Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali

Oh, accipicchiolina. Qualcuno se n’è accorto. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent’anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n’è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby: una roba oziosa per gente pingue e rilassata, in una società che non dà più valore alla cultura, all’informazione e a tutte queste cose qui. Una società dove non sono affatto felice di vivere e che non sarei felice di sapere in costruzione nemmeno se di mestiere facessi il falegname e campassi di scaffali e cassetti. Oh.

Mi spiego. Dice che lo stage non pagato in posti tipo musei, istituti culturali (ma anche nei luoghi dell’informazione, ce li metto io) seleziona gli stagisti sulla base di un parametro del tutto svincolato dalla competenza e dalle capacità: il portafogli di babbo e mamma. Se ti puoi permettere uno stage non pagato, evidentemente, c’è qualcuno che paga per te. E siccome non è l’azienda, giocoforza sono i tuoi genitori. Lo dicono in Inghilterra, e in Inghilterra pare che se ne stia parlando parecchio. Eh, son lavoroni (come dicono gli idraulici pisani).
Qua, invece, lasciamo perdere gli stage dei neolaureati, che sono del tutto irrilevanti rispetto all’entità del problema. Conosco una persona, mia coetanea, che lavora da mesi in una grande azienda culturale senza contratto. Aspetta. E non sa nemmeno che forma avrà, se ce l’avrà, il suo futuro contratto. Intanto lavora, perché il mercato là fuori non è migliore (anche se migliore di zero sarebbe facile) e perché se se ne va non è detto che la richiamino, e chissà quanta gente è pronta a prendere il suo posto. Ha ragione. Intanto ti ripete che si è fatta, e continua a farsi, un culo così per il lavoro che sa e che ama fare. Ma anche che non ha alternative.

Ne dubito. In fondo, siamo due fighette, io e lei e tutti gli amici nostri.
Ci siamo fatti un culo così: è vero. Tra l’orgoglio nostro e la santa severità dei nostri genitori, la maggior parte della gente che conosco e che fa il mio lavoro è gente in gamba. Ma guardiamoci: siamo tutti figli di papà. Tutti con qualche rete di sostegno che, ancora per i prossimi, toh, vent’anni, è pronta a sostenerci, incoraggiarci e a lasciarci inseguire il lavoro dei nostri sogni. Qualcuno ha ricevuto in regalo una casa, qualcuno affitta quella di nonna, qualcuno prende un contributo mensile dai genitori, o  una tantum, e c’è chi si fa regalare il computer, la macchina, le vacanze: c’è chi magari al momento non prende un soldino da mamma, ma da qualche parte del suo cervello ha la confortante certezza che non finirà mai sotto a un ponte. Però, un attimo, che fine hanno fatto i nostri compagni di classe? La figlia dell’infermiere, il figlio dell’operaio della Piaggio, o quello all’ultimo banco con quattro fratelli?

Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

Ma la responsabilità di noi fighetti primi della classe per meriti genitoriali non finisce qua. Perché se il lavoro intellettuale si deteriora e comincia a vivere su un gioco al ribasso, chi ci dice che continuerà a produrre cosine di pregio e spessore? Eh: non è che pagare tanto ti garantisca un buon prodotto, ma di sicuro pagare poco ti mette ad alto rischio schifezza. E quella schifezza la beviamo noi e se la bevono anche quei due che erano seduti ai banchi in fondo, e che di certo non si meritavano dei compagni di classe egoisti e irragionevoli come noi.
Allora l’alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l’offerta, provando a pensare per un attimo come si sarebbero comportati i sanguigni genitori dei nostri compagni di classe se per fare le notti in ospedale o per stare in catena di montaggio avessero offerto loro zero lire. Perché, insomma, ci pregiamo di fare un lavoro intellettuale ma poi non sappiamo nemmeno ricordarci che il nostro è e deve essere un lavoro, un lavoro come tutti gli altri che costruiscono il mondo. E il lavoro si paga, sennò è un hobby.

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101 pensieri su “Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali

  1. Io trovo il tuo post veramente e dannatamente superificiale, come soltanto una borghese fighetta può essere. Premetto, non voglio attaccarti personalmente, né sfogarmi, né offenderti, e se potrà sembrare nel mio messaggio che faccio il contrario, diamo la colpa al mezzo freddo, e diamo per scontato che di persona, guardandoci negli occhi, ci capiremmo meglio.
    Io penso che l’elite culturale italiana sia la morte della cultura italiana. Tutte le elite, a dire il vero. Tu non vai neanche minimamente a fondo della questione, la tocchi con quella superficialità che mi ricorda tanto uno scrittore-insegnante-editor-formatore di Minimum Fax al Valle Occupato quando parlava di fare autocritica. Ecco, si annuncia il proposito di fare autocritica e il tutto si ferma là, all’enunciazione, alla dichiarazione di intenti. Andare a fondo è fuori questione. Significherebbe mettere in discussione i privilegi. Che bada bene NON SONO ECONOMICI. Sono il privilegio della scelta, la sicurezza del canale giusto al momento giusto, la certezza di appartenere a una cerchia ristretta che fa il bello e il cattivo tempo…. I tuoi compagni di classe, possoo avere diemila risorse economiche in più di te, ma non hanno il potere. Non sono niente. Non sono voci che appaiono su un quotidiano, non sono opinioni che smuovono consumatori, non sono parte del pensiero dominante che appiattisce questo paese e il mondo intero forse.
    Il privilegio è a monte, e non a valle come dici tu. Tu, nella tua onnipotenza introiettata di fighettina, non ti rendi conto di non contare niente. Tu sei schiava del tuo ruolo di carnefice, non sai neanche in che misura lo sei e non hai gli strumenti per sottrarti. Perché il tuo essere nata dove sei nata fa di te una piccola rotella dentata di un ingranaggio di cui non vedi neanche i contorni.
    Il figlio dell’idraulico o dell’elettricista si è fatto il culo. Lui sì, tu non hai sudato un solo giorno della tua vita. Che culo è quello di chi sa che comunque, in un modo o nell’altro quella sua gavetta è soltanto lo specchietto per le allodole per pacificare un po’ le coscienze e sa che dopo avrà quello che sogna di DEFAULT? C’è meritocrazia? No. Quello che i fighetti ottengono nel mondo intellettuale e culturale è genetico e mai per merito. E quindi, quale culo mai ti sei potuta fare tu? Non sai neanche di cosa parli. Tu il culo te lo sei anestetizzato a forza di stare seduta a goderti il tuo rituale di passaggio. Devi passare qualche tempo a fingere di fare la gavetta, perché la società dice così… anche se sei figlia di papà e figlia di stocass un periodo di (finta) gavetta ti tocca… magari solo per salvare la faccia, tu e i tuoi, tu e il tuo salotto, tu e tutti quelli come te che hanno tutto quello che vogliono per karma, per culo, per appartenenza, per nascita.
    Ma il problema dello stage e dei lavori non pagati è ben più ampio e tu e quelli come te non c’entrano nulla. Non siete davvero importanti, vi fanno così dalla nascita, ma nel concreto, non contate niente. Avete sempre meno aderenza col mondo reale, non avete manco idea di che forma abbia e in che senso ruota.
    Fare lo stagista gratis ha senso. Ha senso se è inserito in una carriera possibile. Ma ecco, qui, voi e i vostri padri siete responsabili: la carriera è tutta per voi. Avete già saturato alla nascita i posti ambiti. E fare lo stagista non serve a un cacchio. Anche fossero pagati, sarebbe un posto inutile, fine a se stesso, un parcheggio.
    Ma io credo che sia giusto non pagare chi entra nel mondo del lavoro. Lo dico provocatoriamente, contro tutta la retorica sindacalistese sinistrucola che ha distrutto il concetto di sinistra facendola diventare l’obbrobrio che è: una massa di privilegiati figli di papà che parlano di giustizia e di rivoluzioni sempre con il culo degli altri. I soldi non ci sono, ma mai che una personalità sinistrese di turno, che capeggia rivolte, accetti di ridursi i compensi per far guadagnare di più i suoi collaboratori o per eliminare la figura dello stagista da una università, dal set di un film o da chissà cos’altro.
    Il lavoro è diventato una categoria astratta e impraticabile che serve solo a generare consenso. Per me è l’incontro di aspirazioni, motivazione, formazione, capacità, crescita e sviluppo, oltre (per chi ha la fortuna di poterlo fare) di realizzazione del proprio pecorso personale. Ma qui siamo in un ambito troppo ristretto. Non sono d’accordo che il lavoro vada pagato tutto. Il lavoro d’ingresso può non essere pagato in senso stresso, se è vera formazione, inserita in un percorso lineare o in salita. Perché chi inizia a fare un lavoro, non lo sa fare e spesso fa danni e costa alle aziende in formazione. Questo è un do ut des. Ora, che le leggi abbiano permesso di usare le figura delgi stagisti a prescindere dalla capacità dell’azienda specifica di inglobare poi in sé quesgli stagisti alla fine del loro percorso di formazione… si deve soprattutto ai moderni socialisti, alle sinistre illuminate europee che hanno calato le braghe dalla loro postazione sempre parata. Di chi casca sempre in piedi.
    Qui in Italia ci sono personaggi nauseabondi come dacia maraini che segnalano libri alle case editrici e decidono chi pubblica e chi no e poi mi vengono a fare sproloqui sull’etica. Vomito. è la morte di questo paese ormai al capolinea.
    Se i fighetti figli di papà come te possono fare qualcosa è mettersi in gioco. Annullarsi. Venire qui sulla terra e accettare di non avere il bel posticino fico grazie alle amicizie e ai salottini della gente fighetta e ricca e misurarsi sulle capacità reali, con la gente vera, quella che per avere quello che ha si deve fare il culo prima, durante e dopo, perché nessuno gli garantisce nulla e forse mantenere il proprio lavoro dei sogni duramente conquista è ancora più difficile che averlo conquistato.

