Ancora 15.10: a mente fredda, abbiamo fatto una cazzata

Dove lavoro io, due banane costano un euro.
Che poi una è tornata a casa, ha fatto passare una settimana, si è ripresa: è riuscita persino a finire ammollo al Colosseo il giorno del Sono Pienidipattume Questi tombiniRomani.
Ma due banane, una per me e una per la mia amica, continuo a pagarle quanto otto minuti di onorato lavoro in Rai. Un taglio di capelli, dalle parti di dove lavoro io, costa come un giorno, un’ora e venticinque minuti del mio lavoro. Un pranzo a mensa me lo fanno pagare come tre quarti d’ora dei miei.
Dicevo: una è tornata a casa e si è ripresa dalla paura per essere finita in mezzo ai blackbloc, e magari due giorni dopo si è pure concessa lo sfizio di due banane dal fruttivendolo a due passi dal lavoro. Ma questa cosa che una settimana fa la gente sia scesa in piazza per protestare contro l’ingiustizia sociale delle due banane, per dire che lo strapotere delle banche sta mandando la gente disperatamente sul lastrico invece che serenamente dal parrucchiere (e poi tutti a pranzo a mensa), e soprattutto che sia stata comunque una bellissima manifestazione a me continua a sembrare inaccettabile.
Anzi, le cose che non mi vanno ancora giù sono le seguenti frasi, sentite e risentite, lette e rilette:
1. è stata una manifestazione bellissima, peccato che sia stata rovinata dai blackbloc
2. i giornalisti dovrebbero smetterla di parlare solo delle violenze perché… (vedi punto 1).

Non è stata una bellissima manifestazione. Non lo è stata per niente: è stata orrenda. Lo sapevamo da giorni che sarebbe stata così.
Ma anche. Poniamo che i blacblock ci abbiano colto di sorpresa quel sabato lì. Poniamo che davvero chi se li aspettava, chi li aveva invitati? Poniamo che nei giorni precedenti non ci fossero state occupazioni e manganellate, provocazioni e tensione, tutta roba che i buoni gestiscono più o meno bene, ma che dà modo ai cretini di cominciare a scaldarsi le mani. Poniamo che davvero sabato la manifestazione sia cominciata solo con palloncini, striscioni e musica. Ma, beati ragazzi, basta che uno ogni venti abbia uno smartphone e non ci sono scuse. E infatti già dopo un’ora tutti al corteo sapevano di auto incendiate e di vetrine spaccate. I buoni avrebbero dovuto andarsene. O almeno dovrebbero dissociarsi oggi, e ammettere di aver fatto un errore. Mentre i cretini, oggi, sono lì che gongolano.

Chi ha messo la propria faccia in piazza (me compresa, accidenti) ha permesso a quelli di spaccare mezza città. Anzi: ha permesso loro di farlo durante una manifestazione per la giustizia sociale.
Ma non lo vediamo il controsenso?
Sono stati fatti due milioni di euro di danni in nome delle mie due banane. E adesso la città ha due milioni di euro in meno con cui gestire cose come parchi, panchine, strade e piste ciclabili (un sentito grazie ai blackbloc a nome di tutti quelli che hanno bambini piccoli, nonni anziani e biciclette).
Che cosa abbiamo dimostrato? Loro un’incomprensibile rabbia verso una peugeot cinque parcheggiata in via Labicana. Noi il nostro desiderio di giustizia sociale e l’odio verso lo strapotere delle banche. Ma forse sono parole troppo vaghe, o forse c’è qualcosa di sbagliato nella scelta delle modalità, se le mie due banane continuano a costare otto minuti di lavoro superqualificato e le altalene al parchetto dove la mia collega porta il bimbo a giocare non ci saranno ancora per un po’.
Via: una bellissima manifestazione per la giustizia sociale avrebbe dovuto prevedere un blitz per il montaggio di altalene nei parchi e la consegna di pagnotte-regalo ai pensionati con la minima. Sarebbe stato bellissimo, sì. Mentre adesso, forza, diciamocelo: abbiamo fatto una cazzata.
Alla fine, tutto questo mi fa pensare a quella poesia di Brecht sulla guerra, che diceva fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.

