Arrivederci, amore, ciao: è finito il contratto alla radio. E l’ho voluto io

Questa è una storia d’amore. Come tutte le migliori storie d’amore, a un certo punto finisce. Io ve la racconto dal fondo. Perché l’inizio è scontato, poi arriva la routine e assomiglia a quella di tutte le storie d’amore. Quindi cominciamo dal fondo, coraggio.
Due giorni fa è scaduto il mio – credo – quindicesimo contratto in Rai, a Radio3.
Ma stavolta, dopo quindici contratti, ci sono un po’ di novità. Per esempio che non si prevede un mio rientro in redazione a breve. E per esempio che io stessa lo considero un congedo.
Stavolta ero stata io, prima dell’estate, a chiedere un contratto corto. L’avevo chiesto ultracorto. Due mesi soli, invece dei consueti quattro e mezzo. Perché in genere mi fanno (facevano) due contratti da quattro mesi e mezzo all’anno, per un totale di nove mesi: la regola – apparentemente – inderogabile infatti è che quelli come me si debbano fermare dodici settimane all’anno. Nove mesi di lavoro, come quelli a tempo determinato che si fermano durante l’estate: e la ragione ovvia, sebbene non dichiarata, è che così si impedisce, o almeno si ostacola, il riconoscimento di un rapporto di lavoro semidipendente anche se basato su un contratto di consulenza esterna a partita Iva.
Consulenza esterna a partita Iva, attenzione, per un programma quotidiano che va in onda dal primo gennaio al trentun dicembre e che non ha interni in redazione se non (quando c’è) la programmista regista.

Avevo chiesto due mesi anche perché a me piace ribaltare le cose, a volte. E fare il contrario di quello che ci si aspetta che faccia. Quelli come me, in genere, pietiscono contratti più lunghi: visto che siamo pagati a cottimo, fare una settimana in meno di pausa contrattuale significa intascare due soldini in più. E di deroghe alla regola inderogabile ne ho viste parecchie e continuo a vederne.
Ma, accidenti, quei due soldini negli ultimi anni erano diventati proprio due soldini. Ho la partita Iva, appunto, per cui se faccio una fattura da cento so di poter contare su un netto approssimativo di cinquanta, cinquantacinque euro. Tasse, contributi e frattaglie varie le pago tutte da me. Così quando la Rai mi dà 105 euro al giorno, qualsiasi cosa faccia in quel giorno (è la famosa equità del trattamento che inaugura la deriva fancazzista in cui si è del tutto incapaci di riconoscere pesi e valori della gente che lavora per te) mi dà meno di quel che serva a tagliarsi i capelli in zona Prati a Roma, meno di quel che costi un’andata-ritorno per Pisa, meno di quel che sia necessario per pagare la bolletta del telefono. Molto meno. Cinquanta euro, più o meno, che la mia (bravissima) donna delle pulizie rumena guadagna in sei ore e mezzo di lavoro, mentre a me ne servono otto o nove per tirar su.
Non voglio togliere niente alla professionalità di Angelika, ma pensavo che anche il mio fosse un lavoro superqualificato.

C’è da aggiungere che quei due soldini sono diminuiti a ogni contratto. Così mentre vedevo crescere le mie mansioni, la complicazione del lavoro, le mie responsabilità e anche le mie capacità, il compenso calava inesorabile verso quei ridicoli mille euro al mese nove mesi all’anno. Ah, ovviamente si intende senza sussidio di disoccupazione nei restanti tre mesi, senza ferie, malattia, gravidanza (anzi: se resto incinta la Rai può rescindere il contratto) e con un sacco di piccole vessazioni e complicazioni che, probabilmente, sono fatte apposta per scoraggiarti. Anche pagarti con quattro mesi di ritardo scoraggia parecchio, a dire il vero.
Sono calati senza possibilità di discussione.
Sono calati, ma, a dispetto dell’equità del trattamento di cui sopra, sono calati per qualcuno di più e per qualcuno di meno. Alla fine, per varie ragioni molte delle quali sensate e comprensibili, io ero quella che prendeva di meno in redazione. A volte anche molto di meno. Ed erano quasi tre anni che succedeva così.
Tre anni, non esattamente un tempo da barricadera. Tre anni prima di riuscire a battere i pugni sul tavolo.