    Insomma, voi fighettini, smettetela di piangervi fintamente addosso, consumando caviale e champagne… fate qualcosa di vero. Denunciate la rete di connivenze e di inciuci che permette a gente come voi di scavalcare tutti gli altri. Aiutateci a demolirla. Abdicate. Rifiutate i contratti fighettini in favore degli sfigati senza padrini che fanno la fame, magari avendo molte più capacità di voi fighettini figli di papà… FATE e mettetela di praticare l’onnipotenza.

    Allora, forse, smetterete di essere i nemici miei, dei lavoratori veri e anche della sinistra a cui dite di appartenere.

    Luca Dresda

  2. Siamo una società’ del consumo, 30 anni fa c’erano le industrie, le fabbriche, i campi. Fabbriche piene di operai, quelli che hanno fatto i ragazzi dell’ultimo banco, intendo. Oggi i campi li si converte al fotovoltaico per dare energia ai condizionatori costruiti a taiwan. La FIAT chiude gli stabilimenti, l’acciaio e’ fuori dall’Italia da decenni. Ci ostiniamo a consumare senza capire che da qualche parte i soldi che ci aspettiamo per il nostro lavoro intellettuale qualcuno li deve pur produrre. Abbiamo vissuto 20 anni di distruzione e impoverimento del sistema produttivo, della ricerca e li abbiamo scambiati con le batterie di megasuperiper-centricommerciali. Ora mancheranno i soldi per gli acquisti che tengono in vita le commesse che tengono in vita i settimanali che tengono in vita … Manca la consapevolezza che si e’ parte di un sistema che ha bisogno di essere cambiato perché noi si sopravviva. O ci si aggrega in una idea di futuro o sono lotte di cortile che non cambiano lo stato delle cose. Abbiamo bisogno di politica e la colpa di tutto questo non e’ (solo) dei fighetti, Silvia. Alziamo il tiro. La nostra idea di società, di economia manca.

  3. Articolo molto interessante.

    Secondo me a questo stesso contesto appartiene la pirateria informatica (di film, libri…): ormai la cultura è un bene gratuito e disponibile a tutti e non è più obbligatorio pagare per goderne… e quindi, con un salto logico che può essere discutibile, anche produrre cultura diventa un’attività che non può essere retribuita… di fatto un hobby.

    D’altra parte, perché pagare una persona per scrivere (mettiamo) recensioni quando trovo un appassionato che me le scrive gratis?

    Per quanto riguarda gli stage gratuiti… sono d’accordo che dovrebbero essere aboliti.

  4. Parole sante!! sai quante volte ho litigato con miei amici che accettano da mesi o anni di lavorare gratis solo per poter fare il lavoro per cui hanno studiato?? e per poterselo permettere sono tornati a casa da mamma e papà a 30 anni…utile!

  5. Silvia, ti suggerisco un altro “colpevole storico” di questo trend al ribasso: l’Universita’, ovvero il tempio del “comincia a farmi questi cinquecento esami, per favore, poi un modo di pagarti lo troviamo.” Stai qualche anno li’ e ne esci con l’idea che lavorare su certi temi e con certi maestri e’ un raro onore. Mica vorrai anche essere pagato?? E da li’ questa mentalita’ si infiltra in tutto il milieu cultural-giornalistico italiano e nelle menti di tanti, troppi giovani brillanti.

    Personalmente in universita’ mi sarebbe anche piaciuto rimanerci, soprattutto – incredibili dictu – per l’aspetto didattico. Ma mi fu chiaro abbastanza presto che non avrei potuto permettermelo e non avevo davvero voglia di farmi pagare la pensione integrativa dai miei genitori (..che per altro non e’ che abbiano tutta questa disponibilita’ economica).

    In bocca al lupo e complimenti per il blog!!

  6. La prospettiva cristiano-borghese che fa perno sulla colpa devo dire che mi sta un po’ stretta. Se devo investire le mie energie, preferisco non farlo per espiare peccati. Anche se trovo interessante e a tratti corretta la presa di coscienza.
    Viceversa mi sembra un po’ generica e grezza la definizione di “fighetta/o” (ho compreso: questo è un blog). Che cosa intendete esattamente? Quanto benestanti e inseriti devono essere i propri genitori per rientrare in questa categoria? I figli di idraulici ed elettricisti non lo sono e quelli degli avvocati sì (a prescindere dai reali guadagni paterni o materni)? E come definire quei soggetti a cui i genitori – operai, impiegati e commessi – hanno concesso il lusso di provare a entrare nel mondo del lavoro intellettuale? Forse borderline?
    Beh, faccio discorsi di lana caprina….meglio muoversi, in tutti i sensi, anche fuori dai confini patrii!

  7. WOW… Luca.. ci sei andato leggero… detto questo, per quanto aggressiva, l’analisi è lucida e reale..
    Intervengo però per inserire nella discussione un altro elemento che mi sembra il grande assente.. e lo è quasi sempre..
    qui si parla come se si fosse negli anni 50.. il padrone delle ferriere fa soldi a palate ed i poveri operai-intellettuali non sono pagati.. ora nel 2 o 3% dei case sarà anche vero.. ma la realtà è che le aziende che si occupano di comunicazione che sono in grado di far quadrare i conti – o meglio ch eli potrebbero far quadrare se pagassero i collaboratori – sono 1 su 20 tra quelle che pretendono di stare sul mercato.
    Quanti dei vostri padri compravano un giornale.. quanti di voi lo comprano oggi (adesso tutti: io li compro tutti, io leggo io sono un intellettuale.. ) ragazzi siamo seri.. nessuno SPENDE più soldi per la cultura.. (e non solo i giornali chiaro.. ) e quind ila cultura, come mercato, è morto. Ed allora se un mercato genera un turn over in grado di far campare 100 persone.. ma io ne ho 30.000 che davvero non reisteono all’idea di fare qualcosa che non sia il giornalista (lo scrittore, il pubblicista, il critico, il regsita, il dialoghista, ecc ecc) ne ho inevitabilmente 29.900 che non POSSONO guadagnare. Se non si capisce questo ci si racconta bugie.
    Io ho un amico fotografo che urla allo scandalo ogni volta che si offre e che lo rifiutano perché non possono pagare. Ma per quanto belle le sue foto ci sono altri 50,000 aspiranti fotografi professionisti ed in tutto ci sono 1000 foto da scattare a pagamento. La realtà è che come dice Luca a tutti piace fare un mestiere socialmente vincente e dove, al contrario di quello che pensano molti appartenenti alla categorie degli “aspiranti qualcosa” il culo non si sa nemmeno cosa sia…. svegliarsi per 4 giorni di fila alle 8 (quando alla piaggio il turno è già a metà) e concentrarsi su qualcosa per 8 ore di file sembra uno sforzo degno di Santa Maria Goretti.. sapete cosa.. forse l’etica e le rivoluzioni non servono..
    la giustizia c’è già… molti sono dove meritano di essere.. mi rendo conto di dire una cosa impopolare e poco demagogica.. ma, a parte poche eccezioni.. credo davvero che chi a 35 anni dicide il suo tempo tra l’ennesimo stage, la connessione internet di Papà e l’aperitivo in piazzetta.. in fondo merita quello che ha.

