altro giornale, magari abbiamo anche una roba online, collaboriamo con un editore, partecipiamo all’organizzazione di un evento. Tutta roba di scienza. Io sono particolarmente schizzata, ma vi giuro che per molti è più o meno così. Spesso, inoltre, facciamo cose che i non-scientifici definirebbero non-giornalistiche, e a torto (o per lo meno, in modo un po’ miope), come una traduzione o un’attività con le scuole.

Ne segue che siamo anche più fortunati della media dei nostri colleghi: lavoriamo di più e in modo più vario. E ogni tanto ci chiediamo perché gli altri non facciano come noi. In cambio di un po’ meno di giornalisticità ne avrebbero un bell’allargamento del mercato. Ma se non lo capiscono tutti, subito, in massa, a noi sta solo bene.
Ne segue anche che a quelli come noi mettersi in società, in qualsiasi modo, conviene. Un gruppo di freelance ha le spalle più larghe di un solo freelance, sia quando si tratta di contrattare (vendi più pezzi insieme, ed è difficile che tu finisca per lavorare gratis) sia quando si tratta di tutelarsi di fronte ai rischi del lavoro liberoprofessionale sia quando ci sono le vacche magre e ti arriva un unico enorme lavoro che da solo non riusciresti a fare.
No, io non faccio parte di nessuna cooperativa né di nessuna agenzia, ma molti dei miei colleghi lavorano così ed è anche per questo che fanno diverse cose insieme: costruiscono siti web, scrivono per la carta stampata, lavorano per grossi eventi, conducono programmi alla radio, collaborano con enti di ricerca. Tutto in gruppo. Io lavoro spesso con diverse di queste agenzie e ne ho diversi vantaggi. E comunque faccio un miliardo di cose in contemporanea e quelle che faccio da sola sono solo le cose che si possono fare solo da sola.

Noi scientifici, a margine, non soffriamo della sindrome dei quattro euro a pezzo. Non so perché, ma davvero non mi capita mai di sentire il mio coetaneo (se si parla di lavoratori alle prime armi la cosa cambia, occhei. Ma ricordiamoci di monetizzare anche l’investimento che si fa nel lavoro, per cui il pezzo viene pagato 4$ + crescitaprofessionale + contatti + speranzadicontinuarelacollaborazione + … Qui sto parlando di gente che ha qualche anno, non molti, di carriera alle spalle e che lavora per lavorare oggi, non domani), insomma dicevo: non mi capita mai di sentire il mio collega scientifico davvero molto maltrattato dai propri clienti. Forse anche perché chiamarli clienti aiuta, non so.
Non credo che siamo più intelligenti della media (cioè: a volte lo penso, ma via, giù… rimanga tra noi…). Né credo che abbiamo fatto una pensata in più rispetto agli altri su dignità e soprattutto responsabilità che il nostro lavoro ci accolla. Per me, chi accetta di lavorare per due lire è un irresponsabile e l’ho già scritto. Ma non tutti la pensano così. Semplicemente ne ragioniamo in modo quasi teorico, e poi riattacchiamo a lavorare.

Insomma, alla fine penso che sarebbe bene smettere di ragionare per categorie professionali stagne definite dagli ordini professionali. Io mi sento giornalista, ma all’ordine non gliene frega niente di me e rinuncia a controllarmi pur di non avere un’altra bocca da sfamare: ho diversi colleghi che non si sentono nemmeno giornalisti, ma vivono degli stessi lavori miei. Se non parliamo più di giornalisti definiti per l’appartenenza all’ordine ma riflettiamo sul senso del nostro lavoro per come lo facciamo e per come lo faremo nei prossimi anni credo che ci convenga togliere per prima cosa la parola giornalisti. E poi anche quella precari, che è così sofferente e presto sarà talmente tanto diffusa da diventare normale.
Non so: chiamiamoci lavoratori intellettuali che si battono per la dignità del proprio lavoro con un forte senso di responsabilità e di impegno verso la società, società che vive anche del nostro mestiere. E’ un po’ lungo, lo ammetto, ma in attesa di trovare una sintesi migliore vuole essere un invito a guardare qualche centimetro più in là.

