Reporter per caso: il 15 ottobre, sotto casa mia

A mente fredda, la cosa peggiore è stata vedere ragazzini di vent’anni, vestiti da ragazzini di vent’anni, ridere passandosi spicchi di limone. Il limone serve per ridurre gli effetti dei gas lacrimogeni: lo so, qualcuno me lo deve aver raccontato in una di quelle cronache epiche sugli anni settanta. Ma non mi verrebbe mai in mente di andare a una manifestazione con un limone in tasca. Loro invece ci avevano pensato: sarà per questo che loro sembravano divertirsi, mentre a me tremavano le gambe e quasi non riuscivo a camminare.

Io, a questa manifestazione, non ci volevo andare. Una piattaforma inconsistente, dicevo ai miei colleghi: anzi, un sacco di piattaforme e nessuna degna di essere definita tale. La maggior parte non era nemmeno firmata. E a parte cose ovvie tipo equità, diritti, giustizia sociale, noi non siamo responsabili del debito pubblico… boh, non c’era niente. Cioè: qualcosa c’era. Quell’idiotissima richiesta di default del paese: andiamo in bancarotta, dicono, poi si ricomincerà. Sì, bravi.

Però c’erano i miei colleghi, i miei amici, anime belle, idealisti e arrabbiati, ma gente in gamba e incapace di fare male a una mosca: anzi, qualcuno è pure un po’ sovrappeso. E poi vabbè: son curiosa. Così fino alle quattro ho fatto altro poi sono risalita da Piazza San Giovanni in bicicletta (ingenua) – dove la manifestazione, a quanto avevo capito, sarebbe arrivata un paio di ore dopo – e ho pensato di poterli raggiungere in via dei Fori Imperiali (ingenua ingenua). Invece i facinorosi avevano scavalcato il corteo, si erano messi in testa, camminando a passo veloce verso la piazza lungo via Emanuele Filiberto. Ed esattamente alle 16.15 mi sono venuti incontro. Mi ci sono improvvisamente trovata in mezzo. In mezzo. Avevo la mia bicicletta per mano e andavo in senso contrario a loro.

(Qui non c’è la foto, perché sono dovuta scappare. Più volte. Con la bici per mano. E i blackbloc, casco in testa e manganello, mi spingevano di lato, mi venivano addosso, correvano da tutte le parti. Poi fumo, botti, urla, scene di panico. Sono corsa via, per quanto ho potuto. Ma non avevo più le gambe. Mi sono addossata a un muro e ho provato a chiamare un paio di amici, ma appena hanno risposto mi sono resa conto di non riuscire nemmeno a parlare. Mi usciva un filo di voce, parole sconnesse, non sapevo, non riuscivo, non capivo. Non ho mai avuto tanta paura come in quei momenti. E ogni venti secondi ricominciavo a correre. Dove non ricordo. Quindi niente foto, ecco).

A mente fredda, la seconda cosa peggiore è stata rientrare a casa senza aver incontrato i colleghi, che intanto stavano in coda al corteo e probabilmente non hanno visto niente di diverso da una pacifica manifestazione. E rientrare con i capelli che puzzavano di fumo e un sapore acido in bocca.
Perché quando sono riuscita a legare la bici in un posto che mi pareva tranquillo (lo è stato per venti minuti, probabilmente, povera bicicletta mia), mi sono avvicinata alla fermata Manzoni, quella dove prendo la metro per andare alla radio. Ero a duecento metri da casa, ma volevo vedere. La situazione sembrava essersi fatta tranquilla: il paesaggio era come lo vedete qui sotto, un paesaggio streetfight di fine estate, fatto di fumo e deficienti con la macchina fotografica.

Cretini di vario ordine e grado, cassonetti in fiamme, fotografi, fotografi, fotografi. E ogni tanto un capannello di sessantenni da circolo Arci che litigava sulla manifestazione: bisognava andarci, non bisognava andarci, i partiti servono, i partiti non servono, il servizio d’ordine dov’è, la polizia dov’è, ma la vogliamo o non la vogliamo, ma quanto sono cretini questi, hanno rovinato tutto… Una di loro mi ha detto, orgogliosa, di aver tolto il bavaglio a un blackbloc ragazzetto e di avergli gridato che cavolo stai facendo?! Levati questo coso e smettila di fare casino! Avrei voluto vederla.

Lì ho incontrato un vecchio amico. Maglioncino beige, stava cercando il cugino. E, facendoci coraggio a vicenda, abbiamo percorso cinquanta metri di via Labicana. Eccone l’imbocco.

