“Sempre caviale, sempre caviale!” In attesa della prossima dichiarazione ministeriale sui giovani-d’-oggi

A otto anni ho cambiato città. La mia nuova maestra era una napoletana grassa e antipatica, che ogni mattina mi stritolava in un abbraccio sudato. All’epoca ero dieci centimetri più bassa dei miei compagni di classe, avevo i capelli a pentolino e un tenerissimo viso da bambolotto che era la sua passione. Così tutte le volte mi abbracciava, mi sbaciucchiava, mi diceva sputazzando che ero la sua bambina dolce, poi mi afferrava per le spalle, mi guardava negli occhi e mi chiedeva: E tu ci vuoi bbéne alla tua nuova maéstra eh?! Dopo un paio di mesi, ispirata da qualcosa che dovevo aver sentito in casa, le risposi seria: Mi scusi maèstra, ma queste son domande che non si fanno. E per lei da quel momento non sono esistita più.

Sono cose che si imparano da piccoli: ci sono domande che non si fanno, frasi che è meglio non dire. In casa mia lo sentivo dire spesso: eeeee… unistabbène, via! Cioè: lo puoi pensare, ma poi tienitelo per te. Tipo: se uno a ventotto anni non lavora, è iscritto all’università coi soldi di babbo e mamma e non si è ancora laureato, o ha qualche problema o tanto figo non riesco a considerarlo. Ma non lo dirò ad alta voce. Tanto più che uno studente universitario costa alle casse dello stato molto di più di quel che paga di tasse. Chi si laurea in pari ha anche il merito, che andrebbe pubblicamente riconosciuto, di averci fatto risparmiare tutti. Ma lo tengo per me. Poi sì, ci sono quelli che lavorano per mantenersi, che si fanno un gran mazzo, e università dove ti ostacolano in tutti i modi anche a fare le cose normali. Ma, sempre tra me e me, non ne ho conosciuti molti di questi eroi. E comunque, ventotto anni sarà del tutto arbitrario, ma oggi ti danno un foglio con scritto laurea anche in tre anni: ventotto, per dire, significa che cinque anni dopo sei sempre lì. Ma non lo dirò. In fondo, ai miei amici fuoricorso ho sempre voluto bene lo stesso. E comunque, se lo dicessi io chissenefrega: non sono mica sottosegretario.

Il posto fisso non esiste più, qualcuno si stupisce? Non sono al governo, ma l’ho scritto più di un anno fa. E l’ho declinato scrivendolo in prima persona: non avrò mai un posto fisso ma pazienza. Anzi, che bello, toh, che dinamismo e che vivacità. Posso dirlo, che bello, solo per me e con un bel po’ di cautela. Ma non posso permettermi di dirlo per nessun altro e forse non posso nemmeno pensarlo. Che ne so, io, di chi non ha potuto scegliere il proprio lavoro o di chi, adesso, lo sta perdendo nel pieno di questo dramma nazionale, o di chi si trova a fare lavoretti sottopagati per campare e così via? Se poi fossi primo ministro in un periodo in cui i miei coetanei fanno la fame so che non potrei dirlo né potrei proprio permettermi di pensarlo, e per precauzione mi farei tatuare sul cervello l’immagine di una bambina di otto anni coi capelli a pentolino e il ditino alzato, capace di dirmi, sfrontata, caro senatore a vita (e ripeto: a vita), queste non son cose che si dicono.

E poi c’è la storia del posto di lavoro vicino a mamma e babbo. Io di gente che ha macinato chilometri per lavorare ne conosco a pacchi. A pacchi davvero. Ma conosco anche gente che non fa figli perché mamma e babbo ormai sono troppo lontani e come fai a permetterti un bambino in certe città, con certi stipendi, a certe condizioni? Conosco gente che è tornata a casa e poi si è fatta un mazzo così per restituire al suo paese quel che il paese ha dato per lei, e vive con due lire ma riesce ancora a spendere il suo tempo per il volontariato. E conosco gente, in effetti tanta gente, che è rimasta nella propria cittadina, ha scelto di essere meno ambiziosa in cambio di una vita serena, e adesso non mi sento di biasimarla affatto. Io passo due ore al giorno sui mezzi pubblici e non ho il tempo di fare la spesa o di organizzare una festa di Carnevale: ma la mia è una libera scelta e chi mi trova arrivista, e dice che per il lavoro non si può sacrificare così la qualità della vita, forse un pezzetto di ragione ce l’ha. Io lo trovo un po’ pigro, un po’ deludente. Ma non sono ministro dell’interno e lo posso anche scrivere ad alta voce: i miei amici che sono rimasti in provincia qua a Roma avrebbero spaccato il mondo, sarebbero stati i più bravi tra i bravi, peccato che se ne siano rimasti là.