  8. E’ il tempismo silvia che non mi convince – è troppo tardi. Dire no adesso a te ti costa troppo poco che facciamo conto dieci anni fa. Hai troppe chance capisci? Ora a non accettare proposte non retribuite fai il giusto, non tanto per un discorso politico quanto per la tua carriera alle spalle e la tua competenza affinata – che hai il dovere di difendere. In passato, se avessi attuato questa politica perdonami, avresti solo fatto una gran cazzata.
    Perchè la questione non può proprio essere risolta solo dai singoli e non riguarda esclusivamente il tuo contesto professionale è pervasiva è a domino e fare diversamente sarebbe stato solo un alibi un po’ triste per non andare a fondo nelle cose che si amano.
    Io sono una fichetta di quelle che, certi tuoi commentatori con il livore al posto del cranio avrebbero volentieri preso a calci in culo e sottratto ogni possibilità in nome della giustizia sociale ma con altri ben più mediocri sentimenti. Ho scelto una formazione – per la quale devo fare molto lavoro piuttosto pesante e gratuitamente perchè lavoro con bambini abusati per dire, perchè questo devono fare gli psicoterapeuti che vogliono arrivare. fare anni di lavoro gratis per poter avere un titolo. L’ho fatto – facendo anche lavori discretamente di merda come vendere enciclopedie porta a porta o lavorare in un call center – perchè avevo una graziusosa casetta su cui contare e genitori pronti. Lo rifarei cento volte Silvia. lo sai? Cento volte. perchè se non lo uso io il privilegio che ho? chi cazzo lo deve usare? quello che mi fotte il posto? se non ci sono alternative è davvero sicuro che la scelta giusta per se è rinunciare all’occasione e alla strada? sei sicura che questo ragionamento nobile lo fai per nobiltà o non sei garantita dal fatto che la tua passione sta al sicuro? Ti sembra davvero giusto proporlo come modello a delle giovani leve, che se ti dovessero stare tutte a sentire semplicemente se la prenderebbero sai dove?
    No, io penso che quando si parla di questo problema non ci si debba appellare alle scelte dei singoli, ma soprattutto alla possibilità di organizzare azioni collettive, scioperi di categoria, esposti ai ministeri di competenza. Confesso che quando però ho tentato di fare lo stesso con delle colleghe all’ospedale dove facevo il mio secondo tirocinio – il tentativo è caduto nel vuoto. E’ questa scarsa capacità di mobilitazione come categorie e gruppi professionali che è veramente desolante.

    1. la scarsa possibilità di fare gruppo è IL problema ed è anche la chiave del sistema. ci hanno reso tutti rivali, tutti sospettosi, tutti lì a usare ciascuno le sue armi segrete per fare le scarpe agli altri. anche se si lavora nella stessa redazione.
      sul resto: io parlavo proprio di trentacinquenni, non di venticinquenni. a venticinque anni ho fatto anch’io uno stage (due mesi) non retribuito. e poi ho lavorato per due lire, vissuto in un seminterrato, fatto i ghostwriting più assurdi del pianeta, campato di borse di studio. sono stata ore seduta sul pavimento di un museo a mettere crocette su una scheda ogni volta che vedevo un bambino tirare una martellata a un coso, e non ho mai nemmeno capito bene perché. ma avevo venticinque anni, un sacco di cose da imparare (venivo dalla medicina…) e volevo darmi da fare. adesso mi do da fare e ho un sacco di cose da imparare lo stesso. però quelle che so fare non le regalo più. e mica solo per me, sai. per questo vorrei tanto che anche gli altri miei coetanei non regalassero le proprie competenze: perché farebbero del bene anche a me, che sguazzo in quello stesso mercato.

  9. Massimo, non ti far sviare dal tono (che su uno scritto non c’è), qui il problema sono i privilegiati che del privilegio fanno man bassa e solo dopo dicono di essere contro i privilegi; salvo, non fare nulla se non parlare e così facendo reiterare il loro privilegio, basato appunto sulla loro posizione privilegiata, dal pulpito. Io stesso, che vorrei vedere questa classe sociale sterminata (non le persone ma la classe e i pulpiti da cui blaterno finte analisi etiche e magari fanno programmi di sinistra… facendoci ingurcitare la pillola amara della sinistra che si deve indignare, ma non con loro che sono i veri privilegiati), scrivendo qui non faccio che rafforzare il loro potere. Il potere di questa fighetta, che magari non è neanche figa, ma solo etta… Come i fighetti che scrivono sull’Unità o sul Manifesto dal Valle Occupato, o i fighetti che prendono 200 mila euro a film e poi li ritrovi il lunedì a scioperare contro i tagli alla cultura di Bondi (il lunedì, perché il martedì si riparte con le tournée teatrali e non sia mai che perdano un solo centesimo dei loro cachet privilegiati)… oppure li ascolti puntare il dito contro la corruttela del cinema e il giorno dopo sono sui tappeti rossi del festival del cinema di Roma.
    Non ti fare sviare dal tono. NOn sono aggressivo. Io sono convinto di sapere chi è il colpevole, ed è sì proprio una come la owner di questo blog, ma non per il motivo che lei crede.

    La verità è che questi sinistresi elitari magnano a sbafo. E noi dobbiamo andarli a stanare e gli dobbiamo spalmare in faccia la m…erda che ci hanno fatto mangiare.

    tanto per farli assomigliare a quello che sono. delle volgari facce di m.

  10. Per quanto riguarda il lavoro pagato o no, siamo sempre nella banale demagogia. Si dice che esiste il Lavoro con la L maiuscola, ma nessuno l’ha mai conosciuto (tranne i privilegiati, appunto).
    Uno di sinistra dovrebbe oggi appoggiare chi dice che il lavoro a tempo indeterminato deve scomparire. Chi è di sinistra deve dire di voler vedere individui realizzati e non schiavi del lavoro. Si diceva lavorare meno per lavorare tutti (ovviamente, per demagogia, si aggiungeva anche a parità di salario, tanto per non essere troppo concreti), e la verità è che nolenti (e non volenti) ci siamo arrivati. Non c’è più lavoro per tutti. Non c’è più welfare per tutti. Se lo sono ciucciato i soliti. Si farebbe prima a dividee i contratti in due, strapparli e farne due contratti per due persone. Ma no… si fanno ancora lotte per il posto di lavoro fisso. Che razza di stronzi, non lo sapete che i sindacalisti lottano per IL posto di lavoro fisso, perché loro il posto di lavoro fisso ce l’hanno di default?
    prima di tutto, invece di lavorare fanno finta, sì finta, di occuparsi degli interessi di tutti i lavoratori, poi perché mentre NON lavorano, il loro posto di lavoro è garantito e percepiscono anche i contributi… E poi, si sa che tipo di negoziazioni sono state sempre fatte, da Lama con il collo in pelliccia di ermellino nel degno stile dei porci stalinisti (non è un’aggettivazione forte, è una citazione di 1984). Si sa.
    Un giorno una persona progressista e di sinistra dirà che il lavoro va conquistato e non è un diritto. Se non sai fare niente e tutto ciò che fai distruggi, meglio se non lavori. Altri discorso è che la società debba in qualche modo prendersi cura dei più deboli, sfortunati, ecc ecc ma MAI come se ne prendono cura i fighetti sinistresi, ricchi e annoiati, tronfi e nauseati, che evitano con cura di mischiarsi con il popolo.
    Chi entra nel mondo del lavoro deve fare formazione. O all’Università, che sarebbe l’ideale in un paese civile, oppure sul posto di lavoro. Vogliamo fissare dei criteri minimi applicabili? Ore di tirocinio riconosciute? ore di praticantato riconosciute? Vogliamo anche dire che se sei stagista fai un lavoro? Certo, e questo ti deve essere riconosciuto appena finito lo stage. E se una società prende stagisti per risparmiare senza inglobarne uno, dopo gli stage, deve chiudere. E perché non la fanno chiudere? Ma perché magari c’è un sindacalista di turno che ha il posto di lavoro (che non occupa mai) proprio in quell’azienda e non può permettersi di perderlo… e allora fa finta di organizzare una lotta per tutti. Invece salva solo il suo bel culetto roseo e l’azienda continua a usare gli stagisti come vuole.

