Me lo scrivo e me lo compro: Sandokan, l’editore e un libro che non uscirà mai

C’era una volta Emilio Salgari, con l’accento sulla seconda A (quello di Sandokan, sì). C’era una volta, dicevamo, e ormai non c’è più, da un secolo buono, da quando si è suicidato con un rasoio in un bosco sopra Torino. Ma c’era una volta, e finché ha avuto le sue cento sigarette al giorno, il suo marsala e la sua sterminata fantasia da consumato contaballe, era lì, inchiodato alla sua scrivania, a scrivere scrivere scrivere, per consegnare ai suoi editori tre o quattro romanzi all’anno. Un forzato della penna, si dice di uno così, uno da ottanta titoli in una vita, famoso in Italia e all’estero per le sue avventure da sedicente capitano di marina, in Malesia o nelle Antille, in India o nel Far West. Ma a dispetto del grande successo, Salgari era sempre in bolletta. Si era fatto fregare dagli editori, era stato ingenuo, oppure semplicemente non aveva calcolato che di scrittura non si vive e soprattutto non ci si mantiene una famiglia di sei persone. E allora un gruppo di colleghi di una rivista letteraria…
Che cosa c’entra questa storia con questo blog? Beh, proprio mentre mi gustavo la biografia di Salgari ho ricevuto una mail, e mi sono sentita un po’ Sandokan anch’io.

Dice: Gentile dottoressa, dopo i nostri ultimi contatti non ho avuto più notizie e siccome stiamo per chiudere la programmazione editoriale di quest’anno ci chiedevamo a che punto fosse il suo progetto. E poi: magari ne ha anche uno nuovo, del quale possiamo parlare.
Oddio, penso io sprofondata in quel sedile di frecciarossa, impugnando con orrore il telefonino. Che cosa devo consegnare? Quando? Perché? Di che cosa stiamo parlando?! Lo sapevo, proseguo a rimuginare, sono andata in overflow. Troppe cose, e questa è saltata. E proprio non ricordo…
Finché, un lampo.

Due anni fa mandai a un editore, un editore niente male che ha pubblicato bei saggi e libri di gente che stimo e conosco, un progetto per un libro che avrei scritto a quattro mani con un amico: un progetto che a noi ingenui sembrava proprio carino ma che forse era un po’ troppo di nicchia, come si dice oggi, per poterlo pensare di successo. L’editore ci aveva chiesto di limarlo, di aggiustarlo, di fare un capitolo di prova. Beh, prova: non sarebbe stato il primo libro per nessuno dei due e quello delle altre due mani è pure un accademico (ma di quelli bravi). Comunque noi avevamo eseguito, scritto la prova, confezionato il progetto. E consegnato.
Dopo qualche giorno la risposta era stata: bellissimo, davvero interessante. Ma in questo periodo di crisi non possiamo impegnarci a meno che non ci garantiate il preacquisto di un certo numero di copie. Traduzione: noi stampiamo mille copie (se proprio vi va di lusso) e cento le comprate subito voi. Fatevi i conti, con un prezzo di copertina normale, di quel che ci stava chiedendo.
Noi, che viviamo di lavoro e di una solida dignità, avevamo rigraziato e chiuso lì la storia. Un secondo editore ci ha poi detto di no e così quel progetto è tornato nel cassetto insieme a tanti altri. E forse ci rimarrà, forse davvero non era un granché.

Ma allora che cosa mi sta dicendo, oggi, lo stesso editore? Sono lì sul frecciarossa, distratta e annoiata, ma credo di averlo capito. Ci sta provando. Sta facendo il furbo. Ha pensato: hai visto mai che adesso questa le cento copie se le compra davvero e poi le va a vendere con un tavolino per strada come il Freud di Nanni Moretti.
Vabbè, del resto i nostri contatti sono sempre stati cordiali e onesti e provarci è legittimo. Ma che delusione. Chissà gli altri libri come li ha piazzati, se anche agli altri autori ha chiesto il preacquisto. E chissà perché oggi si fa di nuovo vivo con me. Rispondo cortesemente e cortesemente declino. Non sono una da tre libri all’anno: forse sono una da tre libri in una vita, non mi sono mai inventata un Sandokan antropofago e per fortuna non ho mai pensato di vivere di quello. Ma sono passati cento anni e, come il contaballe Salgari pur senza il suo rasoio, mi sento un po’ delusa anch’io.

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