Alla Cop17 di Durban e la storia che mi è scivolata accanto

Come quando andate via da una festa un attimo prima che succeda qualcosa di cui tutti parleranno per anni. Presente?
Ero lì, ero andata fino in Sudafrica apposta. In Sudafrica: una giornata intera di viaggio. Ma sono ripartita prima che succedesse il gran finale emozionante e liberatorio. E adesso mi rode un po’.
Riassunto: in Sudafrica, a Durban per la precisione, si è tenuto in questi giorni il megacongresso delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In Italia se ne parla poco, ma è una roba importante. Per intenderci, sono quelli del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Sono lì, i delegati di 194 paesi (l’Europa ci va unita e conta uno), e discutono per giorni e notti e notti e giorni degli impegni che potrebbero (o dovrebbero, o potrebbero dovere, o dovrebbero potere) prendere per limitare il riscaldamento globale.

La sensazione è quella di essere finiti in un enorme gioco di ruolo. Gente vestita come le fotografie delle enciclopedie di quando eravamo piccoli, nella sezione Popoli del mondo. Gente che protesta in gruppetti di cinque o sei, a volte cinquanta: età media venticinque. Gente che passa frettolosa, in completo di grisaglia: età media cinquanta (e insomma a un’italiana fa comunque impressione). Altri che discutono fitti a tavola: asiatici, africani, visi pallidi. Tante donne: cioè, più o meno la metà, come dovrebbe essere normale, ma non puoi non notarlo. Gente che la incroci nei corridoi venti volte e venti volte ti dice che non ha tempo per te. Gente che mangia a tutte le ore, a tutte le ore. Gente che non dorme da giorni, e si vede, e si sente. Gente che digita frettolosamente su una tastiera, seduta per terra come i ragazzini. Gente che ti dice tutto e il contrario di tutto, e soprattutto gente che ti dice che non può dire.

Poi, la riunione conclusiva che a questo giro è durata fino alle cinque del mattino di due (due) giorni dopo di quando era cominciata.
Perché i paesi ricchi hanno la responsabilità maggiore nei cambiamenti climatici, quindi i paesi in via di sviluppo non vogliono pagarne il prezzo rischiando di rallentare il loro recente sviluppo industriale per rispettare regole decise da altri allo scopo di limitare danni fatti da altri. Però ci sono anche i poveri che stanno andando sott’acqua, le agguerrite isolette del Pacifico, che spingono per ricordare a tutti che l’economia non può essere il peggior nemico dell’ecologia. Poi ci sono i ricchi buoni (l’Europa, pare) e i ricchi cattivi (gli Stati Uniti, e vabbè, e poi Canada, Giappone e Russia). Strane alleanze, strane rivalità (tipo quella tra due isole che io manco so piazzare su un mappamondo). Lo scacchiere è complicato, le regole macchinose e i documenti incomprensibili. E poi non ti dicono (quasi) nulla.
Di seguito, una raccolta di frasi raccolte a telecamera spenta. Così capite perché io non abbia capito molto di quel che stava succedendo mentre la storia prendeva la rincorsa e poi mi passava beffarda accanto.

“Il vero problema è che qui non si capisce che proprio il riscaldamento globale sarà causa di conflitti gravissimi tra paesi poveri (diciamo così…) e paesi ricchi: migrazioni, guerre per l’acqua, malattie… E che succederà a breve, brevissimo. Tipo… Starai mica registrando?!”.
“Domani non esce niente sui giornali italiani, niente”.
“La verità è che da qui non verrà fuori niente. Niente di importante. La sensazione è la solita: un enorme Risiko che però poi si sgonfierà. Oh, la telecamera è spenta, vero?!”.
“Io riparto, tanto il mio l’ho fatto. Adesso sta ai politici. Che poi si sa che non succederà niente. Gli altri anni c’era più fermento: a Bali eravamo tutti felici, si sentiva nell’aria qualcosa di positivo. Adesso, qui, il clima è così mogio… Aspetta: la telecamera è accesa?!”.
“What?! Mi vuoi morto?! No che non ripeto tutto con la telecamera accesa!”.
“Senti, lascia solo la parte di intervista dove parlo di quello che è di mia stretta competenza. Taglia, ti prego, quando ti dico che questo è un carrozzone…”.
“Los italianos?! Ah, non aprono la bocca! Nelle trattative non aprono la bocca. E per fortuna. Tanto fanno tutto gli altri europei”.
“The italians? Al Parlamento europeo ci sono i buoni e i cattivi, vale per tutti i paesi. Certo che il sospetto di corruzione, o meglio: il sospetto che si portino avanti interessi di gruppi finanziari e industriali… Insomma, succede da tutte le parti, eh. Soprattutto nei paesi grandi. Intendo: anche in Svezia potrebbe succedere…”. La telecamera era spenta, comunque.
“Quello? Quello è un delegato di xxx… A noi di yyy ci odia…”.
“Gli unici che ci credono davvero sono quelli dei paesi poveri…”.

Sono partita prima del risultato finale: per la precisione, mentre là dentro ci si abbracciava sudati alla fine di un’estenuante trattativa, io ciondolavo tra i dutyfree dell’aeroporto di Dubai. Però prima della partenza ho fatto in tempo a farmi un amico importante (nella foto, il ministro dell’ambiente del sultanato dell’Oman, e vedeste che biglietto da visita) e non sono caduta in tentazione di fronte al mustbuy della Cop17 (foto accanto, un capino che in questo torrido dicembre romano mi avrebbe sicuramente fatto fare una certa figura).

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