Però, un paio di giorni fa, a poche ore di distanza, ho avuto due dialoghi desolanti con due amiche che si sono laureate prima dei fatidici ventotto, non si sono mai poste il problema della noia sul lavoro, e mamma e babbo li hanno salutati più volte: cari uomini di governo, voi vi sareste davvero complimentati con entrambe.
Tutte e due avevano appena rifiutato di lavorare gratis: sono iperqualificate, sono più che adulte, e amano quel che fanno (o che sanno fare e che farebbero volentieri). Hanno semplicemente rifiutato di passare il proprio tempo a regalare competenza a chi manco le ringrazia. O forse le ringrazia anche, ma che ci fai con i grazie? Solo che in quel momento avevano in gola un nodo grosso così, un nodo di umiliazione e rabbia.
Tutte e due sono appena tornate a vivere coi genitori causa indigenza, non causa pigrizia, cari ministri. Tutte e due sono rientrate da un lungo e felice periodo di lavoro all’estero, e probabilmente, a malincuore, all’estero torneranno e resteranno, a questo punto a ogni costo, e quello di vedere babbo e mamma una volta ogni tre mesi è di sicuro il costo minore. Tutte e due sono state, ormai tanto tempo fa, brave studentesse in cui il nostro paese ha, giustamente, investito. E adesso sono deluse, depresse, avvilite. Io a loro io non so che cosa dire, io che sono felice con la mia flessibilità e vivo solo a trecento chilometri da casa. Ma di certo quello che voi state dicendo loro, a noi, a tutti noi, fa davvero molto male.

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11 pensieri su ““Sempre caviale, sempre caviale!” In attesa della prossima dichiarazione ministeriale sui giovani-d’-oggi

  1. Cara Silvia,
    leggerti mi piace molto, mi mette in uno stato di euforia.
    ma questo post è davvero azzeccato.

    Questi signori pensano di essere i filosofi della Repubblica di Platone. Governano e decidono per tutti sulla base della loro conoscenza Tecnica (…Platone parlava di Sapienza, ma qui non mi pare il caso). Lo fanno anche contro di noi, perché pensano che questo sia l’unico modo possibile per garantire la salvezza (Platone parlava di felicità, ..che differenza!) della Repubblica.

    Loro sono, tutti, da molti decenni: primi, ricchi, famosi e autorevoli. Fatalmente la prima cosa che vogliono salvare è il meccanismo sociale che li ha resi tali.
    Ecco spiegata la considerazione e le attenzioni che costoro hanno per
    chi è, invece di loro: sfigato, povero, comune, umile e nato pochi decenni fa.

    grazie
    raniero

  2. Brava Silvia,
    non sapevo che scrivessi in questo spazio, ma adesso che lo so ti seguiro’. C’è poco da commentare a quello che hai scritto così chiaramente e con tanta passione.
    Piu’ che un commento a quello che scrivi, vorrei pero’ condividere qui un altro pensiero che ho cercato di inviare anche l’altro giorno a “Tutta la Città ne Parla” di Radio3, in una puntata in cui si parlava proprio di questi temi.
    Dieci anni fa mi trovavo a Londra per un dottorato di ricerca. Un mio amico e collega, mio coetaneo, terminava il dottorato di ricerca esattamente mentre io lo iniziavo. Non si preoccupava di cercare lavoro subito…avrebbe fatto prima un viaggio, per qualche mese. Il lavoro lo avrebbe cercato al ritorno. Come lui, molti altri non esitavano a mollare il loro lavoro, perché sapevano che ne avrebbero trovato un altro, quando l’avessero cercato. Non ho mai sentito parlare di precariato in quegli anni.
    Poi andai negli USA, per altri 3 anni. E nemmeno lì ho sentito mai parlare di precariato. La prima volta che ho capito di cosa si trattasse è quando sono rientrato in Italia, ed è stato molto pesante. Non avrei alcuna nostalgia del posto fisso, se il nostro paese assomigliasse anche solo pallidamente a quelli in cui son vissuto in passato.
    Ciao,
    Massimo

  3. Brava Silvia, ben scritto!
    Davvero la mancanza di tatto e di conoscenza della realtà stupisce in chi ha avuto tutto: famiglie “bene”, studi “giusti”, conoscenze, contatti, a volte “spinte” … e ci fermiamo a quello che si può raccontare!
    Seppur milioni di volte meglio dei trucidi berluscones, forse anche questi sono CASTA!?