    beata demagogia

  11. ho letto quasi tutti i commenti… mi sembra una guerra tra poveri

    solo Luca nel suo ultimo commento ha centrato il vero problema: perché in Italia esiste una legge che consente alle aziende di effettuare stage totalmente gratuiti? perché non cominciamo dal rendere obbligatorio sempre un rimborso spese?

    quello che voglio dire: è inutile prendersela con coloro (fighetti o meno) che accettano lavori gratis perché ancora non hanno rinunciato alle loro ambizioni per le quali hanno studiato (e magari contemporaneamente lavorato) per tanti anni, ma contro un sistema (economico, legislativo) che consente la sistematica svalutazione delle professioni intellettuali

    concludo: il “dire no” non è un problema solo per i “fighetti intellettuali” ma anche per chi non ha alternative ad un salario da fame per fare il cameriere…. il nemico sta da un’altra parte

  12. Bravo Luca..sintetizzi in pieno il mio pensiero..io stesso ho espresso idee molto simili (incomplete e non argomentate a dovere, vista la fretta) qualche intervento prima..peccato che poi non si argomenti sulle (soprattutto) tue e mie osservazioni.. ed altri utenti continuino invece ad argomentare sul superficiale ed assurdo testo originale di Silvia..dandole ragione quasi compiacendosi di ammettere le “loro” colpe…salvo poi non fare nulla in realtà per cambiare le cose..perchè parliamoci chiaro: il lavoro gratis e la finta gavetta (nel caso dei “fighetti”) paradossalmente facilita proprio loro..Uno senza soldi non può permettersi di lavorare gratis aspettando la vera carriera remunerata…

      1. Hai detto altro. Soprattutto, ti crogioli con orgoglio nella tua autocompiacenza.
        Io penso che i fighetti, se fighetti sono, farebbero meglio a tacere.
        La soluzione da loro non verrà mai.

        L

      2. mubmle mumble… mi pare che tu ce l’abbia su con la sinistra sinistrese sinistrucola e con me, quando peraltro io non ho mai nemmeno detto di essere di sinistra perché da una decina di anni a questa parte la cosa rischia di mettermi a disagio. che cosa significa essere di sinistra? per certe faccende di tipo economico, mi trovo a essere tra quelli di destra di quelli di sinistra. e visto come se la cavano quelli di destra, direi che la schematizzazione può essere serenamente abbandonata. per il resto, non mi pare di aver mai fatto riferimento all’arco parlamentare o a chi ne è rimasto fuori.
        e tranquillizzati: questa cosa della sinistra e della destra è da mo’ che non funziona più tanto bene.
        poi, non ho nemmeno mai detto di volere il posto fisso. anzi, in questo blog troverai che tante volte ho proprio dichiarato pubblicamente di essere una felice libera professionista, con alcune difficoltà, talvolta. non lo voglio proprio il posto fisso. no no.
        se non ti piace il mio post (visto che non hai letto il resto del blog, tanto da aver deciso in piena autonomia di essere di fronte a una seguace di ferrero alla ricerca della tredicesima da scaldasedie ministeriale), puoi anche smetterla qui. abbiamo capito.
        se, vedi mai, a non aver capito sei tu, provo a scriverlo di nuovo: noi trentacinquenni arrivati fin qua (e spesso in posizioni di disagio, sai) perché i nostri genitori ci hanno incoraggiato e sostenuto, che continuiamo pervicacemente a regalare il nostro lavoro convinti che sia una gavetta necessaria per fare un lavoro tipo il giornalista, il consulente editoriale, il traduttore, l’addetto stampa, l’organizzatore di eventi…, insomma noi trentacinquenni figli cresciuti di papà dovremmo cominciare a puntare i piedi e a pretendere di essere pagati. perché, al di là del danno che facciamo a noi stessi, ci rendiamo responsabili di un danno grave agli altri (ai meno protetti, quelli che ho chiamato i compagni di classe) e soprattutto alla società intera.
        ti giuro che non indossavo il cilicio mentre scrivevo e che anche adesso non ho il capo cosparso di cenere.
        o forse il problema è che non ti senti parte della categoria. e allora, grazie, puoi smetterla di insultare chi invece ci ha raggiunto qua per discuterne?

      3. Silvia, la verità è che invece ho letto il tuo curriculum e ho visto dove lavori. E quello che tu dici, e come lo dici, è perfettamente inserito in quel contesto culturale, che tu sia di sinistra o no.

        Non credo che la società sia fatta a comparti stagni, se si lavora a chiamata diretta in un’azienda statale come la RAI non è perché questa è la prassi, ma perché in questo paese è tutto marcio. Transparency International docet.

        Ti ho letto attentamente. Hai agitato la bandiera dei fighetti che sarebbero responsabili di ecc ecc Io ti rispondo che non è così, voi siete responsabili di altro. Voi e tutti quelli come voi che reiterano queste prassi marce di chiamata diretta nel mondo del lavoro, in cui si è fuori di default se non si conosce. E bada bene, che la conoscenza (per fortuna, poi) non è solo di famiglia. C’è anche la conoscenza insegnante-allieva. Sempre chiamata diretta è. Vale a dire = meritocrazia addio. In Italia vige l’arbitrarietà. Chi ha il potere può fare come gli pare, anche “assumere” a chiamata diretta coi soldi di tutti. Quello che tu dici non fa che avvalorare la mia tesi.

        Ora, insulti a parte, che sono un modo colorito e ridondante di attaccare a testa bassa la fabbrica del privilegio che esalta se stessa (e ho anche premesso che non volevo offendere nessuno direttaemnte o personalmente, anche se avrei scritto degli insulti espliciti) resta un problema: i fighetti che poi si affrancano e trovano dei posti pagati e anche bene, reiterano il sistema marcio che chiama stagisti raramente rimborsati e che li utilizza non per formare nuove leve al lavoro di cui sopra, ma per aggirare la legge e risparmiare o far risparmiare all’azienda.

        Lo sfruttamento del lavoro è capillare in questo paese e parte dalla mancanza di trasparenza. Con chi sfrutta, l’ambiente intellettuale (prevalentemente se non in alcuni suoi settori, quasi totalmente) di sinistra collude. Lo dico non da destrorso o da deluso, ma da sinistrese convinto e poco incline alla resa.

        Mi aspetto da gente come te, che vuole mostrare quanto è capace a fare autocritica, che faccia autocritica, cioè come da tradizione, che leghi la teoria alla prassi. E guarda che il problema è anche denunciare e protestare con la rai che chiama i collboratori a chiamata e non con concorso o con una selezione capillare dei curriculum che vengono inviati. E’ lo stesso ordine di problemi. Se non si affrontano entrambi non se ne risolve nessuno.

        Detto questo, per me, detto tutto.

