Il Grande Equivoco: “voglio fare il giornalista perché mi piace scrivere”

“Cara sbenci, ti scrivo perché sono al terzo anno di scienzologia, ma forse non voglio fare lo scienziato e spero che tu abbia qualche consiglio per me. Per esempio: mi piace moltissimo scrivere. E mi sono detto: perché non provare col giornalismo scientifico?”
Sarà la crisi e sarà che del precariato della ricerca parlano tutti mentre di quello dell’informazione no, e allora uno si fa dei pensieri. O sarà semplicemente che ho un cognome che inizia con la B, e nella lista degli ex studenti del master mi si trova prima di altri. Oppure sarà che ho un sito internet. O boh. Ma ci sono periodi dell’anno in cui di mail così ne ricevo due a settimana. A volte anche di più. Ed è gente che dice di voler lavorare come me. Tipo in autunno, tipo ora.
E allora eccomi qua, pubblicamente, a sciogliere un annoso equivoco.

Una come me non deve sapere scrivere bene. Che poi, che cosa significa saper scrivere bene? Mica lo devi mettere in poesia, il neutrino, se stai scrivendo un articolo.
Una come me non deve nemmeno amare la scrittura. Che poi, chi è che non ama scrivere? E sei sicuro di poter amare qualsiasi tipo di scrittura?
(Ho un’amica che una volta mi ha detto di non amare proprio per niente la scrittura, nemmeno quella di una email o di un messaggino. Ma io non riesco a capirlo. Eddai. Respirare ti piace? Infatti non sono mai tornata sull’argomento con lei).
Una come me deve saper usare le parole, riconoscere i contesti, creare cornici, far emergere idee, ok.
Ma una come me deve saper soprattutto scegliere, leggere, avere i contatti giusti, proporre, vendere e poi difendere.

Scegliere: perché di notizie la scienza ne produce a centinaia ogni giorno. Non solo: ci sono le notizie che riguardano la scienza ma non lo danno a vedere subito. Perché la scienza è (quasi) dappertutto, e la politica, l’economia, i libri e persino lo sport te ne propongono di continuo. Poi ci sono notizie che non sembrano scientifiche, ma se ne parli con uno scienziato le leggi in modo diverso. Infine ci sono quelle che vengono a te, senza che tu debba muovere un dito. E quindi bisogna sapersi muovere piluccando le cose migliori, o almeno migliori in quel momento per quel che si vuol fare.
Leggere: perché bisogna essere sempre informati, sempre aggiornati. Sennò la tua notizia sarà un riassunto di un riassunto di una roba che ha scritto un altro. Invece il bello del mio lavoro è che si deve criticare tutto. Si deve. Grande privilegio, quello di poter fare della curiosità un mestiere.
Avere i contatti giusti: indovinate quanti contatti di scienziati ci sono qui, dentro al mio computer? Acqua, acqua. Solo nella prima rubrica che ho aperto ce ne sono 3363. Poi ci sono le altre. A quanti di questi contatti do del tu? Beh, un bel po’. E poi, altrettanto importanti, ci sono i contatti coi colleghi. Parecchi anche quelli.
Proporre: un free-lance vive in una specie di suk virtuale. Apre il computer e vende le sue notizie, le sue interviste, le sue esclusive. E venghino siori venghino apre la rubrica di cui sopra e prova a piazzare le notizie che si è scelto, che ha saputo leggere e che ha interpretato con l’aiuto del suo scienziato preferito, che magari poi intervista anche. L’obiettivo è pubblicare, perché di quello si vive.
Difendere: di quello si vive, dicevo. Se vuoi che questo sia il tuo lavoro, devi viverci. E allora dopo aver scelto, letto, interpellato, proposto e (hallelujah) scritto e pubblicato, devi passare col piattino a raccogliere i soldi.

Eddunque. Per chiarire. Il mio tempo lo passo per la maggior parte al telefono o con l’email aperta. Poi ci sono i miei due conti correnti, l’homebanking, la commercialista: il sito di trenitalia, il megafileexcell dal titolo lavori2011, la cartella contabilità dentro quella burocrazia, il recupero crediti in tutte le sue forme moleste. Ci sono le riunioni, i viaggi, l’organizzazione, i permessi e gli accrediti stampa. Ci sono i giornali e ci sono internet, i blog, le riviste online, i facebook dei miei colleghi migliori. Ogni tanto, nei ritagli di tempo, c’è la scrittura.
Cioè.
Se uno vuole scrivere, non deve fare il giornalista scientifico come me. Piuttosto si apra un file word e si faccia un bel thè. Oppure faccia davvero come me, ma come me solo nelle sere in cui sto a casa: si apra un bel blog e scriva. Per esempio, scriva di come e perché non può scrivere quanto vorrebbe.

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3 pensieri su “Il Grande Equivoco: “voglio fare il giornalista perché mi piace scrivere”

  1. Ciao 🙂 Ho scritto su Google “perché sono giornalista?” e mi son ritrovata qui. Non ho idea di che sito internet sia questo, comunque volevo farti i complimenti perché sei riuscita a farmi tornare la tranquillità in questa giornata inquieta. Amo scrivere anch’io, anch’io mi sono posta quelle stesse domande retoriche come: “Cosa significa saper scrivere bene?” oppure: “Chi è che non ama scrivere?”. Con la sola differenza che ancora ho da fare tantissime scelte nella mia vita: solo a giugno sosterrò gli esami di maturità (si spera). Quindi magari sono in tempo per capire che non devo fare qualcos’altro tra qualche anno, ma inseguire la mia passione nonostante le difficoltà di una professione così “precaria”.
    Ecco, sono partita con l’intenzione di chiederti un consiglio pretendendo che da poche righe tu capissi se si tratta davvero di una vocazione. Invece son chiusa nelle mie convinzioni e nella mia falsa modestia, contro i miei genitori e contro chi crede che stia sognando un po’ troppo. Un bacio e buon anno, a questo punto 🙂

    1. cara anastasia, quando ho letto che sei ancora al liceo ho fatto un balzo sul divano (…). beh, brava: sintetica e chiara. ho appena letto l’articolo di un professorone e non ci ho capito un tubo. vien voglia di pregarvi di non crescere…
      ma proprio perché sei ancora al liceo, l’unica cosa che mi sento di consigliarti è di godertela, e di studiare studiare studiare finché puoi e finché ti diverte.
      io non avevo deciso di fare la giornalista, non ci avrei nemmeno pensato, semplicemente perché vengo da un ambiente in cui giornalisti non ce ne sono. se uno conosce dieci cose, la sua passione la sceglie tra quelle dieci cose, ed è un po’ limitante. oppure se la sceglie dall’altra parte della luna, ma senza aver capito bene che cosa sia davvero quel mestiere, ed è un po’ pericoloso.
      insomma: goditi l’università. è l’unico periodo della vita in cui ti sarà consentito studiare quel che vuoi, rinchiusa in camera o in giro per il mondo, e fare domande e domande a gente pagata per darti retta. quindi scegliti un corso di laurea pesante, approfittane. evita i corsi con nomi troppo nuovi e troppo lunghi: tua nonna deve capire al volo che cosa stai studiando. ammazzati di pizzichi e di curiosità. e poi rimanda la decisione al postlaurea: ormai, è il postlaurea che fa la differenza e da qui al tuo postlaurea questo paese fa in tempo a cambiare (si spera in meglio) ancora un bel po’.
      in bocca al lupo e sursum corda.

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