Tre anni, perché a me quel lavoro lì e quella gente lì a me piacciono tantissimo.
Per cui uno può anche dirsi che, vabbè, troverà da sé altre forme di compenso. E un po’ è anche vero: da tre anni, mi prendevo un giorno o due al mese per andare a fare altri lavori, cercavo di uscire un po’ prima, o almeno quando il lavoro era davvero finito senza temporeggiare in redazione in attesa di una forse-telefonata.
Tre anni perché lì dentro non si finisce di imparare.
E tre anni perché lì dentro si respira una bella libertà, di pensiero e di creatività.

Poi ti dicono che quello è un lavoro che ripaga in bellezza. Ti costringono a rispondere grettamente che con la bellezza non ci si pagano le bollette. Ti vergogni un po’. E tre anni passano in fretta.

Quello è il lavoro che sento di saper fare meglio. Anche quando chino la testa sulla tastiera, e scrivo – perché scrivo, scrivo, scrivo – e godo come un riccio per una frase particolarmente ben riuscita, per tre parole messe in fila che a leggerle a voce alta hanno un suono che mi dà un piacere infantile, o per una chiosa azzeccata che mi sembra di aver pennellato sulla tela, alla fine mi rendo conto che, insomma. A pensare e a fare radio sono più brava. Ho avuto ottimi maestri, ho avuto i colleghi migliori del mondo, sono stata in un posto in cui ci si corregge e si discute di continuo, e si migliora tutti insieme. E il risultato è questo qui.
Datemi una cuffia e un microfono e vi parlerò di qualsiasi cazzata con grande competenza e vivacità. Magari non a tutti piace come lo faccio, ma a me sì. Non mi deconcentro mai e sento i neuroni che guizzano nella mia testa come non riesco mai a farli guizzare.

Però c’è la dignità. C’è anche il senso che, insomma, il lavoro vada difeso. Che non si possa svendere e che non si possano svendere le proprie capacità, perché significa svalutarle. E con le tue, si svalutano anche quelle degli altri, si scredita il mercato, la qualità… (già detto e ridetto). E poi, basta farsi due conti in tasca.
Ho un mondo là fuori che mi aspetta. La crisi a volte mi sembra un pretesto. Sto lavorando tanto, quest’anno chiuderò la contabilità con più di trenta fatture. Ho un paio di bei progetti miei sui quali voglio investire. Senza uccidermi di fatica. Ho da parte quanto mi basta a pensare di poter finalmente tornare a fare un viaggione in Sudamerica. E pazienza per microfono e cuffie. Trentaquattro anni ce li ho adesso, mica l’ho deciso io.

La storia va a finire così*:
sono caduta in piedi, credo. E tra un po’ vi racconterò dove e come.
Ho salutato i miei colleghi della radio: un po’ con un peso in fondo allo stomaco, un po’ con la certezza che li rivedrò presto perché non può mica andar sempre tutto di sfiga lì dentro.
E poi, accidenti: è vero che la radio paga troppo poco, ma sono veri anche quei discorsi sulla bellezza e tutto il resto.
Io, là dentro, ci ho lasciato un bel pezzo di cuore. E prima o poi passerei anche a riprendermelo.

*questo è il momento esatto in cui è scattato il riflesso di autonoia. Quello per cui… minchia quanto chiacchiero… chiudere, chiudere!