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5 pensieri su “Tu precario, io freelance: su la testa, collega

  1. Silvia apprezzo questo post, come ho apprezzato il tuo intervento all’assemblea di domenica. Io mi considero una giornalista di fatto. Faccio questo lavoro da 8 anni (nella mia testa in realtà da quando avevo 8 anni e facevo inchieste condominiali con taccuino vero e occhiali finti), ma non mi sono mai voluta iscrivere all’ODG perché sono una libertaria incallita, perché ho sempre pensato che avrei dovuto fare anche altro per vivere (per necessità, dato che a 10-20 Euro a pezzo non si mangia).
    Credo che in quello che scrivi/dici ci sia tanto di vero e giusto, soprattutto nel “superiamo le categorie stagne”, anche se poi fai un discorso ancora più stagno quando parli degli “scientifici” (no, non chiamiamoli giornalisti, ok), più flessibili, più aperti, più coalizzati, forse addirittura più intelligenti degli altri. Ne conosco di tuoi colleghi e so di cosa parli. Però devo dirti due cose. La prima è che fate un lavoro che ha molto a che fare con la specializzazione e con la ricerca, quindi è ovvio che molti di voi mantengano legami con università, eventi, pubblicazioni varie ecc… La seconda è che la carta stampata e l’informazione in senso stretto (che riguardi amministrazioni pubbliche, storie di imprese, immigrazione, politica, sport, economia, sanità, moda e costume, mondo immobiliare, ecc…) vive di news che non sono sempre approfondimento, vive di hic et nunc, vive di lanci di agenzia, così come vive di editoriali e di opinioni: ma soprattutto la carta stampata vive a quelle cifre citate dai: 4-5 ai 50 Euro a pezzo (Errori di Stampa ha stilato un tariffario aggiornato). Rifiutarsi di lavorare per quelle cifre sarebbe auspicabile, ma non è strategico. Se ci rifiutiamo noi, arriva il ragazzo appena uscito dalla Luiss che non vede l’ora di accontentarsi dei 5 Euro a pezzo (salvo poi trovarsi a cedere dopo 5 anni e cedere il passo a quello più giovane di lui). E noi saremo anche fieri di noi stessi per aver rifiutato di essere “irresponsabili”, ci sentiremmo intelligenti addirittura quasi come gli scientifici, ma il problema resterebbe. Allora, dico io, guardiamo veramente qualche centimetro più in là e facciamo delle battaglie sui diritti universali e sull’equo compenso. Chissenefrega di categorie, chissenefrega di scientifici o enogastronimici, abbiamo tutti gli stessi problemi e saremo sempre di più. Guardiamo un po’ oltre, oltre il nostro naso.

  2. Non sono esperto in giornalismo anche se mi piace scrivere.
    Mi passate questo slogan, dopo che qualcuno anni fa diceva IL SISTEMA TI SISTEMA, per vedere meglio le cose in positivo:
    IL COLLEGA TI COLLEGA!
    .
    .
    Sicuramente pensate che ho scritto una caxxata, ma forse vi ho strappato un sorriso… 🙂

  3. Vedi, Silvia, tu hai una brillante e sprizzante energia intellettuale.
    Oltre a possedere un’ottima preparazione, formazione e cultura (e, m’immagino, anche una solida educazione, non solo scolastica o familiare…). Inoltre, come potrei NON trovarmi d’accordo con te, quando accenni all’irresponsabilità delle scelte individuali?

    Credo, infatti, di aver pagato un prezzo, una discriminazione e delle conseguenze anche eccessivamente “care” (sotto molteplici punti di vista) delle mie scelte. Non a caso, nel compiere le mie scelte (via via, e durante il mio intrigato e variegato percorso professionale… e/o di vita…), non so spiegarti neppure io il perché o per come, ma ho sempre anteposto il pensiero e l’impulso di perseguire onestà e correttezza (o, per lo meno, un mio tentativo e vocazione verso queste). Perché?? Perché non avrei saputo, né potuto, fare altrimenti.

    Scrivo solo (ma non unicamente), perché, sai, in quelle semplici (ingannatorie, ma intense) parole “fatti non foste, per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” ci credetti. Sbagliando? Chissà.

    Non posso, né potrei mai, comunque, essere io ad ammetterlo.

    Perché, sentimenti e ragionamenti -sofferti, coltivati magari, per erto ricercati, immancabilmente tormentati- che hanno influenzato, queste scelte.

    Che ci si creda o meno, ho sempre detto NO a qualsiasi tentativo volto a limitare/forzare/corrompere la mia libertà. Libertà d’azione, di pensiero e di scelta. Assumendomi le responsabilità e le conseguenze, di qualsiasi scelta.

    Piccolo (ma non poi troppo) dettaglio: non sono figlia di un magnate, né di famiglia (economicamente, e non solo) neppure un po’ benestante. Quindi, il prezzo che ho pagato, è stato atrocemente determinante. Determinante nel prospettarmi e permettermi possibilità, di alternative di vita (post-scelta, sia chiaro!), decisivo nel supportare tutto ciò in cui credevo (e tuttora credo) addirittura fondamentale nell’esito delle mie relazioni intime e private.

    Cmq sia,
    sappi che approvo e appoggio, la maggior parte del e idee che esprimi,
    e delle scelte che compi.
    Sperando possa esseri un po’ d’aiuto,

    Raffaella

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