Il mio cliente è un ectoplasma. Storia di Paola che lavorò, inseguì, vinse e poi pagò.

Copincollo una nota della mia amica e collega Paola Roli, che fa più o meno lo stesso mestiere mio.

Ho ricevuto un avviso di pagamento.
Mi sono messa a piangere e non ho ancora smesso.
Cinque anni fa feci un lavoro per il quale mai mi pagarono i 1.500 euro dovuti. Andai da un avvocato, facemmo causa, il giudice di pace mi diede ragione. Ci furono un pignoramento e due aste, ma nulla venne venduto. Mi dissero: è andata così, mica si vince sempre nella vita. Sulla carta, tuttavia, c’era scritto che avevo vinto io.
Un giorno, a quattro anni dal misfatto, mi arriva un avviso di pagamento dell’Ufficio Vendite Giudiziarie che dice che per il loro disturbo (pignora, fai l’asta, rifalla, insomma: un sacco di movimento) devo loro 380 euro. Stamane mi scrive anche l’Agenzia delle Entrate: per “la registrazione della sentenza” a me favorevole (evidentemente un altro bell’incomodo: sai portare in giro tutte quelle carte?), a loro devo invece versarne altri 340.
Ricapitolando: non solo non ho mai avuto i miei 1.500 euro, ma ho dovuto pagarne ulteriori 720.
720 euro è esattamente quanto guadagno ora in un mese.
E allora vorrei sapere con che cuore io per un mese mi alzerò tutte le mattine e lavorerò fino a sera per NIENTE, perché il frutto di tutta la mia fatica andrà versato allo Stato, in risarcimento del disturbo che si è dato per tutelarmi da un’ingiustizia che ho subìto e che lui stesso, attraverso le sue istituzioni, ha riconosciuto come tale.
Pago perché quando ero ferocemente disoccupata ho voluto testardamente lavorare.
Pago perché sono stata obbligata a farlo senza contratto e dunque senza l’ombra di una garanzia – e infatti me l’hanno messa al culo.
Pago perché mi sono ribellata all’ingiustizia, oltre all’umiliazione, di non venir retribuita per un lavoro svolto oltretutto con zelo; in compenso, sulle fatture mai saldate io le tasse le ho pagate, perché il contratto non c’era, ma la partita iva (la mia) sì.
Pago, in definitiva, perché ho avuto la bella idea di chiedere aiuto allo Stato, di appellarmi alla Legge, e non ai picchiatori, e non al Gabibbo (come proponevano altri colleghi truffati come me e in tutto eravamo quasi una cinquantina). L’avvilimento, enorme, che ho addosso in questo momento mi spinge a pensare che mai una scelta fu più sbagliata. 

A me successe una cosa simile, per 3000 euro. Ma il mio avvocato si mise d’accordo con il loro avvocato e la cosa si chiuse con un pagamento di 1500 euro, un anno dopo (lorde e blablabla. Praticamente ho preso duecento euro per ogni mese di lavoro, ma almeno non ho pagato).
Anche i miei clienti erano scomparsi. Gli unici segni di vita che mi erano arrivati erano state due lettere in cui mi si accusava di essere stata molto imprecisa nell’uso del lessico medico, molto imprecisa. Che insomma, ora. Ecco. Non era vero, fidatevi. Però per questo, dicevano, non mi avrebbero pagato (a lavoro già concluso). Niente di niente.
Intanto, ad altri miei due colleghi che erano più indietro di me nel lavoro, gli stessi proponevano di chiudere la faccenda con il pagamento di una frazione molto piccola del dovuto, con un’altra scusa.
Non so che magheggi abbia fatto il mio avvocato: queste cose mi sono del tutto misteriose. Ma dopo aver letto la storia di Paola, dopo averci parlato per telefono, dopo aver cercato di capire la differenza tra la sua storia e la mia, ho il sospetto che dietro ci sia solo la sfortuna (di chi vive adesso in questo tempo sbagliato) e non l’ingenuità. E che non ci sia quasi nessun modo per difendersi. Smentitemi, vi prego.

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11 pensieri su “Il mio cliente è un ectoplasma. Storia di Paola che lavorò, inseguì, vinse e poi pagò.

  1. Allucinante!! La tua rabbia giustissima si sente anche a km di distanza e non mi capacito come sia possibile tutto questo, in uno Stato dai bei propositi ma la cui realtà è tutt’altro che un sogno. Non mi intendo di diritto e di processi. Posso darti solo solidarietà.

