Qui ci vuole uno bravo: l’asino di Buridano, la scienza, la televisione e, a volte, me.

Sono in un enorme studio televisivo, in mezzo a gente che non conosco bene. Tanta gente. Ho un oggetto in mano: me lo hanno dato perché ciascuno di noi (noi chi, poi?) deve avere un simbolo della propria specializzazione. A me hanno dato una pallina: dev’essere una specie di modello atomico che qualcuno ha deciso essere il simbolo della scienza generica. Generica. Tipo: tieni, questo è scienzagenerica. Sono imbarazzo e la pallina nella mano destra mi fa sentire ancora più impotente.
La trasmissione si chiama L’altra Italia. Siamo lì, io e un nutrito gruppetto di anonimi colleghi, perché abbiamo fatto un pezzetto di qualcosa: un servizio breve, o un’intervista, o boh. Io non ricordo manco quel che ho fatto: sto zitta e mi guardo intorno, stringendo la mia pallina. C’è una aiutoregista isterica che ci mette tutti in fila davanti alla scenografia, come per una foto di gruppo. E d’un tratto, alle nostre spalle, parte un servizio registrato, uno dei frammenti della puntata di oggi.
Oddio, mi sento morire: si sta parlando di una fantomatica terapia per una malattia molto seria, terapia promossa da un ciarlatano corrotto che si dà aria da santone (una roba che esiste davvero ma non è la sede, questo blog, per discuterne). Nel servizio se ne parla a lungo, si intervista il ciarlatano con toni ossequiosi, se ne parla come di un’altra possibilità, alternativa a quelle offerte dalla medicina normale.
Oddio! Mi hanno ingannato! Perché non mi hanno detto che qui qualcuno avrebbe parlato di medicina?! Cacchio, non ci avevo pensato: L’altra Italia poteva essere declinato anche come L’altra scienza! Che orrore!
Mi butto per terra: prego, piango, imploro. Afferro per la camicia la aiutoregista, che mi guarda quasi con sguardo materno e mi chiede: che succede, silvia? Grido: non potete mandare in onda quella roba, quel tipo è un impostore! E lei: sta’ tranquilla, non esagerare: è solo uno dei servizi… tu hai fatto (segue roba di importanza ridicola) mentre a (segue nome di autorevole sconosciuto) abbiamo chiesto una cosa più di peso: un servizio su un modo diverso di fare scienza… Tranquilla, non è niente di particolare: del resto, sai, lui ha più esperienza di te in tivvù e…
A quel punto mi alzo, la guardo e, con le lacrime agli occhi, scuotendo la testa solennemente, le dico piano: Non esiste un altro modo di fare scienza. Ne esiste uno solo. Quello del metodo sperimentale galileiano.
Davanti a noi compare una stradina con un ponticello stretto preceduto dalle strisce pedonali, e con due marciapiedi ai lati delimitati da una catenella. Glieli indico, a lei che continua a sorridere dolcemente, e sentenzio, didattica, pur consapevole dell’inutilità del mio sforzo: non esiste un altro modo di attraversare la strada. Se scavalchi le catenelle e attraversi sulla cresta del ponticello non stai cercando un modo alternativo di andare sull’altro marciapiede: stai tentando il suicidio. Liberissima, ma è un’altra cosa.

E lì mi sono svegliata.
Chiedendomi soprattutto come cavolo mi fosse venuta quell’uscita sul metodo sperimentale galileiano, pronunciata scandendo le parole come una bambina che legga il titolo di un capitolo del sussidario. 
Che ansia. Che incubo.
Però bello il paragone sulle strisce pedonali: vedi di notte che ti produco…

La sera prima avevo riflettuto ad alta voce su un paio di episodi degli ultimi giorni. Quando avevo dovuto cercare con urgenza dati, numeri, informazioni e avevo cercato freneticamente l’aiuto di un paio di accademici di fiducia.
A differenza di quelli mobilitati prima e dopo, tutti più o meno comprensivi ed efficienti, a un certo punto ne avevo imbroccati tre di fila disastrosi che, rispettivamente: 1. mi avevano inviato via mail un bignamino sull’intera disciplina nel quale era impossibile trovare il dato che cercavo, 2. mi avevano dato per telefono una spiegazione diversa da quella che mi era stata data durante l’intervista, con una tonn di dettagli in più che mi hanno definitivamente smarrito, 3. mi avevano risposto con diciotto ore di ritardo, consigliandomi cortesemente di interpellare il maggiore esperto del settore che sicuramente avrebbe risposto entro altre diciotto ore ma con enorme competenza. E io avevo chiesto una banalità, eh, una roba che ad avere tempo avrei trovato anche su Google.
Devo smetterla con questa pervicacia: l’accademico fa un altro mestiere, non posso chiedergli di adeguarsi ai ritmi e ai modi della comunicazione, avevo affermato con decisione a cena.

E’ come se ogni dodici ore sbattessi la testa prima sugli scienziati, poi su quelli della comunicazione, poi di nuovo sugli scienziati, poi ancora su giornalisti e autori tv.
Un mio amico, uno che è scienziato ma è bravo con la sintesi purché sia riducibile in linguaggio matematico, l’ha spiegata così: io sto a te come tu stai ai tuoi colleghi non scientifici.
Cioè: quando parli agli scienziati pretendi uno sforzo di semplificazione titanico, quando parli ai colleghi non scientifici esageri col puntiglio. Tutta la vita così. Finché non stai sulle balle a tutti.
Ma non sono io che sono strana: è il mio mestiere che lo è.
Va bene: l’ho scelto io, è vero. E ogni tanto mi sembra quasi una missione, sento forte il senso del mio ruolo sociale: figuriamoci.
Ma adesso, per favore, posso tornare a sognare di perdere aerei, restare nuda in mezzo alla folla e dover ripetere gli esami dell’università?