E poi ho non riesco a non pensare che tra violenti e non-violenti, per come sono andate le cose, ci sia stata una gamma molto ampia di comportamenti ma nessuna cesura netta. Una manifestazione non autorizzata è già un pochino più violenta di una manifestazione autorizzata. Tagliare una rete con una cesoia è più violento ancora. Poco, d’accordo. Andare a una manifestazione con il volto coperto è peggio. Per me, anche andarci a volto scoperto, ma con un limone in tasca, è un’azione subdolamente violenta, perché significa fate pure. Poi si possono rompere le insegne dei negozi, si possono staccare i pali da terra, divellere i cestini della spazzatura, rovesciare i cassonetti. E, dopo, dar loro fuoco. Un passo avanti e si può decidere di incendiare una macchina e poco più in là si può tirare una molotov nella finestra aperta di un edificio.
D’accordo, fatemi argomentare. Non si tratta delle stesse cose: un petardo e una bomba carta non sono paragonabili. Ma può essere una china. Che ne sai di chi hai accanto (tanto più se si tratta di una manifestazione nata senza organizzazioni, firme, cartelli, partiti) e di come interpreta il tuo gesto? Di come lo rilancia o di come ne approfitta per fare casino? Di chi ti sta scavalcando nel corteo e perché?
E poi ho deciso che non voglio compiere azioni illegali (soprattutto se le loro conseguenze ricadono su altre persone), nemmeno se si tratta di leggi che non condivido. Non è la mia trasgressione che cambierà quella legge. Così come non sono un palo divelto o una vetrina rotta che cambieranno il prezzo delle mie due banane.
Ok. Tagliare una rete con una cesoia può essere comprensibile in una situazione estrema. Ma insomma, ripenso ai ragazzi egiziani, a quante botte hanno preso pur di non fare azioni violente e di restare pervicacemente dalla parte dei buoni. E credo che ci voglia un po’ di misura delle cose. Dire se non hai un futuro è ovvio che ti incazzi non giustifica la stessa azione di chi lotta davvero per la libertà e non merita proprio il paragone con i vecchi partigiani o con i resistenti delle primavere arabe.
Noi, in fondo, una banana nello zainetto ce l’avevamo (quasi) tutti.

Parentesi. Non voglio credere alla storia dei blackbloc messi lì dalla polizia. Mi basta guardare le foto dei poliziotti sanguinanti per non crederci. O ascoltare l’altra mia collega, che dice di aver chiesto a un poliziotto durante la manifestazione (forse provocatoriamente, non so): eh, oggi ne avrete di grattacapi… E lui: io moltissimi, perché a questa manifestazione ci è voluta andare anche mia figlia…
Non ci voglio credere perché non è che si sia detto gran bene del sindaco, della polizia e delle altre autorità, dopo.
Non ci voglio credere e non voglio nemmeno tirar fuori Valle Giulia e Pasolini.
Non ci voglio credere e poi non cambierebbe molto il mio pensiero.
(a proposito: ma i blackbloc non si offendono? Non hanno voglia di rivendicare le proprie azioni? Di dire altro che polizia, siamo stati noi! Come ogni terrorista che si rispetti. Questo di nuovo mi fa pensare che fossero una massa di cretini violenti senza arte né parte, deficienti e forse anche abbastanza figli di papà).

Infine, la storia dei giornalisti che avrebbero dovuto parlare della bellissima manifestazione e non dei blackbloc. Benedetti figlioli. Ma è ovvio che se c’è una manifestazione pacifica in cui si chiede la pace nel mondo e poi uno irrompe con un carrarmato, la notizia è che è arrivato un carrarmato. Uomo morde cane e così via. Voi che cosa leggete sui giornali, quando (per fortuna) non parlano di voi?
Funziona così: non ci si può ribellare. C’è gente che ne ha fatto un mestiere e gente che ci ha scritto dei libri.
Non sono i giornalisti che si fanno vittime dei blackbloc e smettono di vedere la realtà delle cose perché si fanno ingannare da chi fa più rumore. Siete voi (noi) vittime dei blackbloc (e ci siete, ci siamo, caduti con tutte le scarpe) perché probabilmente quelli sapevano benissimo che a spaccare la vetrina si guadagna più visibilità che ad agitare una bandierina. Allora bisognava fare due cose: o impedire loro di spaccare la vetrina o impedire loro di avere a disposizione fotografi e giornalisti pronti a immortalare dinamiche e conseguenze del loro spaccamento di vetrina. Quindi, per quanto mi riguarda, evitare di fare la manifestazione. O evitare di farla così: senza grandi contenuti, con parole d’ordine arrabbiate e poco costruttive, senza un servizio d’ordine dichiarato e pronto da giorni, con un lungo preludio fatto di occupazioni e manganellate.

Mi dispiace, ma non ci sto. Le banane continuerò a pagarle otto minuti di lavoro. So che c’è gente in questo paese che deve lavorare un’ora per averle. Ma so anche che quella gente, esattamente come me, da quella bellissima manifestazione non ha ottenuto e non otterrà niente. E ci è andata bene che non possediamo una peugeot cinque comprata a rate come quella che ho visto bruciare in via Labicana. Da oggi sarà più difficile scendere in piazza davvero e lo strapotere delle banche si farà un baffo di qualsiasi altro movimento di protesta popolare.
Io lo ammetto: ho fatto una cazzata. Mi dissocio da me stessa. Anche a costo di sembrarmi vecchia e reazionaria. E non darò il mio voto a chi oggi cerca di giustificare la rabbia per non avere un futuro così come non parteciperò più a manifestazioni organizzate da chi si permette di dire che è finito il tempo dei distinguo sulla violenza. Io distinguo ne voglio fare ancora. Credo che in questo stia un bel pezzo della mia forza e della mia libertà.