  2. Se volete consolarvi, mie povere partite iva bastonate…sappiate che ai dipendenti con contratto regolare le cose non vanno meglio.
    Sono stata licenziata tre anni fa dall’ufficio stampa dove lavoravo. Il mio capo non mi ha pagato ne l’ultima busta paga, ne la liquidazione…un anno dopo il mio licenziamento ha fatto fuori anche tutti i miei colleghi (quattro persone). Mi sono rivolta al sindacato che mi ha fatto aprire due vertenze: una per fare ricorso contro il licenziamento, l’altra per contestare la natura del mio contratto: era un contratto di apprendistato ma nella lettera di licenziamento il mio capo diceva chiaramente che avevo responsabilità e compiti superiori a quelli di un apprendista. Ho vinto la vertenza sul licenziamento circa un anno fa, la legge e un giudice mi hanno riconosciuto un congruo indennizzo ma il mio capo ha dichiarato di non poter pagare e così andiamo avanti da un anno tra corsi e ricorsi…ultima beffa: la richiesta dell’avvocato del mio capo di impugnare la sentenza perchè il giudice aveva sbagliato a scrivere il mio nome: invece di Chiara aveva scritto Clara, una stupidaggine che c’è costata sei mesi di rinvii….con molta probabilità non vedrò mai un euro, non solo di risarcimento ma anche di “lavoro sudato” tfr e quant’altro…di tutta questa storia la cosa che mi ha lasciato l’amaro in bocca è di essere stata fregata da una persona disonesta e incompetente (il mio vecchio capo, appunto) che però non pagherà in nessun modo per i suoi errori. Ho pensato spesso che almeno dovrebbe pagare in credibilità: che queste storie andrebbero pubblicate e diffuse in modo da far perdere a questa gente almeno la faccia, almeno la credibilità professionale. Un libro bianco di imprese insolventi, di imprenditori disonesti,nomi e cognomi affinché almeno i ragazzi che vanno a fare un colloquio per un azienda simile, i clienti che si rivolgono a loro sappiano con chi hanno a che fare….ma con il nostro strano e surreale sistema giudiziario ho paura che tutto quello che riuscirei ad ottenere con un operazione simile sarebbe solo una bella querela!

  3. Ciao Silvia, come tu ben sai nel mio caso, relazionato al tuo, andò in modo molto diverso. Il mio avvocato decise di optare per un metodo che aveva già funzionato in passato per me, altra storia simile: compenso pattuito, contratto firmato, pagamento mai avvenuto. In pratica, con ottenne una ingiunzione giudiziale: senza andare in processo ha provato a dimostrare a un giudice, carte in mano, che avevo fatto tutto quello che era stato concordato e che non ero stato pagato. Di fatto, l’onere della prova va agli altri: se loro non hanno nulla in mano, o non hanno i soldi per pagare un buon avvocato, il giudice, solo con le carte in mano, può decidere che io ho ragione e punto. Gli altri possono appellare, ma devono portare prove. In entrambi i casi, sono stato “fortunato” e gli altri non hanno fatto niente. Risultato (in entrambi i casi): pignoramento dei loro beni e rimborso. Anche io ho dovuto pagare le spese che ha pagato Paola, con la differenza che il giudice, assieme al compenso del mio avvocato, le ha imputate alla controparte. Risultato netto: vittoria (se vogliamo, ho perso qualcosina rispetto allo strettamente dovuto, ma molto poco). Certo, in entrambi i casi ho impiegato più di due anni e ci sono riuscito grazie alla pervicacia dell’avvocato… Alla fine, ti rimane comunque l’amaro in bocca. Tutta la mia solidarietà a Paola.

  4. Marco, Silvia: la blacklist non si può fare, perché per “il nostro strano e surreale sistema giudiziario”, come dice Chiara, è *sempre* diffamazione, *anche quando si sta dicendo il vero*. Lo dico perché nel mio campo (traduco per l’editoria) se n’è già discusso due-tre anni fa ed è venuto fuori che non si può fare nemmeno in gruppi che richiedono l’iscrizione e quindi non sono visibili a tutti, tipo quelli Yahoo o Google, figurarsi in qualcosa di pubblico come un sito. Una delle tante beffe post-danno che toccano a noi nella fascia sfigata della libera professione, lo so.

    1. urca, grazie. allora cancello subito la mia delazione (comunque ci sono tutte le mail, le lettere degli avvocati… vabbè, ho capito. cancello).

      1. Perché diffamazione? E se fosse una semplice opinione? Una lista dei “buoni” e dei “cattivi” secondo il mio giudizio. Io non lavorerei mai per tizio, perché ho avuto l’esperienza di lavorarci e non sono stato pagato. Oppure: io non compro più calze Omsa o Golden Lady, perché hanno licenziato le lavoratrici italiane (più essendo un’azienda in attivo) per trasferire il lavoro all’estero, pagare meno tasse e pagare meno stipendi.
        Questa non è diffamazione.
        O sbaglio?

  5. Non vedo una via d’uscita “pubblica”. La fiducia nelle istituzioni è crollata proprio per questi motivi. Oltre al Gabibbo e ai picchiatori io, però, proverei una terza via: scrivere una lettera al Ministero della Giustizia e a quello del Tesoro chiedendo l’esenzione dalle spese, giustificando la richiesta. Se non funziona proverei a istituire un Fondo di solidarietà per chi si ritrova in questa situazione, appellandomi al senso civico che è forte e vitale in questo Paese abbandonato dal buon senso. Per quest’ultima soluzione posso provare a dare una mano, anche attivando associazioni.

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