        Cmq, piacere di averti incrociato in casa di un’amica comune. 🙂

      4. non volevo.
        la collega che menziono è stata chiamata per selezione del curriculum (succede…) da un programma rai. e adesso è lì, alla rai, in attesa del contratto da mesi.
        non è la sola. conosco altra gente che lavora in rai perché ha mandato il cv in un momento fortunato. o sfortunato. o qualsiasi. vedi tu.
        conosco anche altra gente che in rai lavora per quasi niente.
        i secondi sono quasi tutti gente benestante. i primi anche, ma perché una selezione, evidentemente, c’è già stata.
        piacere mio.

  13. Roberto, la verità è che il privilegio e il potere si conservano evitando con cura il confronto sul piano terreno. Basta ignorare e il potere non è messo in discussione, perché questa gente occupa lavori fighetti, redazioni di giornali, di case editrici, di programmi radio o tv e ha un mezzo dove comunicare al mondo il loro pensiero (unico). Non risponderanno mai a questi interventi-provocazioni, perché potrebbero in questo modo dare concretezza e realtà a qualcosa che in loro è rimosso di default.

    Io sto diventando un Montiano. Voglio un robot al governo per 20 anni. Niente elezioni. Niente parlamento. Niente fighetti di sinistra a sparlare di etica e di indignazione sfruttando la disperazione degli altri e con la pancia sempre piena.
    Sto diventando un estremista di sinistra di destra. Perché nel mio mondo del lavoro, lo spettacolo, i privilegi dei fighetti e l’egualitarismo inapplicabile del loro comunismo a parole sta mandando tutto all’aria. Tra poco saremo allo sfacelo. E loro si terranno i loro posti dai quali non soffriranno un solo giorno di disoccupazione.
    Altro che stagisti, qui il problema è molto più ampio.

    Perché, per esempio, non si applica davvero la valutazione degli studenti nei confronti dei professori universitari come uno dei fattori di determinazione della loro carriera? Perché la sinistra fa pratica di omertà e non ne parla nemmeno (solita prassi stalinista)? Perché dobbiamo essere scavalcati nel progresso e nella modernità da una Gelmini che mette in campo queste novità solo propagandisticamente (ma giustamente), senza ovviamente programmare la realizzazione pratica e quotidiana di uno strumento di libertà e trasparenza come questo? Non si fa perché il privilegio del lavoro intellettuale è un immenso, puteolente, inciucio in cui la sinistra sguazza e gestisce il suo (lurido) potere.

    NOn si fa innovazione e opera di trasparenza perchè in Italia quelli che parlano da qualsiasi pulpito hanno qualcosa da nascondere e se non ce l’hanno tutto sommato gli sta bene così, perché in questo caos arbitrario, in questa Italia lottizzata e ammuffita, chi ha un posto di potere ha la possibilità di moltiplicare il suo potere esponenzialmente, fino a non perderlo mai più e a saturare campi di azione.

    L’Italia è un’immensa palude di vicoli ciechi. Per cambiarla si dovrebbe cominciare dalla prassi quotidiana di ognuno di noi. Non perdere mai l’occasione di colpire duramente il privilegio, le meschinità retoriche e demagogiche, l’ipocrisia dei grilli parlanti, il narcisismo e l’immenso egocentrismo di questa gente. Non c’è nulla che gira attorno a loro, se non una schiera di servi. Ma questi fighetti sono orgogliosi di avere degli asini attorno, sono felici di abbassare il livello e di contribuire a rendere questo paese un posto pieno di ottusi leccaculo. Perché in questo modo reiterano il proprio potere e si ergono a padri spirituali, si sentono luminosi, ascoltati, veri, forti, realizzati. in breve, è una tecnica di mantenimento del potere di un paese pre-civile.

    La civiltà e la modernità sgretolerebbe tutti questi finti maestri di etica.

    Avete provato a mandare un email col curriculum a una redazione di giornale sinistrese o a un programma tv sinistrese? Vi hanno risposto anche se non avete un amico/parente/amante che vi ha ‘introdotto’? Eppure si vedono passare continuamente tutte queste schiere di giovani figli di…

    Facciamo un esercizio di verità, parliamo dei genitori/parenti/tessere di partito di tutti quelli che occupano posti ambiti dai più in università, tv, radio, giornali ecc ecc e vediamo.
    Forza Silvia, deliziaci con la tua storia di gavette interminabili e di fatica per arrivare dove sei arrivata. Facci sognare. Alimentaci a pane e italian dream. Mostraci quanti ti ‘sei fatta da sola’. Piega e spezza la mia prosopopea. se ci riesci Ammutoliscimi con la limpidezza della tua storia personale.

    Vogliamo fare questo bell’esercizio verità?

    Vogliamo applicare un bel processo di Verità e Riconciliazione anche qui in Italia?

    Luca Dresda

    1. c’è il mio cv qualche pagina più in là, basta cliccarci su. e poi, cavolo, ho ammesso di essere una fighetta.
      ma i miei genitori non fanno i giornalisti, non lavorano nell’informazione, sono nell’università e sono scienziati, e non abitano nemmeno a roma. a dirla tutta, non sanno nemmeno troppo bene che cosa io faccia di mestiere. non è un italian dream: è una storia un po’ fuori dall’ordinario perché prima di cominciare questo mestiere ho preso una laurea in medicina e chirurgia, cosa abbastanza inconsueta nel nostro ambiente. il cv mandato in giro non ha mai funzionato nemmeno per me. semplicemente, con quella laurea e quella specializzazione, ho avuto il modo di essere da subito più identificabile e ricercata di un collega con una laurea in scienze dell’informazione. tutto qua.
      però adesso mi sembra il caso di guardarci tutti negli occhi e di riconoscere che a trentacinque anni non può esistere un lavoro non pagato. non lo dico da un pulpito, lo dico da un blog, e infatti c’è una settantina di commenti di gente che non conosco e che qui ha scritto la sua. perché evidentemente di gente che a trentacinque anni offre il suo tempo senza riceverne soldi in cambio ce ne è a pacchi. forse tutta questa lunga schiera di commenti lo dimostra.

      1. Sì, pare vero.

        Guarda, nel mio profondo scetticismo ti dò corda e forse dico che puoi essere in buona fede. Ma credo che prima o poi ci incontreremo di persona, viste le persone che frequentiamo, e allora andremo a fondo di una questione, che più diventa personale e più perde interesse.

        Fai però un’operazione verità e chiarezza: non demonizziamo il ruolo di stagista. Diciamo che esistono due ordini di problemi. Uno è legato alle leggi, la loro applicabilità e applicazione (oltre che dei controlli relativi) L’altro relativo all’età in cui si è presi per uno stage.

        Ma tocca andare oltre. Oggi ci sono lavori sottopagati per i quali nessuno si sogna di denunciare niente. Primo perché nessun giudice punirebbe quel datore di lavoro, secondo perché se si punisse come nei paesi civili, insorgerebbe il sindacato perché si metterebbero a rischio gli altri posti di lavoro, poi perché ognuno si fa i fatti suoi e perché la cultura della legalità, della trasparenza ecc ecc in Italia non esiste. Quindi, tutto resta com’è. Con buona pace di chi protesta a Prato per i cinesi che fanno concorrenza sleale con lo schiavismo in casa nostra. (come se non sapessimo, per esempio, chi ci raccoglie i pomodori).
        Il lavoro umiliante e sottopagato è figlio dell’assenza di controllo del territorio. Di assenza di una cultura democratica e civica e dell’assenza di deterrenza. Voi fighetti con tutto questo che c’entrate? A parte il vostro senso di onnipotenza e di onanistico autocompiacimento, poco o niente. O meglio, siccome voi stessi reiterate il sistema di relazioni clientelari e amicali con le quali tutto va male ma tutto resta come tale, contribuite indirettamente e direttamente, consapevolmente e inconsciamente, a bloccare ogni tentativo di crescita e di punizione di chi sfrutta.