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8 pensieri su “Qui ci vuole uno bravo: l’asino di Buridano, la scienza, la televisione e, a volte, me.

  1. Come sempre sono fuori tema (magari mi scuso anche).

    Riguardo alla bella trasmissione di domenica sera sull’ energia e sul suo utilizzo: temo che il problema dello spreco sia paradossalmente causato dal prezzo ingiustamente basso di petrolio e gas.
    Magari non è o diventerà sempre meno rilevante per la bolletta energetica nazionale ma se con la termocamera aveste analizzato un capannone industriale riscaldato avreste visto immagini simili ad un incendio in atto!
    Immagina tenere a 15-20 gradi a livello del pavimento un ambiente alto 10-12 metri e vedere gli operai che a metà giornata comincuiano a stare in maglietta perchè se ti muovi un po’ sudi! Se parli con gli operai ti dicono che quelli degli uffici stanno pure meglio e se parli con gli amministratori ti dicono che tanto sono spese storiche che detrarranno, che altrimenti si mettono in mutua …
    Anzi, magari anche i vosri uffici RAI saranno a termosifoni roventi e finestre aperte.
    Ci piangiamo addosso perchè non riusciamo ad arrivare alla fine del mese e diciamo “l’ 1% della popolazione possiede il 99% dei soldi” ma siamo talmente ingordi da non vedere che stiamo buttando le risorse di tanti altri 99 percenti, popolazioni contemporanee e magari anche generazioni future.
    Ma sarebbe proprio da zotici stare col maglione in casa? (intendo d’ inverno, perchè d’ estate con il condizionatore a palla è sicuramente da fighi!)

    1. mi sto mordendo la lingua.
      il petrolio costa pochissimo sì, ma detta così te la tagliano: fidati.
      abbassare il riscaldamento, ovvio, ma non rompere le balle su.
      in rai le porte non si chiudono e le finestre sono spalancate estate e inverno. i termosifoni sono al massimo perché da sedute le signore hanno freddo. ma tienitelo per te. e in bagno nessuno spenge mai la luce dopo aver fatto la pipì.
      non so. forse non è così facile.

      1. Mi ero davvero promesso di non ribattere, però sono un mollissimo!

        … il fatto è che per quanto mi sforzo non riesco a capirvi (voi gente dello scpetacolo). 30 centimeri più in sù di dove mi dici (giustamente) di non essere noioso, hai scritto “il mio mestiere [] mi sembra quasi una missione, sento forte il senso del mio ruolo sociale” e l’ altra sera hai ribadito con un intelligentone che “ogni Kw NON consumato è ancora più verde di uno fatto con energie pulite”.

        A me la trasmissione è davvero piaciuta, ma tu ci credi a quello che ci raccontate?

        Io credo che oggi gli argomenti ambientali siano caldi (e concreti) come negli anni sesanta-settanta sono state le rivendicazioni sociali.

        Cosa dobbiamo fare di tutte le informazioni che ci date?

        Pazienza MILLUMINODINENO che ormai mi sembra una presa per i fondelli, pazienza LADECRESCIAFELICE, pazienza le PALLLE EOLICHE, ma poi c’è la carne che produce più Co2 della centrale a carbone, gli inceneritori, i cambiamenti climatici, le BOMBE D’ACQUA …

        Ma cos’è che fate?
        Ci informate o ci confondete? Mi educate o mi plagiate?
        Riempite anche voi il vuoto tra uno spot e l’ altro? (spot di energie pulite!)
        Ci dite solo una volta di più che è colpa dei governanti ,delle lobbi (si scrive così?), dell’ evasione fiscale, dei soldi non spesi in ricerca?
        I programmi che vanno in onda sono per chi li vede o per chi utilizza i dati d’ ascolto?

        Giustamente tu dici che il blog è un ambiente informale ecc. ecc. … ma per i poveri cristi il dubbio di aver assistito ad uno ZELIG-COLTO fa venire voglia di non sapere più niente (alla fine è meglio vedere tette e culi).
        Essendo impossibile verificare cosa è vero e cosa è propaganda, ci abbeveriamo alla fonte di coloro di cui ci fidiamo incondizionatamente (come con la religione).

        Alla fine resterò senza soldi, senza dio e senza … tetteeculi!

  2. Mi permetto anch’io un di andare fuori tema, per fare un appunto sul servizio di domenica scorsa.
    Il messaggio che bastano 2400km^2 fotovoltaici per alimentare il paese è IMHO sbagliato.
    Questa superficie è stata ottenuta valutando il consumo elettrico nazionale in funzione dell’energia “media” di un pannello fotovoltaico.
    E’ proprio l’uso del valore medio che rende il dato un semplice numero tirato fuori da una calcolatrice.
    Il fotovoltaico è una fonte aleatoria, quindi sarebbe necessario immagazzinare l’energia per poterla riusare nei momenti di mancanza. Dato che in Italia si consuma circa 1TWh di energia al giorno, non mi risulta esista nessun sistema di accumulo con capacità di quest’ordine di grandezza.
    Altrimenti, se la soluzione al problema energetico fosse stata così semplice avremmo assistito ad una corsa ai pannelli (per la precisione 240 milioni di pannelli a fare i calcoli come nell’intervista).

    Se un sistema elettrico “solo fotovoltaico” è un’utopia (almeno al momento), anche avere percentuali elevate di queste fonti intermittenti è una notevole sfida tecnologica. Un sistema interamente “a rinnovabili” lo potremmo avere non prima di aver risolto tutta una serie di problemi tecnici e di convenienza economica che caratterizzano queste fonti.

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