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23 pensieri su “Arrivederci, amore, ciao: è finito il contratto alla radio. E l’ho voluto io

  1. Complimenti per il coraggio e la dignità con cui difendi il tuo lavoro. Hai fatto quello di cui molti, nelle tue stesse condizioni, non avrebbero avuto il coraggio. Cioè, non proprio nelle stesse, a dir la verità, perché è evidente che non tutti si sentono così entusiasti all’idea di ricominciare da un’altra parte, non confidano in se stessi come fai tu. Che evidentemente non sei una persona mediocre, incredula di stare lì dove sta, e perciò “ricattabile”. Questo senza voler offendere chi scelte come la tua non le fa per altre ragioni, che però – io credo – presuppongono sempre mancanza di fiducia: incapacità di slanci, di entusiasmi, di libertà mentale vera. Piaga che, tra le tante, rende questo sfortunato Paese quel regno sotto incantesimo maligno che è. E che fa apparire molto difficile, malgrado gli auspici, un cambiamento sensibile, se non palingenetico addirittura. Detto questo spero per te che possa davvero tornare a condurre Radio 3-scienza a palingenesi avvenuta, quando il tuo lavoro superqualificato sarà considerato finalmente tale, o almeno un po’ più remunerato di quello di una sciampista di Prati. In bocca al lupo!

  2. Ti auguro ogni bene perche’ sei una professionista seria e capace, credo troverai migliori trattamenti da persone che sapranno apprezzare in te quelle qualita’ che in rai per loro ottusita’ non potevano o volevano giustamente quantificare.

  3. …ti darei una testata (non giornalistica!).
    Sicuramente è molto femminile il sollievo di essere stata tu ad andartene, speriamo che abbia almeno guardato PRIMA dove vai a cadere in piedi.
    Proprio non capisco come possa la tua ribellione NON VIOLENTA tutelare la dignità del vostro lavoro (cosa ne dicono i tuoi ex-colleghi?)
    E cosa potremmo fare noi FANS? Inondiamo la RAI di lettere di protesta? Oltretutto il vostro direttore credevo fosse il non-plus-ultrà!
    Se aspetti il miracolo della profezia MAYA sei partita in anticipo di un anno!
    Non ci saranno mai i soldi alla RAI, neanche quando papy andrà in gabbia (stasera Renzi diceva ad un Fazio gongolante che i dirigenti delle aziende dovrebbero guadagnare al massimo 10 volte lo stipendio dell’ ultimo dei dipendenti (lo diceva a FAZIO!))
    Solo più una curiosità: io mi ricordo di tue puntate fine 2005 – inizio 2006, erano più di tre anni che ti ascoltavamo (poveri orfani)

    1. Silvia, è una grande, è coraggiosa,non c’è niente da aggiungere. Anche se in futuro potrebbe non essere roseo (MA LE AUGURO DI CUORE IL CONTRARIO!!!) visto il momento storico, anche se non potrebbe non avere guardato “dove cade in piedi”, come dici tu, la sua decisione ha centrato appieno il problema di noi “GiovaniProfessionistiPrecariCostrettiALavorareAp.IVAcioèSenzaDirittiSoloTasseFornendoGrandePassioneEProfessionalitàCheDifficilimenteSarannoRiconosciute”.
      Potrei stare qui ore a discuterne per ore eviscerando i numerosi punti d’ombra della questione, ma sai qual è il problema vero,andrea?
      Il problema è che se un Paese non investe nelle sue professionalità, se l’unica prospettiva è spremere noi giovani e costringerci ad accettare paghe che a 30 anni non ti permettono di investire nei tuoi progetti futuri, che siano avere una famiglia o investire sulla tua professione senza ricorrere a mami e papi, se ti costringere a scegliere lavori con un unico criterio, “cosa mi farà pagare l’affitto il mese prossimo”, esplicitamente senza nessuna prospettiva……in che direzione stiamo andando?
      Pessimo, pessimo periodo per il nostro paese quello che stiamo vivendo.
      E come dice Silvia “c’è la dignità, il lavoro va difeso”. Vi prego ragazzi, basta accettare stage non retribuiti o paghe da fame. Non facciamo altro che svalutare noi stessi!

  4. Da tuo fan radiofonico mi dispiace tantissimo. Da professionista superqualificato partita iva che lavora con la pubblica amministrazione a contratti sempre più assurdi hai il mio appoggio totale e incondizionato e il mio più forte in bocca al lupo.

  5. Appoggio questa tua scelta.
    Complimenti e tanta stima da parte mia.
    un abbraccio, prima o poi sentirò ancora la tua voce, ne sono certo!