        Per colpire gli sfruttatori si deve avere una cultura della legalità. Cioè, un sindacalista dovrebbe dire: un posto di lavoro da schiavo non è un posto di lavoro e come tale non va difeso ma combattuto, con buona pace della ricerca del consenso e della pacificazione sociale a tutti i costi. Perché, le famiglie del lavoratore sfruttato, in molti casi, andranno contro chi gli toglie anche quel poco che hanno. Non sempre si rendono conto di essere schiavi, e come tali, in condizioni peggiori di un disoccupato. Chi lo spiega tutto questo ai nostri cittadini, se i programmi tv fighetti, dove lavori anche tu, questo non lo dicono, anzi, promuovono la cultura demagogica secondo la quale tutti devono avere tutto per diritto?

        La legalità di costruisce costruendola e non parlandone.

        Ma che parlo a fare, tu lavori in uno dei posti più demagogici e lottizzati che esistano. Sono pronto a venire e fare una verifica uno per uno di chiunque lavori là dentro e anche sui temi che vengono espressi e il modo in cui demagogicamente si propongono precotti al pubblico.

        Il confronto qui in Italia è assente. Nessuno risponde di quello che fa. Perché nessuno ha il diritto reale di mettere in discussione chi ha anche solo il potere di informare (o disinformare). Partiamo da uno squilibrio in cui l’opinione pubblica è meno di niente, solo numeri, auditel, se va bene.

        L’unica soluzione è mettere la dinamite alle fondamenta di questo paese marcio. E ricostruire. Da capo.

  14. bellissimo post. io ci ho provato, pur non essendo figlia di papà, e per oltre 10 anni ho lavorato in università. quest’anno ho deciso di andarmene proprio perché stufa di lavorare gratis. sono triste ma serena per essere riuscita a dire basta.

  15. “Un giovane appassionato di scienza non ha prospettive. Se non dispone di ricchezze personali deve scegliere o il tribunale o un’altra professione. La perdita per lui e’ grande ma per il paese e’ maggiore” Charles Babbage, 1829 parlando della Gran Bretagna… Poi dicono che la storia insegna…

  16. Cioè, fatemi capire: dopo aver lavorato “aggratis” pur di raggiungere posizioni che – lo sappiamo – una volta toccate ripagano di tutto il lavoro non retribuito svolto fino a un dato momento, e anche per il futuro (come il praticantato di notai e avvocati, per fare un esempio) e averlo fatto con la consapevolezza che un giorno si darà un contributo intellettuale – non propriamente banausico – alla società, adesso i fighetti (definizione quanto mai appropriata) si svegliano e vogliono esser pagati, magari a 25 anni subito dopo la laurea (mentre i 35/40/50enni sono a spasso con famiglie a carico) in modo da non dover pesare più su mamma e papà?
    Ma fate come tutti: andate a lavorare sul serio, e di notte o negli spazi liberi dedicatevi a ciò che amate. Va là.

    1. no, aspetta. stavamo parlando dei trentacinquenni, appunto: non lo abbiamo precisato con troppa attenzione, forse, ma dicendo “mio coetaneo” indico uno nato tra il ’74 e l’80, toh.
      per il resto, grazie del consiglio. lavorare è proprio quello che stiamo cercando di fare.

  17. l’articolo che citate è del The Guardian. E’ normale che in UK ci si scandalizzi per questo: è un paese dove tradizionalmente si pagavano anche i tirocinanti (e sono fissati dei salari minimi) delle professioni. Diverso è in Italia dove la cosa è vissuta come normale. Anzi, come una pretesa del pollo di turno pensare che, nel paese dove sopravvivono medievalismi come gli Ordini professionali, un tirocinio, che è lavror a tutti gli effetti, sia pure retribuito! In Irlanda per avere un tirocinante psicologo, occorre pagarlo 30.000euro annui! E qui da noi, siam ben lontani sia dall’ottenere questo, sia dallo scandalizzarsi per l’esercito di lavoratori intellettuali non retribuiti (tra cui i tirocinanti delle professioni ordinistiche!). Grazie, Giovanni Turra

  18. Ciao Silvia!

    L’autocritica è sempre bella, se viene da te ancora di più 🙂

    Sì quella parte della nostra generazione nata in famiglie benestanti ha avuto un bel trampolino, che poi ha usato a modo suo, chi per farsi il sedere aggratis chi per girare, chi per altro. Ma non vedo la necessità di essere duri con se stessi aldilà di quello che dovrebbe un normale esercizio quotidiano di autocritica, o altrimenti rischiamo di criticare noi stessi per una forma invertita di narcisismo, il voler essere in un modo o nell’altro al centro dell’attenzione… chi ha un vantaggio lo usa o no? E lo usa per realizzare i propri desideri nelle circostanze in cui vive.
    E non solo nel mercato del lavoro intellettuale, come lo chiami… che poi mi sembra una definizione abbastanza equivoca…
    Comunque, se come dici, “l’alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l’offerta”, allora hai bisogno di un meta-sindacato, di un’associazione di categoria che impedisca ai figli di papà dell’annata successiva di fare il lavoro che hai fatto tu a quelle condizioni fino a adesso… o no?
    Vabbè stai in gamba… carino il tuo blog!
    Sergio

  19. Tra l’altro, dato tutto il discorso sui pagamenti, e lo stipendio medio dell’aspirante intellettuale, forse è meglio parlare di “sfighetti” 😉

  20. Ciao Silvia,
    ho letto con interesse il tuo articolo, e anche la maggior parte delle risposte e contro-risposte.

    Innanzitutto, ti faccio i miei più sinceri complimenti per la sincerità: hai affermato con schiettezza e lucidità quanto personalmente sospettavo da tempo, evidenziando le colpe di voi fighetti e figli di papà.

    Ne conosco anche io parecchi.
    Sono meridionale e vivo a Roma… Lavoro 8-9 ore al giorno (che a Roma diventano 12-13) per pagare l’affitto e mantenermi, e relego le mie passioni vere al (pochissimo) tempo libero che mi rimane.

    Ci sono alcuni miei “amici” invece (forse quelli del primo banco di cui scrivi tu) che sono in toto mantenuti dai rispettivi genitori. Inseguono il lavoro dei loro sogni… e fin qui niente di male. Solo che un giorno si sentono i giornalisti del domani, quello successivo fotografi in erba, quello ancora dopo creativi d’altro genere… Il tutto con i soldi di papà. E mi tocca pure ascoltarli mentre fanno la paternale a quelli che, come me, devono fare un lavoro che non gli piace per mantenersi.

    E allora qui uno s’incazza, e concordo pienamente con Luca Dresda. Ok, vuoi fare il giornalista o il creativo… devi farti il culo. In Italia noto che in questi ambiti si va avanti per clientelismo, per conoscenze, per flirt, per stage gratis o una diabolica combinazione di tutto ciò.
    Il mercato si restringe, la qualità si abbassa (e i culetti restano belli intonsi)… ma il vero problema è che di tutto ciò poi non interessa molto all’elite dei vari ambiti culturali, perché costoro sono i primi artefici di questo sistema.
    Per il resto credo che si sia detto tutto.

    Ok, Silvia: hai il merito di aver delineato molto lucidamente il problema. Leggo che ti cospargi anche il capo di cenere, e sono anche disposto a crederti.
    Ma ora che si fa?

    E qui mi trovo concorde ancora con Luca… c’è una sorta di onanistica auto-commiserazione fine a se stessa, condivisa da coloro i quali hanno avvallato le tue parole salvo poi ammettere (più o meno velatamente) di non fare nulla (o di non volerlo/poterlo fare) per cambiare il modus operandi diffuso.

    Dalle tue parole si evince, questa è la mia impressione ma posso sbagliarmi, che le tue autocritiche rispondono più al bisogno di metterti a posto la coscienza che ad una reale volontà di risolvere il problema. Dopo tutto, ci sei dentro questo sistema… sei mantenuta anche tu, e in fondo in fondo se le cose rimangono così… per te non sarebbe un sacrificio insostenibile. E comunque sarebbe sempre meno impegnativo di altre strade… Ad esempio, decidendo di non accettare più i soldini da mamma e papà e riuscire a sostenersi in modo DEL TUTTO autonomo. Ci hai mai pensato?

    Beninteso, le mie sono domande che dovresti fare a te stessa… non rispondere a me (che forse non avrei neanche il diritto di porti queste questioni) ma a te stessa, dopo un attento esame di coscienza.