  4. Cara Silvia,
    condivido molto dei tuoi punti di vista e non discuto circa la tua preparazione, professionalità e serietà, ma parlare di rifiutare lavori e godersi la flessibilità è possibile soprattutto a chi, come te, ha alle spalle una famiglia che lo può aiutare.

    1. la mia famiglia non mi aiuta (nel senso che non mi passa soldi) più o meno da quando mi sono laureata. i lavori che rifiuto sono quelli non pagati, per cui quelli con cui non si campa (del resto, se la mia famiglia non mi passa soldi e devo cavarmela da me e buttare il tempo a lavorare gratis non posso permettermelo).
      però in un certo senso ti do ragione.
      anche se non mi passano soldi, mi passano la sicurezza di esserci, di sostenermi e di volermi bene. se dovessi rompermi una gamba scommetto che si farebbero in quattro per aiutarmi, e questo è davvero molto per cui molta è la mia gratitudine. se fossi orfana me la passerei peggio, decisamente.
      a questo proposito, però, proprio perché in un certo senso ti do ragione (anche se devo correggerti sulla famiglia che aiuta. la mia non aiuta per scelta di tutti. anche e soprattutto mia), ti rimando al post sui fighetti e il lavoro intellettuale, che su questo blog ha suscitato tanto scalpore un mesetto fa.
      ciao,
      silvia

    2. e comunque stavo dicendo che quelle dichiarazioni sono inaccettabili proprio perché questo è un paese che spesso non premia la competenza e il coraggio, ma premia il familismo e la furbizia.

  5. Ciao Silvia, ho letto con interesse il tuo post e, nonostante su molte cose non si possa che essere d’accordo con te, mi lascia un po’ perplesso la visione del mondo che fa da sfondo a questa tua riflessione.
    Hai un’idea della vita umana fortemente basata sulla competizione, roba che ti aspetti da un senatore texano con pistola e speroni, più che da una giovane professionista italiana, immagino io di buona cultura. Ma sei assolutamente certa, presupposto implicito delle tue affermazioni, che la vita ci restituisca esattamente quel che ci meritiamo? Intendo dire, davvero chiunque superi il traguardo dei 28 anni senza una laurea e con i genitori che gli danno una mano è uno sfigato (non sia mai dirlo ad alta voce però)? Uno che essendo figlio di papà e mamma ha preferito non fare nulla della sua vita agiata e priva di preoccupazioni, invece di impegnarsi duramente negli studi, come avete fatto tu e le tue amiche?
    Ma soprattutto, anche se il 28enne in questione fosse davvero un inguaribile e fortunato perdigiorno, perché senti il bisogno di creare una graduatoria di merito e porti sopra di lui?
    A me sinceramente di tutto il dibattito sulla questione la cosa che mi ha infastidito di più è proprio questo bisogno, che pare condiviso da tutti, di giudicare il prossimo in base a presunti meriti e traguardi raggiunti.
    Tutti a portare esempi di studenti lavoratori, laureati disoccupati, poveracci senza santi in paradiso che si fanno il culo e, come contadini neorealisti sovietici, sbugiardano il viceministro, col sole che li bacia mentre spingono l’aratro.
    Ma dico io, nessuno ha pensato di dire semplicemente: come si permette questo cretino di insultare centinaia di migliaia di giovani italiani senza averli neanche mai incontrati per strada?
    Per quel che mi riguarda non sento il bisogno di giudicare il resto del mondo, soprattutto non in base ai presunti traguardi raggiunti nella propria vita. Un gentilissimo, educato perdigiorno di buon cuore non ha nulla di peggio, almeno dal mio punto di vista, rispetto ad un duro lavoratore maleducato ed ignorante.
    Di colpo in Italia siamo diventati tutti calvinisti? Il perdigiorno è nemico della classe operaia? I presunti professionisti del lavoro intellettuale allora? Loro no? Giuro che la questione per me rimane oscura.
    Ho sempre pensato che l’importante in questa nostra vita fosse trovare la felicità, nei modi diversi in cui ognuno di noi ci riesce. Chi si laurea e lavora lo fa per essere meglio, o almeno non essere peggio, degli altri? Avevo l’idea che lo facesse per interesse, per trovare un lavoro, per avere da mangiare.
    Magari tra 20 anni il perdigiorno non avrà il pane, perché i soldi di papà magari saranno finiti. Quando il perdigiorno si dovrà trovare un lavoro faticoso e umile cosa faremo? Rideremo di lui? Penseremo: te lo sei meritato, brutto fancazzista?