  6. Lettera d’amore? Hai trovato di meglio e te ne vai. Bastava dire questo, invece di una barocca, narcisitica telenovela..
    Semplicemente. Giornalismo è anche sintesi ed informazione

    1. no, non è vero.
      quando ho chiesto il contratto di due mesi non avevo niente di “meglio” se non il mio tempo e i miei mille lavori di freelance.
      adesso non so se mi sia capitato di “meglio”, di certo è qualcosa di nuovo e mi considero molto fortunata per il fatto che mi sia capitato. sì, mi è capitato: non mi ero ancora messa a cercare alternative. anche perché il viaggione in sudamerica lo avrei fatto davvero, prima di rimettermi a lavorare sul serio. invece così, probabilmente, devo rimettere lo zaino a posto, almeno per qualche altro mese.
      (grazie per la fiducia, comunque, eh).

  7. Carissima Silvia,
    non ci conosciamo ma abbiamo in comune tutto questo amore e questa rabbia e frustrazione e senso di ingiustizia e soprattutto sbigottimento e infine noia. Ho un passato di precaria Rai, 10 anni tra Radiouno e Tg3, 10 anni di contratti,contrattini, sospensioni, timori, e tanto tanto lavoro appassionato, felice quando stavo dentro e non uscivo mai, infelice e timorosa quando ne uscivo in attesa di poter tornare a lavorare. Fare parte di qualcosa ma non completamente, poi, all’improvviso, non fare parte di nulla, un’altalena che sfianca . E quegli stipendi ridicoli, mascherati sotto la dicitura collaborazioni, quando lavoravo 12 ore al giorno almeno. Be’, dopo 10 anni è arrivata un’offerta altrove, seria e concreta. E l’ho presa. Ma quel senso di ingiustizia me lo porto dentro intatto. E l’ho riletto tutto nelle tue parole. Sono dalla tua parte. Basta un cenno.
    Ciao

  8. Complimenti per la scelta di dignità e per le bellissime parole con cui l’hai espressa!!
    A noi cosa resta?
    1) naturalmente un pò di nostalgia per non averti più nelle nostre mattinate
    2) indignazione
    3) Giacobbo
    4) Alberto Angela, la cui penosa “divulgazione” consiste nel commentare con ovvietà elementari spezzoni di vecchi sceneggiati
    …..sigh!!!!!

  9. Silvia, le cose non capitano. Sei tu (generico) che le fai capitare. Sei nota, brava, brillante, professionista, preparata. Ti agiti, ti muovi, parli, scrivi. Prima o poi incontri le occasioni. Se mancassi anche solo di una di quelle caratteristiche, avresti più difficoltà a farle capitare. Il tuo look before jumping ce l’hai alle spalle. Ed è tutto meritato. Ne conosco altre o altri così. Perdono 1 e guadagnano 100 (o un altro 1, non conta). Ma tieni pronto lo zaino, non si sa mai…

  10. A me non spiace proprio per nulla. Anzi, mi chiedo come mai non hai pensato prima a scrivere questo post:-)
    Certo, la tua voce in radio mi mancherà!
    Ma se ascolti le ragioni di altri che come te hanno abbandonato prima situazioni migliori…
    http://www.gravita-zero.org/2011/10/thin-different.html
    per poi ritornare trionfanti…
    Io ti dico… hai fatto la cosa migliore che tu possa avere fatto nella tua vita professionale!
    Vedrai che fuori sarai molto più apprezzata. Che avrai molto più tempo da dedicare a te stessa e al tuo lavoro
    e avrai molte più opportunità professionali. Mi raccomando: sii manager di te stessa!
    Vorreri davvero avere la macchina del tempo e potere mostrarti cosa è possibile fare (e quello che farai) ora che hai la mente libera e il tempo per poterlo fare.
    Ci risentiamo tra qualche mese… di sicuro con buone notizie!

