“La solitudine del free lance” o “Io contratto da sola”.

Sei lì, a casa, e lavori al computer. E come unico sfogo cazzerelloso hai Facebook. Questa è una solitudine facile e non la chiameresti nemmeno così.
Sei lì, in aeroporto. L’aereo è in ritardo e tu smaltisci le mail. Questa è una solitudine piacevole, o almeno necessaria. E poi tanto passa.
Anche quando la sera non esci e ti prepari un panino mentre guardi la tivù, o meglio: ti prepari un panino mentre la tivù parla e tu continui a battere sulla tastiera del computer. Quella è una bolla di solitudine che ti godi un sacco.
Però poi c’è la solitudine della contrattazione: quanto mi paga quando mi paga? Questa è una solitudine in cui non hai uno straccio di sindacalista a cui rivolgerti ma nemmeno un cavolo di collega che ci sia passato prima di te, e comunque nessuno ti direbbe la verità, e comunque tu stessa non vuoi dire niente in giro, e comunque c’è chi ti consiglia di non parlare a nessuno. E nel migliore dei casi aggiunge te lo dico come lo direi a una figlia…

Nel migliore dei casi avverto crescere dentro di me un’insensata forma di gratitudine seguita da un muto stupore.
Ma… Come a una figlia?! Proviamo a ricordarci un po’ del ruolo che ho in questa faccenda (che non ha niente a che fare con la famiglia finché non comincerò a piagnucolare tengo famiglia… che non è vero, ma lui che ne sa?).
Io sono una libera professionista, di quelle con la libertà obbligatoria. E contratto da sola per necessità. Perché non ho alternative. Perché il lavoro che devo fare per lui lo faccio da sola. Perché, come un idraulico, decido con lui il valore del mio lavoro.
Vabbè: nel caso dell’idraulico, in ragione della sua grande professionalità, si lascia che il primo a sparare un prezzo sia il professionista, poi si propone di meno, poi ci si accorda a metà strada. Nel caso mio, è lui il primo a dire abbiamo abbassato i compensi o non possiamo pagarti più di così e semmai sarò io a dire non si può fare un po’ di più? E alla fine no, non si può fare un po’ di più.
Ma sono una libera professionista che a lui serve per fare quella cosa là. Non sua figlia.

Ecco: io contratto da sola.
Anche il mio collega contratta da solo.
Anche quello là in fondo contratta da solo. E l’amica sua. E quei due che mi stanno un po’ sulle balle. E quello che conosce quella e che lavora per lo stesso tizio per cui lavoro io. E quella presuntuosa. E il suo compagnuccio. E quel genio dell’amico mio. E l’altro che una volta… Tutti. Tutti contrattiamo da soli.
E non ci diciamo niente.
Abbiamo tutti il sospetto che se quello là in fondo sapesse quanto pagano noi, poi magari pretenderebbe di essere pagato uguale. Alla fine la coperta si farebbe corta, quindi a noi toglierebbero qualcosa per dare qualcosa a lui, appiattendo i compensi a un livello basso. Se il gioco fosse al rialzo ne saremmo felici. Ma se invece quello là in fondo prendesse un briciolo più di noi senza possibilità di adeguamento del nostro compenso al suo?
Attenzione al rosicometro.
E attenzione all’effetto paradossale della storia: proprio noi che siamo liberi professionisti dovremmo essere felici di sapere che c’è chi è pagato un po’ di più e chi un po’ di meno, perché potrebbe (potrebbe) significare che si valorizzano le competenze e che il mercato è davvero libero. Proprio come nel mondo dorato dell’idraulica a domicilio.

Invece no. La nostra è una professione intellettuale: mica possiamo pretendere di essere noi a fissare il prezzo.
Ma proprio perché ci vantiamo di fare una professione intellettuale forse potremmo provare a farci furbi. Il sistema è fatto apposta perché non sia possibile una forma di aggregazione tra noi di tipo corporativo, capace di tutelarci di fronte a problemi di salario. Siamo tutti rivali, siamo tutti idraulici.
Quindi il valore del nostro lavoro dipende dal prezzo che il mercato gli dà. A differenza del lavoro dipendente, non è fissato a priori, e sta a noi difenderlo. Solo noi possiamo farlo. Difendendo il valore del lavoro di ciascuno di noi si difende il valore del lavoro intellettuale di tutti. Non c’è bisogno di dirsi quanto si prende (hai visto mai…) ma di proteggersi sì e di farlo con un minimo di coscienza di categoria. Anche se quello insiste a dire di considerarmi sua figlia, mentre la sua figlia biologica magari fa proprio l’idraulica, beata lei.

Ah, nel peggiore dei casi? Il peggiore dei casi è quello che si configura quando la contrattazione assume la forma detta del questurino. Conosco una persona abilissima nel dirigerla così. Ti chiama e ti fa Non ti conviene rifiutare, guarda che tutti gli altri hanno già accettato… Come il poliziotto cattivo dei film, quello che dice al delinquente di turno guarda che il tuo complice ha già confessato… E tu sei lì, non hai tempo, non hai cervello, sei disorientata e preoccupata. Ti mettono fretta. Poi che cosa dovresti fare: chiedere in giro? Non sia mai… e confessi, pardon: accetti. Lì la palma della cretineria te la meriti tutta.
In quei casi devi fermarti, prepararti un panino mentre guardi la tivvù, e pensare che se confessi, ripardon: accetti, ti rendi responsabile di una bella sfiga per tutti gli altri. Se nel frattempo sei riuscito a buttar via il rosicometro, capisci bene che conviene anche a te.

Fig. 1: Il rosicometro

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5 pensieri su ““La solitudine del free lance” o “Io contratto da sola”.

  1. Ho letto con piacere il tuo pezzo sulla solitudine del free-lance e mi sono letta, ritrovata e sorrisa nelle tue parole. Vivo anch’io a Pisa, non sono una scienziata (ne ho sposato uno) ma un’umanista se proprio vogliamo, free lance, magari in una pausa si beve un caffe’?
    Ciao e complimenti per i tuoi lavori
    Isabella

  2. Il problema di base, tristissimo, è questo.
    Se cerchi di dare all’idraulico una frazione di quello che chiede, lui ti risponde “ciccia”. Poi però, visto che la casa è allagata, cambi idea e paghi qualsiasi cifra ti venga chiesta.
    Quando invece la radio (o il giornale, o la tv) cerca di dare al giornalista scientifico una frazione di quello che chiede, anche se il giornalista risponde “ciccia” della sua assenza (o anche dell’assenza di qualsiasi altro giornalista scientifico, qualora si organizzassero) non si accorge nessuno a parte alcuni affezionati.

  3. Fare il freelance in italia è al limite del masochismo… Ma l’indipendenza crea dipendenza per cui mi ritrovo ad essere tuo collega anche se in settori diversi. Ciao, Matteo

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