    Ti rinnovo ancora i miei complimenti per la sincerità.
    Con simpatia,
    un saluto
    Antonio.

    1. caro antonio,
      intanto complimenti anche a te, per esserti letto tutta questa sfilza di commenti.
      e poi per avermi mostrato come nella mia scrittura ci siano degli ovvi buchi, che chi è finito su questo blog solo per via di questo post non può riempire con facilità.
      io non prendo una lira da babbo e mamma dai tempi della laurea.
      non volevo buttarla sul personale, perché non mi interessa raccontarmi. ma se me lo chiedete occhei, eccomi.
      mi sono laureata a luglio del 2002 (prima di così non si poteva, ecco). sono stata una studentessa di quelle a cui i prof vengono a chiedere di fare il concorso da loro, una da media tra il 29 e il 30. ma non volevo fare il medico e non sono riuscita a fare la scienziata. a ottobre di quell’anno sono entrata al master in comunicazione della scienza di trieste e a febbraio in scuola di specializzazione all’università. coi soldi della borsa della seconda (più il premio di laurea, più, in effetti, la prima rata di iscrizione pagata dai miei) mi sono pagata il primo, il master. ma allora il master costava intorno ai mille euro all’anno e a trieste dormivamo e mangiavamo nelle foresterie dell’ictp: 13 euro a notte e 3 o 4 euro a pasto (darkgenio può confermare).
      per due anni ho vinto il premio di studio del master, un paio di migliaia di euro a botta.
      e all’inizio del 2004 ho mollato la specializzazione e mi sono trasferita a roma.
      all’epoca lavoravo in una piccola agenzia e cominciavo a fare qualche altro lavoretto. in tutto, tiravo su meno di mille euro al mese e quattrocento andavano via di affitto.
      potete smetterla di sviolinare: seicento euro al mese bastavano eccome.
      anche cinquecento bastavano.
      dopo un anno e mezzo, mi chiamano a radio3.
      e voi lì potreste dire: eccola, la raccomandata!
      no: a radio3 lavorava rossella panarese, che era stata anche mia docente al master e mi aveva identificato e scelto, per poi propormi di andare a lavorare da lei. anche gli altri miei colleghi avevano cominciato così. luca barone può confermare.
      all’inizio, radio3 che bengodi… mi davano 120 euro (lordi) al giorno per nove mesi all’anno e non conducevo. alla fine, radio3 che sofferenza… mi davano 105 euro al giorno per nove mesi all’anno, e conducevo una settimana al mese. la prospettiva era di passare a 100 euro, poi a 95, poi a 90…
      tra il bengodi e la sofferenza erano passati sei anni e mezzo.
      nel frattempo la mia attività libero professionale è cresciuta. ho scritto un libro che è stato tradotto in tre lingue (e, oh, non potete pensare che all’estero il mio cognome e il mio culetto siano così conosciuti…) e ho cominciato a fare davvero tante cose. tante, una marea. la mia salvezza.
      così, a ottobre 2011, ho mollato radio3 (ma quanto mi manca adesso…): ero stanca di litigare, e di farlo per soldi, poi. e quello che mi arrivava dalla rai era ormai la metà di quello che fatturavo, per un investimento dell’80% del tempo.
      insensato, no?
      mi è andata bene una ennesima volta. iacona ha visto delle cose mie, mi hanno intervistato per caso (ero a una manifestazione di precari, per dire che noi non siamo precari ma liberi professionisti maltrattati. e chi maltratta noi maltratta la cultura. pessima idea per un paese…), mi ha chiamato a fare due chiacchere.
      e adesso, da due mesi, combatto alla tivvù. combatto perché sto imparando un sacco di cose e devo adattarmi a tempi nuovi e, per esempio, a nuove burocrazie.
      ho qui accanto a me un pacco di ricevute per i rimborsi delle trasferte rai: sono duemilacinquecento euro. ho pagato io: posso permettermelo grazie agli altri lavori. e lo considero un investimento.
      e allora, dirai tu: perché mi sento una fighetta?
      perché:
      1. a un certo punto, come capita a tanti, i miei genitori che in genere sono severissimi (e per fortuna) hanno deciso che ero stata abbastanza brava da meritarmi un aiuto nell’acquisto di casa. puoi immaginare la proporzione tra i soldi che ci hanno messo loro e quelli che ci ho messo io. gliene sarò sempre grata.
      ho dovuto pagare la ristrutturazione, che in tre anni è stata di molto superiore a tre anni di affitto (come lo pagavo prima, cioè per una casa da dividere in due), ma alla fine dell’anno prossimo avrò ammortizzato le spese. ancora un anno e sarò una donna che non ha bisogno di pagare l’affitto. un bel privilegio…
      2. se anche adesso non vedo una lira dai miei, e restituisco fino all’ultimo centesimo quando mi prestano i contanti perché sono uscita di casa senza, vivo nella serena consapevolezza che non mi troverò mai a dormire sotto a un ponte. e anche questo non è male, come privilegio…
      io mi fermo qui.
      ma conosco tanta gente, come te, che saltabecca da una cosa all’altra, oppure insegue pervicacemente una strada che magari non è nemmeno la sua, perché in tasca ha i soldi di babbo.
      un tempo dicevo loro che lavorare gratis non si può, e nemmeno fare lo studente in eterno, e nemmeno cazzeggiare mezza giornata dietro a una finta passione, non si può per orgoglio.
      adesso che sono cresciuta, e che come loro viaggio verso i 35, vorrei dire forte che non si può per una ragione morale.
      non è questione di stage dopo la laurea, è questione di mantenere in salute un mercato che dipende da noi. noi professionisti adulti. e che così esclude qualcuno e finisce per creare cattivi prodotti per tutti.
      scusa per la lunga parentesi personale.
      capisco le ragioni di luca (ma non le cinquanta cartelle di insultarelli contro la sinistrucola, che palle…) ma non sono la persona giusta a cui indirizzarle.
      qui stavo lanciando un appello ai tanti miei coetanei che navigano, per mille ragioni, in acque peggiori delle mie. e che soffrono, te lo assicuro. ma che, secondo me, devono alzare la testa e dire basta.
      lo dico perché posso permettermelo, certo.
      ma in questo non ci vedo niente di male…
      ciao,
      silvia

  21. qui stavo lanciando un appello ai tanti miei coetanei che navigano, per mille ragioni, in acque peggiori delle mie. e che soffrono, te lo assicuro. ma che, secondo me, devono alzare la testa e dire basta.lo dico perché posso permettermelo, certo.

    Ti faccio sommessamente notare che, per poter alzare la testa, molti 30-35 enni devono poterselo permettere. Perché ti assicuro che ci sono coetanei tuoi (e miei) che navigano in così male acque che accettano GRATIS di fare i custodi o i guardarobieri o le guide alle mostre, o, peggio, di lavorare gratis in qualche laboratorio o presso qualche casa farmaceutica sponsorizzante (con la qualifica ridicola di “informatore”, ossia di piazzista) sperando, un giorno, di essere inseriti negli organici di c.d. onlus/cooperative di promozione culturale o scientifica…..

  22. Sul fatto che siamo tutti fighetti (mi adeguo all’uso improprio che l’autrice fa del termine), sono d’accordo. Il fatto che qualcuno di noi lavoratori intellettuali lo scopra adesso (o ieri, o un mese fa, o nel 2009) mi fa accapponare la pelle. Sul fatto che il mercato lo creiamo noi.. che dire, se fosse così, l’inflazione non esisterebbe.

  23. Non riesco a replicare alla tua replica…. beh, scrivo qui.

    Silvia non ci siamo. Qui non è importante il caso singolo, ma le prassi di questo paese. è intollerabile che ci sia qualcuno, come te in questo momento, che fa finta di vivere in un paese trasparente e dalle prassi regolari.

    è la sindrome Serracchiani. Sei senza poltrona, sei giovane e priva di carica e allora attacchi la gerontocrazia, il nepotismo, le carriere oscure ecc ecc, e come metti al calduccio il culetto in un posto ambito (in uno dei posti del sistema che prima dicevi di voler cambiare) cominciano i distinguo, il paese improvvisamente è migliore, non è poi vero che è tutto raccomandazioni ecc ecc
    Questo sai cosa prova? Che uno voleva SOLO ottenere vantaggi personali. Egoismo distillato.