  11. Cara Silvia, ti ho sempre ascoltata ed apprezzata al massimo ogni volta che ho potuto, magari al lavoro, in laboratorio con l’auricolare.
    Non ti merita, il signor RAI.
    Fagli vedere i sorci verdi, conto di ritrovarti in qualche altro punto dell’ universo. Ti seguo sul blog.

    Anto561

  12. Ma davvero tutte le migliori storie d’amore a un certo punto finiscono?
    Cavolo. Pensavo di no.
    Vabbè, bel pezzo splenci. Che si fottano quelli di radio3scienza (colpirne uno per educarne 100). Non li ascolto più. Nè mi faccio più intervistare.
    Un bacio,

    L.

  13. In bocca al lupo per qualsiasi cosa ci sia nel tuo futuro!
    Per favore fai sapere tempestivamente su questo blog quando e dove apparirà ogni tua nuova attività (articolo di rivista, programma radiofonico o tv, collaborazione a qualche sito, o altro che non riesco ad immaginare…).
    Cavolo, fai bazilioni di lavori, mi piacerebbe poter leggere/ascoltare/vedere anche il resto!
    [Cosmo ho provato a guardarlo, ma escludendo le parti dove ci sei tu, il programma è onestamente squallidino, dal montaggio alla presentatrice 🙂 ]

    Dai, pubblicizzati! Non solo verso i possibili clienti ma anche verso gli utenti finali [accidenti, a causa delle vicende giudiziarie di una certa persona questo termine ormai ha assunto una connotazione raccapricciante…]

  14. Silvia, mi dispiace non avere più modo di sentirti per Radio (da quando ci sono passata per caso un annetto fa sono diventata una vostra fan).

    Forse perchè sono femmina, perchè sono un medico non medico come te, sono sicura che se hai preso questa decisione l’hai fatto con ragionevolezza, e che se dici di essere caduta in piedi, vuol dire che davanti a te hai qualche interessante e stimolante opportunità.

    Mi sento toccata dal tuo resoconto, perchè anche io da venerdì 28 ottobre sono rimasta senza lavoro. Pensa che altro che 1 ora per 2 banane e 2 mesi di pausa, a me hanno proposto di continuare a lavorare come “volontaria”, nel posto in cui ho lavorato per due anni e mezzo, svolgendo le stesse mansioni ma senza una postzione fissa, una linea telefonica, e pagandomi l’assicurazione sanitaria (ho 33 anni e mezzo, lavoro da 7, ho vissuto in 3 continenti, parlo 3 lingue, ho una laurea, un diploma e un master).
    Eppure, cocciutamente, io questo Paese non lo voglio lasciare, perchè credo che -anche grazie a gente come te e con le tue capacità- in qualche modo lo potremo migliorare.
    Sono scesa un po’ sul personalistico, vabbè….in bocca al lupo per questa nuova fase della tua vita!Non mollare.

  15. Ciao Silvia, mi sono accorto tardi che eri sparita da Radio3 Scienza. Ascolto sempre in podcast e con grande ritardo. I tuoi ex-colleghi sono bravi, ma per chiunque ascolti quella trasmissione non puoi che essere considerata la migliore. Spero di risentirti presto!

  16. Peccato non sentirti più!
    Secondo me sei cosí brava che il tuo Pezzo di cuore tornerai a prendertelo.
    Cambiar strada porta a cambiar marcia: o scali o metti la quinta…
    Auguri

  17. Cara Silvia. Io sono uno di quelli che non ha sentito la tua mancanza da Radio3 Scienza. E che nel frattempo continua a soffrire pesantemente quella tua così fantastica collega che si chiama Rossella Panarese, il vero dominus da cui forse dipende tanto questa tua storia.
    Nel conoscere i dettagli, comunque, posto che non sono stupito di nulla, sento che mi dispiace davvero. E’ una condizione di precariato durissima, fa il pari con quella che, in altri contesti, vivo io da oltre una decina d’anni.
    Non ti meriti affatto la vita che hai passato. Ti meriti molto di meglio. Potessi fare a modo mio, saprei chi buttare giù dalla torre per fare spazio a chi lo si merita davvero.
    Tieni duro!

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