    Ho come l’impressione che sia la frustrazione a guidare certi giudizi, e scusami se te lo dico così.
    Non so quanto sarebbero felici i tuoi amici di sapere che gli volevi bene LO STESSO, nonostante fossero dei fuoricorso.
    Che poi scusa, e chiudo, ma pensare che lavori talmente tanto che non hai tempo di FARE LA SPESA e ORGANIZZARE UNA FESTA DI CARNEVALE dà un’idea tragicomica della tua vita.

    1. no, macché frustrazione. sono arcicontenta della mia vita, molto soddisfatta, anche se in certi periodi avrei bisogno di fermarmi un po’. ma l’ho scelto io questo ritmo, e non mi lamento proprio.
      però forse mi sono spiegata male. a me non interessa come uno investa il suo tempo, purché sia contento e non disturbi gli altri. però in quelle frasi avevo ravvisato un problema: questo non è un paese che premia chi si comporta come i nostri ministri sembravano indicare. se ti sei laureato presto e bene, non lo hai fatto perché volevi sentirti dire “bravo”. però visto che oggi sei precario e malpagato è più che legittimo che ti girino le balle se si indicano gli altri come esempi negativi. tanto, essersi laureati presto o tardi non fa una grande differenza, qui e oggi.
      però una cosa sarebbe importante ribadirla: il fuoricorso perdigiorno (non quello che deve anche lavorare o si fa un culo così, figurati) non lo fa solo a spese del suo babbo, ma anche a spese tue, visto che la sua università è pagata soprattutto dalle nostre tasse. allora, insomma, va bene che ci sia chi senza pretese di voler strafare dorme al giorno quattordici ore, ma non mi sembra di dire una cosa da pistolero texano se voglio ricordare che da adulti avremmo delle responsabilità verso la collettività tra cui anche quella di non sprecarne le risorse.
      per me poi, se vai a leggere il post più (immeritatamente) cliccato di questo blog, i lavoratori intellettuali che si lamentano di lavorare per due lire pongono lo stesso problema. un problema di responsabilità e visione della collettività.
      ma insomma non era qui il punto. qui mi bastava dire che, cacchio, mi vengono a dire che i perdigiorno sono sfigati quando ci si sente sfigati anche ad aver fatto le cose come dicevano mamma e babbo con il bacio accademico alla fine. aspetta, copincollo da qua sotto: stavo dicendo che quelle dichiarazioni sono inaccettabili proprio perché questo è un paese che spesso non premia la competenza e il coraggio.

  6. Il fuoricorso perdigiorno lo fa a spese mie? Forse si, ma non vedo come si possa fargliene una colpa, neanche nella maniera soft di chi dice: sei un adulto hai delle responsabilità verso la comunità.

    I fuori corso sono studenti come gli altri, che seguono le regole decise dal ministero esattamente come gli altri, solo con profitto minore.
    Sono le regole della nostra università ad essere sbagliate, congegnate in maniera da creare loro stesse la figura del fuoricorso.
    Per fare due esempi (credo valgano per tutte le università d’Italia, ad ogni modo le università di Roma funzionano sicuramente così):
    È impossibile congelare gli studi. Uno studente che sa di non poter frequentare un anno di università è messo di fronte all’alternativa tra iscriversi ugualmente, andando così fuoricorso, oppure rinunciare a tutti gli esami sostenuti negli anni precedenti.
    È virtualmente impossibile iscriversi con la formula studente lavoratore. Per farlo serve un contratto di tot ore mensili (non ricordo quante, comunque si tratta di un contratto vero e proprio). È abbastanza chiaro che nell’Italia di oggi tutti gli studenti che, incerti sulle proprie scelte di vita, tirano a campare con dei lavoretti non hanno modo di farsi fare un contratto di lavoro. Quindi uno studente che si mantiene senza la fortuna di avere un contratto di lavoro diviene automaticamente un fuoricorso.

    Sono due esempi ma se ne potrebbero fare molti altri. La verità è che il sistema universitario Italiano soffre di schizofrenia, bloccato a metà tra la prassi del vecchio sistema e le regole introdotte da una riforma cieca, guidata unicamente dall’idea (stupida) di fare come gli altri. Una riforma che tra l’altro ha disatteso tutte le promesse fatte, laureando una generazione di laureati brevi destinati unicamente alla disoccupazione e al precariato schiavista all’italiana.
    Suonerò retorico, ma a me pare abbastanza evidente che le cose stiano così.
    E per prevenire le critiche, si non si può pretendere che sia l’università a farsi in contro agli studenti permettendogli di non combinare nulla in santa pace, però direi che sarebbe interesse dell’università stessa trovare delle formule che le permettano di risparmiare i 60000 euro l’anno a studente (o cifre simili che girano su internet) che paga per persone che non usufruiscono dei suoi servizi.

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