La clausola gravidanza e i contratti che ho sempre firmato. Una precisazione

Sono in Rai da sette anni e i contratti con la clausola gravidanza, come viene chiamata da oggi, li ho sempre firmati. Credo però che rispetto al dibattito che si è scatenato qualche ora fa, sia necessario precisare un paio di cose.
Il problema vero è che quel contratto è un finto contratto libero professionale. Perché il lavoratore Rai che firma i contratti di consulenza (sia giornalista o meno, in senso tecnico) in molti casi (non sempre) lavora con orari e mansioni da dipendente. Questo rende la clausola di cui stiamo parlando profondamente ingiusta. Ma solo questo. Ed è qui il busillis. Se uno è davvero un libero professionista che offre la sua prestazione a un’azienda è abbastanza ragionevole che sia tenuto a comunicare alla stessa un impedimento per cui sia impossibilitato a portare avanti il proprio lavoro. Intendo: se l’idraulico che mi sta rifacendo i bagni si rompe un braccio (cadendo dal motorino per strada, ecco) io lo voglio sapere. Magari chiamo un altro idraulico. Chiaro: se la prestazione che mi deve offrire non prevede continuità, non mi interessa molto (tipo: se mi deve portare a casa il bidet nuovo, che decida di farlo anche col braccio rotto sono solo fatti suoi. E verrà pagato a bidet consegnato). Ma se per tre mesi mi deve spaccare muri e pavimenti, insomma: è giusto che l’accordo preveda una comunicazione tempestiva del fatto che muri e pavimenti spaccati potrebbero restare a metà.
Il problema è che noi non siamo idraulici. E che molti di noi effettivamente entrano al mattino ed escono alla sera, come se fossero dipendenti senza diritti.
Seconda precisazione. Quella clausola parla anche di malattia e di infortunio. Non è questione di sessismo. Non è la gravidanza “vista come una malattia”. Se la mia idraulica è femmina e il lavoro che mi deve fare dura, poniamo, due anni (ho molti bagni in casa…) anche un suo eventuale allattamento credo che sia ragionevole che me lo comunichi. Si tratta della categoria cose-che-potrebbero-metterti-in-condizione-di-non-finirmi-i-lavori-in-casa.
Credo che ci sia molto da arrabbiarsi e molto da lottare (infatti un post sul tema lo avevo scritto già a luglio scorso). Ma attenti a non confondere le idee.

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8 pensieri su “La clausola gravidanza e i contratti che ho sempre firmato. Una precisazione

  1. Carissima Silvia, hai ragione non bisogna confondere i piani ma nemmeno oscurarli.
    Ciò che contestiamo della “clausola maternità”, come l’abbiamo chiamata, non è affatto la tempestiva comunicazione, bensì ciò che comporta il punto 10 del contratto: nessun indennizzo a fronte della perdita del lavoro. Questo avviene perché i contratti sono “ultraleggeri”, come li abbiamo definiti, ovvero non garantiscono alcuna forma di tutela e di ammortizzatori, misure che sono per noi da estendere assolutamente a tutti i lavoratori, dipendenti o autonomi, contrattualizzati o precari. Inoltre, ci si è storto il naso a leggere nello stesso articolo maternità e infortunio o malattia perché anche nella forma sarebbe bello distinguerli, ma non solo. Una donna può ammalarsi o infortunarsi come un uomo, ma è solo lei a poter restare incinta. Quella che è una gioia si trasforma in questi contratti in un handicap aggiuntivo e riservato al solo sesso femminile. I punti dunque sono due: contratti e diritti. Ad un lavoro deve corrispondere adeguato contratto che deve prevedere gli stessi diritti di un qualsiasi altro lavoratore.

    1. mi dicono che la clausola sulla gravidanza è anticostituzionale anche nei contratti libero professionali. non lo so, forse ci vorrebbe una valutazione legale vera (ma sono sicura che sia stata chiesta).
      comunque la questione cambia poco. cioè: la clausola maternità, se davvero è illegale, può essere il grimaldello. perché sono d’accordo: il problema è che sono contratti farlocchi e sbagliati, che non descrivono le reali mansioni del lavoratore e lo mettono in una costante situazione di fragilità.
      non starei però a parlare di gioie della maternità, perché se dobbiamo discutere di lavoro i sentimentalismi non fanno parte del pacco. e nemmeno le questioni personali. tra l’altro, potrebbe anche esistere la gioia della paternità, che ne so io di gioie genitoriali.
      sull’ultima frase: credo che sia meglio dire che a un lavoro deve corrispondere un contratto equo e trasparente, non necessariamente per tutti uguale. lo dico perché sono tra quei consulenti rai che, sebbene pagati col contagocce, non ambisce al posto fisso. mi va benissimo lavorare con questi margini di autonomia (in tivù ne ho di più che in radio) e continuare ad avere rapporti lavorativi con altri clienti. se la rai mi assumesse chiedendomi l’esclusiva, credo che professionalmente sarebbe la mia morte. almeno adesso.

