Il moderatore invisibile: secondo voi che cosa ci sto a fare, io, qui?

Dici inesperienza, dici fretta. O forse dici difetti di comunicazione. Niente di grave né di particolarmente seccante. Ma sono sbalordita. Non pensavo che potesse succedere.
Mi chiamano a moderare un evento. Da Roma, prendo il treno e arrivo. Ho l’albergo, i pasti e il gettone di presenza. Lo faccio di lavoro e lo faccio volentieri. Qui, poi, ci vengo da anni: evidentemente lo faccio anche bene, visto che mi richiamano sempre.
Stavolta però la cosa si presenta da subito complicata. Uno dei due relatori è straniero. Poco grave: conosco le lingue e comunque la zelante organizzazione mi manda un abstract dell’intervento con giorni di anticipo. L’altro relatore non risponde alla mia mail, ma sono cose che capitano e comunque la sera prima mi confermano la sua presenza e tutto è a posto. Ci sono poi, da programma, un’introduzione e un saluto delle autorità. D’accordo, cose che stanno in cima e che sono generalmente in mano all’organizzazione. E infatti è così. Complicato ma perfettamente gestibile.

Però l’ospite straniero va tradotto e mi dicono che lo farà chi farà anche l’introduzione scientifica, cioè l’onorevolissimo ordinario supercapo. Pericoloso, penso io, ma avranno stabilito prima anche questo.
Così sono sul palco con i due relatori, stiamo sistemando le diapositive, ci stiamo confrontando, sto chiedendo qualifiche e affiliazioni: l’organizzazione mi darà il via e le cose vanno lisce. Finché, d’un tratto, sul palco non salgono anche l’ordinario, l’altro professore che deve portare i saluti, la mia referente dell’organizzazione e non ho capito chi. In due secondi da tre diventiamo sette o otto.
In genere comincia qui il momento clou dell’evento, per me. Devo dare due disposizioni registiche (chi si siede qui? come la facciamo questa traduzione? siamo d’accordo sull’ordine delle cose?) e poi sedermi e aprire le danze, salutare il pubblico e così via. L’ho fatto cento volte, lo faccio decine di volte all’anno. E invece stavolta sono ancora lì in piedi quando qualcuno accende il microfono e comincia a parlare: l’ordinario.
In un attimo il palco si svuota: i relatori filano a sedersi, gli altri scendono di corsa. Io rimango di fronte all’ordinario, che intanto è già lì al microfono, e chiedo: stiamo già cominciando?! Ma ci siamo tutti? E ci hanno dato il via? Come risposta ricevo uno sbuffo seccato e niente più: l’introduzione va avanti.

Mi siedo e mi guardo intorno. Che succede? Cerco gli occhi della tipa dell’organizzazione seduta in platea. Intanto l’introduzione comprende anche una breve presentazione dei relatori, una descrizione della scaletta e l’introduzione ai saluti. Ed ecco i saluti. La parola torna all’ordinario che fa alzare il primo relatore e lo invia al leggio. Che cosa mi rimane da fare? penso. Niente: ancora non lo so, ma non riuscirò più ad aprire bocca.
Solo quando i tempi sono completamente sforati riesco a ottenere l’attenzione dell’ordinario e a mostrare l’orologio. Al relatore si diano cinque minuti! E invece quello se ne prende quindici, senza nemmeno guardarmi.
Con le domande ci riprovo, ma anche lì non funziona: avevo cominciato a gestirle, ma sono scavalcata.
Poi l’incontro viene chiuso e tanti cari saluti.

Beh, mi alzo ed esclamo: che cavolo mi avete invitato a fare?! Salta fuori che non si era capito (non era stato detto, forse io non avevo detto, vengo accusata) che ci sarebbe stata una giornalista a moderare e così hanno dovuto fare tutto da soli. Viene data la colpa all’organizzazione, io chiedo di essere rassicurata sul mio aspetto fisico (no, sarebbe successo anche se tu fossi un maschio di cinquant’anni con le spalle della giacca di grisaglia coperte di forfora… mi dicono, più o meno), l’organizzazione chiede di essere rassicurata sul proprio lavoro, io faccio notare che mi pagheranno lo stesso, l’ordinario si apre in un sorrisone di sollievo: finalmente ha capito chi fosse quella tipa in camicia rosa seduta al tavolo coi relatori. E fine della faccenda. Se ne vanno, io rimango a sentire l’incontro successivo.

Ah, aspettate. Devo fare una precisazione sconvolgente: l’ordinario era una donna.
E una chiosa: la mail dei due scienziati che chiedono di vederci (vederci!) a Roma prima della conferenza che dovrò moderare a Bari (Bari!) tra un mese e mezzo (un mese e mezzo!) ricevuta dopo questo episodio l’ho accolta con un pensieroso sollievo. Meglio così che l’ignoranza totale della figura del moderatore.

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2 pensieri su “Il moderatore invisibile: secondo voi che cosa ci sto a fare, io, qui?

  1. Si potrebbe dire che il MODERATORE è stato MODERATO. Non nel senso che sei stata moderata, ma ti hanno moderata…
    Professionalmente forse non è appagante, ma vedi il lato positivo: hai fatto cassetta!
    A volte siamo costretti a fare cose su cui non siamo d’accordo o che non condividiamo, ma l’importante è essere consci che il nostro cervello non lo condivide.
    Verranno tempi migliori. Sicuramente.

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