    Tu fai un discorso apparentemente social-oriented. In realtà, ti dico, il male è dove sei. è il sistema Italia. Non sono due discorsi separati, da una parte gli stagisti e dall’altra il pantano oscuro con cui procedono le cose in Italia.

    La chiamata diretta è un male se si tratta di aziende pubbliche. Oserei dire che è da denuncia. Perché non importa quanto è bravo chi è chiamato direttamente, priva di un diritto tutti gli altri. Forse in Danimarca o in Olanda se ci fosse qualcuno che chiama direttamente persone a lavorare in un’azienda pubblica, scatterebbero le denunce e quella persona sarebbe costretta a dimettersi. Lo stesso credo accadrebbe in Francia, Germania, Inghilterra… le tante nazioni che tutti citano impropriamente quando fa comodo. E sai che accadrebbe? che chi è stato chiamato direttamente perderebbe il lavoro e si seguirebbe una prassi trasparente.
    Lo so, è difficile. Trasparenza non è un termine che viene spiegato molto qui in questo paese. Ci sono delle accezioni locali molto folkloristiche.

    Cosa c’entra con gli stagisti?
    C’entra. Chi è figlio di, ha dei genitori con delle relazioni, ha amicizie (create o di nascita), avrà sicuramente alla fine un lavoro. Per gli altri, ci sono illusioni di compartecipazione al banchetto del mondo del lavovo. Illusioni che sono soltanto parcheggi. Perché le carriere che dovrebbero seguire sono già prese dai fighetti. Ecco che tutto torna.

    Se una persona intelligente e critica non dice esplicitamente che la RAI è un letamaio che va demolito pezzo per pezzo per costruire un’azienda sana, trasparente, di qualità, con persone scelte esclusivamente per merito e mai per appartenenze di qualsiasi tipo (non so, mi viene in mente che il canale più clientelare e settario è proprio rai 3. Lì o sei o sei. Non ci sono cazzi. E lo dico sapendo quello che dico. Vorrei che tutti parlassero solo delle cose che sanno direttamente)… sta semplicemente difendendo il suo posto di lavoro. E per me, comprensione a parte, perde il diritto alla critica. Non si può fare i social-oriented omettendo parte della questione. Altrimenti si fa demagogia. Che è esattamente quella che oggi coltivano a piene mani i programmi sinistresi di Rai3. Criticano tutto, omettendo una bella fetta di torta marcia tutta italiana.

    Ma si capisce. è l’Italia, baby. Nessuno vuole cambiare veramente nulla. Fa comodo a tutti, in fondo, restare impantanati aspettando di affondare nel fango all’unisono.

    L

  24. Oh Luca!
    Useró parole colorite nell’esatto stesso tuo spirito, senza voler offendere nessuno personalmente…
    Sarai simpatico, ma hai un po’ rotto i coglioni!
    Nel senso che ti sei ripetuto e ri-ripetuto a più mandate e si è capito benissimo cosa vuoi dire, e che non sono tutte cazzate…
    Ma non per questo bisogna che tu abbia ragione!

    Operazione verità, operazione verità… Poi peró, non ci siamo, non è importante il caso singolo….
    Hai rotto.

    E a dir la verità non proponi proprio un tubo, se non zittire i fighetti (allor fa meglio, anche se meno lucidamente, l’odiosa ‘figlia di infermieri’…). Mentre, se smetti di far solo che cercar dietrologie o code di paglia, puoi forse accettare che l’invito del post di Silvia, indipendentemente dalla sua levatura morale o dall’effettiva portata sociale della proposta, è sacrosanto e sottoscrivibile!
    E concreto.
    Basta lavorare gratis!
    O meglio – ovviamente – basta lavorare sottopagati!
    La tariffa giusta la immaginiamo tutti con insospettabile accuratezza, l’importante è rispettarla e pretendere per sé che venga rispettata!

    Non è tutto quel che c’è da fare, ma è una cosa.

    Tu senz’altro sai far di meglio: ma dimmi cosa…
    Che pezzetto di merda saresti, tu, di quest’Italia tutta letamaio? Facciamo operazione verità…
    Di che razza sei tu, non fighetto, e cosa proponi, tu, per la tua razza?

    matteo
    :o)

    1. Matteo,
      hai colto lo spirito. E ci sei andato dentro. Fai bene a incazzarti. Bada, neanche tu proponi un bel niente. Dire: basta lavorare gratis, non significa nulla. Il lavoro gratis non esiste, è un ossimoro. Esiste solo lo sfruttamento. E non si tratta di non accettare. Perché se lasciamo alle iniziative personali l’esistenza o meno del lavoro umiliante saremmo freschi. Ci deve pensare lo stato, i governi, a fare controlli, punire chi abusa ecc ecc. Altro che scelta del singolo e rsponsabilità di fighetti. Lo ri-ri-ripeto: questi discorsi sono una confessione di un senso di onnipotenza e di superiorità che fa vo-mi-ta-re. Meglio il silenzio.

      Nella merda italiana io rappresento la media delle merde. Uno qualsiasi. Che ci prova. Che non accetta compromessi. Che non accetta di lavorare in posti da fighetti, belli, ben pagati e ambiti, se questo significa che sei un raccomandato di merda o un segnalato e lavori a produrre merda come in TV… in questa Tv di raccomandati e di presuntuosi che lava il cervello e fa diventare anche chi ci lavora un servo dell’auditel e di logiche da sottosviluppati. Quindi, alla fine, si ritrova a lavorare a casa, molto distante da dove voleva essere. Perché qui siamo in Italia e la bravura conta zero. Tranne rarissimi casi che non fanno regola. E chi dice che il talento conta ha qualcosa da nascondere e collude con la merda. Anzi, aiuta a crearne a tonnellate. Lo dico e non lo nego.

      E ri-ri-ripeto: c’è una cecità e una sordita selettiva in questo paese quando si parla di etica del quotidiano. Ti puoi anche scocciare. Io mi scoccio di vedere gente che difende il suo mondo senza tentare di scardinare il sistema merda Italia. Come si fa? Cominciando con rompere il velo di retorica omertosa. Sai, le parole sono molto potenti.

      Ma poi, sai che c’è? Alla fine, tutti questi discorsi per me definiscono solo chi ci prova veramente, anche pagando di persona e chi invece vive bene in questo paese anche se si dà un tono di contestatore.

      Cmq, mi pare di aver lanciato più che una proposta. Forse non sono stato chiaro… O forse fa comodo far finta di niente.

      E poi… fai un blog aperto ai commenti? Ti commenta qualcuno contro? Ci stai. Anche tu che la difendi, o che difendi il suo punto di vista. Lei si è messa a paladina dei fighetti? Si cucca tutto il livore e la disistima radicale mia e di tutti quelli che la pensano come me e che si sono rotti il cazzo di questa gente finto-critica che vuole soltanto sbandierare la sua fighettitudine. Questo è il paese dei quaquaraquà… e i trentenni che dovrebbero cambiarlo sono presi dalla sindrome Serracchiani.
      Auguro a tutti i fighetti un po’ di sfiga. Tanto per rendersi conto…

      Love and Peace

      Luca

  25. Sono d’accordo, ma solo parzialmente. Il prezzo di un prodotto/servizio è determinato prioritariamente dal rapporto domanda/offerta. Nel settore dei lavori culturali l’offerta (di forza lavoro) è sovrabbondante rispetto all’effettiva domanda, il costo del prodotto/servizio offerto, conseguentemente è compresso.

    1. Vedi Nicola se tu, ad esempio, proponi fumo compresso tipo fantomatici corsi magari sugli “antichi misteri irrisolti”.. beh mica vorrai esser pagato ? Dipende anche da ciò che offri : se è spendibile e percepito “di valore” puoi proporre un tot ma se invece offri fuffa.. altri 1000 son pronti a farlo gratuitamente.

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