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5 pensieri su “Ancora 15.10: a mente fredda, abbiamo fatto una cazzata

  1. Ciao,
    Io anche ero molto scettica sulla manifestazione, più che altro sui contenuti piuttosto vaghi e fumosi, tuttavia, ho apprezzato il carattere universale di quella giornata che si astrae dalle solite politichette nazionali per raggiungere una dimensione più ampia.Quello che io ho percepito è la volontà di uscire dalle proprie sfere personali e capire che, come anche tu hai detto, ognuno è un granello di sabbia (cito te) che non ha senso a sè ma solo in una comunità di cittadini consapevoli per cui non importa se io ho il mio contratto a temo indeterminato se il dirimpettatio deve ritornare a casa dei suoi perchè non riesce a pagare l’affitto.
    La rabbia che io legittimo è solo quella dei manifestanti che sono stati privati del diritto di gestire la loro giornata. I black block non sono una frangia un pò più incazzata dello stesso movimento ma solo anarchici in cerca di effetti shock e i disordini avvenuti secondo me erano rivolti proprio a impedire ai “buoni” di giungere a piazza san Giovanni dove ci sarebbero stati comizi.
    L’azione era rivolta non solo contro i simboli del capitalismo ma anche contro gli stessi manifestanti giudicati troppo pacifici, lontani dai centri del potere e quindi dire che i buoni siano stati quasi consenzienti a questa forma di violenza mi sembra troppo. Chi doveva vigiliare sul regolare andamento della manifestazione evidentemente l’ha fatto male non forse per colpa sua, anzi, io credo che fondamentalmente quella giornata sia stata così sottovalutata dai poteri forti per cui ci sia stata una negligenza molto consapevole.I buoni hanno fatto quello che potevano fare e sinceramente rinunciare a quella giornata di eco mondiale sarebbe stato insensato e di un distacco che non si poteva pretendere.
    Il tuo sguardo sul mondo a volte mi sembra troppo disincantato, quello dell’intellettuale arroccato nel suo club elitario che guarda ciò che succede dall’angolo della finestra. Io credo che a volte bisogna metterci la faccia nel bene e nel male, sbagliando anche e che le battaglie piccole o grandi che siano vadano portate avanti insieme perchè come ha detto un indignado spagnolo ” sono qui per scoprire cosa posso diventare con l’aiuto degli altri”. Internet e i blog sono mezzi molto potenti ma la piazza è la piazza e solo coinvolgendo entrambi si avranno i risultati della primavera araba.
    Per ora è tutto..
    Ciao
    Serena

  2. Peccato che il pezzo sia bellissimo, peccato che sia scritto da Dio, peccato che venga dal profondo e sia un quadro perfetto della situazione. Peccato, perché su molte cose non sono d’accordo; perché se qualcuno mi dice “non facciamo le manifestazioni sennò arrivano i cattivoni (che non sono intortati con la polizia, su questo siamo d’accordo)” io rispondo “allora, cosa facciamo?”. Perché le parole d’ordine precisine non le avevano i borghesi in Francia e neppure – se ricordo bene – Lenin in Russia. E la rivoluzione americana era contro, così come erano e sono contro contro le “rivoluzioni” nord africane (stiamo attenti alle definizioni – in Libia la sharia sarà legge, tè, beccatevi questa). Se aspettiamo le idee o il servizio d’ordine ordinato, le banche continueranno a chiederci i soldi per salvare il loro sederino rosa che loro stesse hanno messo all’aria. E mi ricordo un paio di manifestazioni a Milano e in Italia (non trent’anni fa, adesso) in cui non è accaduto niente e le parole d’ordine erano solo “vogliamo rispetto” (e potevano anche essere “non esistono più le mezze stagioni”). Perché non si può fare una cosa così? Perché sono accadute quelle cose a Roma? Risolviamo questo problema, ma non smettiamo di manifestare. Non ti va bene il corteo? Neanche a me, meglio il sit in, piantare alberi, far volare cose con i palloncini, vestirsi di rosa o viola o color kiwi. Ma se ci fermiamo per paura dei black bloc, hanno vinto in due. E siamo noi che abbiamo perso.
    Ciao Silvia

  3. Sono d’accordo parzialmente con te. La manifestazione del 15 è nata male perché aveva una piattaforma del minchia, ma se avesse avuto una piattaforma migliore non sarebbe vissuta meglio.
    Non sono contrario a mettere in atto delle forzature, a patto che ci sia un buon motivo per farle (e il 15 non c’era). Ma penso che quelle che messe in atto il 15 siano state quelle più stupide. Se ci fosse stato un tentativo di forzare il percorso della manifestazione per andare a palazzo Chigi sarebbe stato molto più significativo (meglio ancora se un’azione del genere fosse stata in un qualche modo concordata con i responsabili dell’ordine della piazza).

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