  2. Credo che sia il primo post tuo col quale dissento, forse per ragioni generazionali. Fare figli purtroppo (lo dico avendone fatti due e odiando la gravidanza) è una cosa che possono fare solo le donne. È una cosa che ha un peso privato innegabile, ma anche un peso sociale altrettanto innegabile perché se non si fanno figli, dopo un po’ siamo tutti vecchi e il mondo come lo conosciamo se ne va affanculo.
    Proteggere la maternità e garantire a una di essere pagata anche quando è incinta è un obbligo sociale che viene prima (ma di poco) dell’obbligo di solidarietà per cui se ti fracassi in motorino, a meno che tu non stessi facendo le pinne sui sanpietrini perché sei un deficiente, hai diritto a essere risarcito per i giorni non lavorati, almeno nei paesi civili.
    Non c’è soluzione se non inserire l’obbligo di pagare la maternità anche alle libere professioniste e di sospendere il loro lavoro, per farlo ripartire con mansioni analoghe al termine della maternità. Non credo che in Rai non si possa trovare un posto per una giornalista anche se la sua trasmissione è momentaneamente interrotta.
    Peraltro succede già con altre forme di lavoro atipico, come la specialità in medicina: mica perdi il posto, continui quando puoi. E molti istituto scientifici hanno introdotto lo stesso principio con i grant, garantendo anche una sorta di “handicap” che compensa l’eventuale buco nelle pubblicazioni da mettere in curriculum. Perché lo fanno? Sono anime pie o hanno capito che non c’è alternativa, almeno finché qualcuno non inventerà l’utero artificiale?

  3. cara Silvia, anche io mi sono laureata a Pisa, poco prima che tu nascessi: sono ammirata e intenerita dalle tue qualità!!! sono d’accordo con te su tutto, ma come Daniela dissento per quanto riguarda la gioia della maternità: non si può parlare di sentimentalismo, si tratta del sentimento più forte che esiste e su di esso si basa l’esistenza stessa del genere umano. Questo sentimento si estende e migliora verso i nipoti che ti trovano meno fragile ed impreparata!!! ti auguro tutto il meglio!ciao e buona navigazione

  4. Però, strano che una donna non scorga la sottile discriminazione sessista di una clausola vessatoria… Ora, hai ragione, tutti sanno da anni dell’esistenza di quella clausola, sindacati in testa, checché ne dica la Camusso che ora fa la scandalizzata e cita la costituzione.
    Ma è anche una questione di tempistica. Oggi, in questo momento storico di abbassamento progressivo dei livelli di difesa dei diritti dei lavoratori, in Italia c’è un’anomalia, l’ennesima. UN governo che può fare e non deve difendere nessuna casta o cricca (tranne forse le banche, ma questo sembra risultare più un pregiudizio che una realtà tangibile). Ed ecco che un governo siffatto può entrare tra le pieghe di questi contratti capestro e spingere alla loro riformulazione. Lo stato non può colludere col trend internazionale di sfruttamento e umiliazione dei lavoratori, no?
    Povera Lei, donna messa lì come un papa di transizione… bella gatta da pelare?

    Ma mi stupisco che tu difenda quella clausola vessatoria. Altro che idraulico. Qui siamo di fronte a una clausola che lascia chiaramente un’ampia area di interpretazione, e come ben sai, l’interpretazione è dell’azienda e non della lavoratrice. Quella clausola che parla di malattie deve stabilire un principio di difesa del lavoratori (realmente) malato. In un’altra clausola a parte, per non indurre in misunderstanding, si deve stabilire il principio della difesa dei diritti di maternità, sia della donna sia dell’uomo-padre.
    Tutto ciò che devia da questa strada è vessatorio e sembra proprio voler indurre le donne (e gli uomini) a non procreare, pena la perdita del lavoro (precario).
    Ne parla bene il sole24ore. come sempre equilibrati e senza se e senza ma.

    http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-02-21/incinta-casa-bufera-082853.shtml?uuid=Aa5i24uE

    Buona maternità a tutte/i.

    Luca

    1. Ma non sto difendendo quella clausola! Sto dicendo che il punto, la ragione per cui è ingiusta, è che è contenuta in un contratto finto libero-professionale con cui si fanno lavorare persone che di fatto sono assimilabili a dipendenti. Ma dipendenti non sono. Se fossero liberi professionisti quella clausola non mi scandalizzerebbe.
      Per cui dico che quella clausola deve essere il grimaldello per intervenire sull’iniquità del contratto.
      Ormai la questione gravidanza non c’è più. Ma quel contratto, in molti contesti, continua essere iniquo.
      Dicevo: non facciamoci fregare. Il problema non è la clausola gravidanza. Non ci basti il fatto che sia stata eliminata.
      E comunque di quella clausola ne ho scritto io, involontariamente per prima, quasi un anno fa. Chiaro che mi pare bizzarra. E, oh, mi dicono che è anche anticostituzionale. Ti pare che la stia difendendo?

  5. a differenza di altri, non sempre mi piacciano gli interventi di Silvia ma questa volta sono pienamente d’accordo. Il problema non sono le clausole ma il tipo di contratto e l’uso dei liberi professionisti che fanno le aziende pubbliche e private. Se si vuole un libero professionista lo si rispetti per quello che è e lo si paghi in modo adeguato, se si vuole un dipendente lo si assuma e gli si diano tutti i diritti che gli spettano.

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