Consola tua sorella: primo esercizio di orgoglio generazionale

Lo fanno, a volte lo fanno. E io mi infastidisco terribilmente. Perché hanno avuto appena qualche decina di anni più di noi per conoscere la vita su questo pianeta, ma sembrano compatirci, come se noi soffrissimo pene indicibili tutti i giorni. Come se quelli come me dovessero essere consolati per la mancanza di un lavoro stabile, di una vita stabile e di una famiglia propria, stabile e automunita. Ma consola tua sorella, eh.
Il mondo cambia e la nostra specie si è adattata alle glaciazioni, alle carestie e alle migrazioni di massa come adesso si sta beatamente fottendo dei cambiamenti del clima: siamo andati ad abitare in cima alle montagne e nelle paludi, abbiamo mangiato di tutto, dalle radici al topocanguro. Insomma. Vuol dire che ci adatteremo anche alla partita Iva.

Le vite professionali dei miei amici assomigliano più a quelle dei nostri nonni che a quelle dei nostri genitori, con la differenza che i miei amici si sono (quasi) tutti laureati e quindi hanno cominciato più tardi a cercare lavoro. Ma come i nostri nonni stanno passando la vita ad arrangiarsi, a becchettare qua e là: ogni tanto aprono un negozio o si mettono in società, ogni tanto cambiano città o emigrano, ogni tanto si ritrovano senza una lira ma davvero senza una lira.
Le vite personali dei miei amici, invece, non assomigliano alle vite personali di nessuna delle generazioni precedenti. Ma anche questo va bene. Ogni generazione ha fatto qualcosa di diverso da quella dei propri genitori e magari ne ha tradito un po’ le aspettative. I nostri genitori hanno aspettato di avere un lavoro fisso, una casa e una macchina prima di fare figli: ci hanno avuti tra i venticinque e i trent’anni, hanno curato la nostra educazione con meticoloso affetto, pretendono il bacino della buona notte anche dai loro ex bambini con qualche rughetta e i primi capelli bianchi. I nostri nonni si sono sposati per amore, e chissà che rivoluzione dev’essere sembrata ai loro, di nonni: hanno scelto quando fare figli e (più o meno) quanti farne, a volte portavano a casa due stipendi e si sono inventati la villeggiatura e il picnic fuori porta.
Poi ci saranno state le eccezioni, e sicuramente anche i fallimenti. Qualcuno sarà andato controcorrente, qualcuno avrà fatto scelte diverse. Intanto noi oggi abbiamo un po’ più di trent’anni, abbiamo genitori sui sessantacinque e nonni che veleggiano sorridenti verso i novanta. Vorrei proprio sapere quanti quarantenni, nella storia dell’umanità, hanno avuto una nonna che preparava loro il pranzo anche nei giorni feriali, come succede a casa mia.

E allora perché tante resistenze a pensare che le nostre vite personali sono e saranno diverse da quelle dei nostri genitori? Che avremo figli ancora più tardi di loro, se li avremo, e creeremo famiglie che susciteranno in loro, come minimo, un po’ di preoccupata perplessità?
Idem per il lavoro: perché tanta insistenza sul fatto che il nostro è diverso dal loro? Lo è, punto. E noi non dovremmo inseguire pervicacemente il modello di chi ci ha preceduto (e continua a precederci, mostrandoci la schiena senza riguardo, occupando tutta la strada, impedendoci di camminare da soli, di trovare il nostro spazio…): è vero che i nostri genitori ce lo hanno messo in testa pensando al nostro bene. Ma magari il nostro bene lo possiamo trovare da soli, in un mondo che intanto è cambiato. Perché non possiamo impedire che il mondo cambi, ma il modello lo possiamo adattare. E questo ci consentirebbe anche di vedere che le ingiustizie che subiamo (che ci sono, eh, non lo nego, proprio io, con quel che mi lagno…) sono ingiustizie che ricadono su tutti noi, come collettività, piuttosto che su ciascuno di noi.

Allora stamani una risposta ce l’ho. Mi sono svegliata pensandoci. Tanta insistenza e tante resistenze sui modelli di vita personale e professionale perché quella dei nostri genitori è la generazione più invadente della storia. Ha vissuto nel momento più ricco e pacifico della vita di questo paese e ha creduto che la loro felicità fosse l’unica possibile. Poi, siccome i nostri genitori ci vogliono bene (o meglio: vogliono molto bene a ciascuno di noi, anche se vogliono meno bene a noi tutti insieme, come fascia di popolazione. E noi, di nuovo, come babbei, a pensare ciascuno per sé, come se ciascuno vivesse da solo e il suo lavoro fosse un problema solo suo, del suo babbo e della sua fidanzata)… insomma quella generazione ha pensato di provare a convincerci che quella stessa felicità fosse necessaria anche per noi, in quella esatta forma. Intanto cambiava le cose, cambiava il mercato, cambiava le leggi, decideva per sé pensioni dorate, si appropriava di tutte le risorse che questa terra offriva, faceva finta di non vedere che i paesi più poveri stavano cominciando a riprendersi dai disastri del nostro colonialismo. E ora, toh, ci vede vivere in un mondo diverso. Ma guarda. Stupore.
Adesso tutto quello che quella generazione sembra saper fare è insistere su quel modello di vita e consolarci perché non lo potremo realizzare come hanno fatto loro. Ma chi è che vuole essere consolato? E chi ha detto che devi fare per forza qualcosa? Hai già fatto abbastanza, grazie. E adesso consola tua sorella, va.

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7 pensieri su “Consola tua sorella: primo esercizio di orgoglio generazionale

  1. Hai stra-ragione, e, se non l’hai già letto, ti potrebbe divertire questo libro qui:
    http://www.twelvebooks.com/books/boomsday.asp
    (Outraged over the mounting Social Security debt, Cassandra Devine, a charismatic 29-year-old blogger and member of Generation Whatever, incites massive cultural warfare when she politely suggests that Baby Boomers be given government incentives to kill themselves by age 75. Her modest proposal catches fire with millions of citizens..over the objections of the Baby Boomers, who are deeply offended by demonstrations on the golf courses of their retirement resorts)
    🙂

  2. Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”
    Vogliamo i “Tipi umani”

    anzi:

    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”
    vorremmo i “Tipi umani”

    Suvvia Dottoressa, un poco di buonumore farebbe bene anche a te!

  3. A distanza di due anni mi trovo a commentare: splendido blog ma soprattutto splendido articolo. E soprattutto mi consola sapere che non sono la sola a fare ben volentieri a meno del posto fisso.
    sabrinaweb 40enne a progetto

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