Anzi: eccola.

Non sono mai stata un cuor di leone. Non ho niente da dimostrare e se una cosa mi fa paura lo dico serenamente. Lì, con l’amico mio in maglioncino accanto, avevo paura. Per cui all’incrocio di via Labicana con via Merulana mi sono bloccata. L’impressione era che la polizia avesse in qualche modo disperso i manifestanti, invece di canalizzarli: il percorso della manifestazione era stato deviato (le strade raffigurate nelle foto qui sopra erano inagibili, grazie: posso testimoniarlo anch’io) e in ogni strada c’erano frammenti smarriti di corteo e disordini di vario ordine e grado. A quell’incrocio si vedeva un tizio con un’enorme bandiera rossa, un po’ di ragazzotti con casco e maschera antigas che tiravano sassi, manifestanti anarchici (uno grossissimo e pelato mi ha fermato: mi scusi, signora, saprebbe mica indicarmi come si arriva a Piazza San Giovanni? tenero… aveva perso i suoi amici anche lui…). Poi venti metri di strada libera. E una fila di poliziotti schierati a bloccare quella che in quel momento era la testa della manifestazione. Davanti a loro, un palazzo che sembrava interamente in fiamme (forse questa foto andrebbe ingrandita, per vedere i poliziotti là in fondo).

All’ennesima fuga caotica di ragazzotti vestiti di nero, all’ennesimo sasso che ho visto volare, all’ennesimo vetro calpestato, all’ennesimo respiro amaro, e al primo spicchio di limone in mano a un ragazzino sorridente, ho deciso che era l’ora di tornare a casa. Da lì al mio portone, cinquecento metri di cronisti sapientemente in posa,

macchine in fiamme, cassonetti in fiamme e cassonetti da cui sbucavano oggetti contundenti nuovi di zecca

e poi poliziotti e ambulanze, poliziotti e ambulanze, poliziotti e ambulanze.

A mente fredda, la cosa peggiore è stata la sensazione che questo paese davvero non uscirà facilmente dalla situazione in cui è. Mi sono sentita ancora più sola di sempre: dopo la giornata della fiducia al Governo, una manifestazione in cui i più sensati se la prendono con Mario Draghi, i ragazzini incendiano la città e la polizia fa quello che fa la polizia a ogni manifestazione a rischio.
Adesso sono a casa: tutto è tranquillo. Mi sono fatta un doppio shampoo per togliere il puzzo di fumo. E ho controllato: un limone, in frigorifero, in effetti ce lo avevo.

Advertisements

15 pensieri su “Reporter per caso: il 15 ottobre, sotto casa mia

  1. 10 anni fa partii per genova da una cittadina di provincia
    con mia madre 50 enne.
    avevo appena dato la maturità, e le poche manifestazioni che avevo fatto, almeno erano in una città che conoscevo.
    ma noi no: “mamma andiamo,è morto un ragazzo ma andiamo, se partono i pulman andiamo”

    limoni
    cellulari
    paure
    caschi
    spranghe
    corse
    ho perso mia madre per 3 ore
    mi ha salvato un amico che ancora oggi gli devo un pò di vita

    ancora oggi difficilmente vado nei luoghi affollati
    e ancora oggi al cinema mi siedo di lato

    avevo molti amici che non se ne sono accorti che erano in un altro punto, lontano dal lungo mare.

    ancora oggi non riesco proprio ad andare alle manifestazioni no tav.

    e capisco le tue parole tutte
    e non riesco a capire perchè roma sia dovuta essere cosi in confronto alle altre città, ma non ho la malizia per capirlo

    e non so se le tute bianche di allora siano gli indignati di oggi

    non so se la parola indignados dia diritto alla violenza.

    se uno è indignato può scagliare e scagliarsi?

    non credo.
    non così.

    buonanotte.

    vale

  2. Leggo i tuoi post molto interessanti e mi chiedo che cos ci fai ancora lì: cara Silvia, fuggi subito con il tuo cervello lontano!
    Ho ancora la cittadinanza italiana ma il mio nonno materno è partito negli anni 30, il mio papà è partito negli anni 50, gli avi di mio marito idem. Ho potuto fare uno studio accademico, avere una famiglia e comprarmi una casa che riesco a mantenere. Ho una mia attività professionale e sono orgogliosa di riuscire a dare un salario a 15 dipendenti, molti dei quali a loro volta arrivano dall’Italia a cercare fortuna. Fortuna che si costruisce con il lavoro, la serietà, la precisione, il rispetto delle regole, il pagamento delle tasse dovute. Solo andando all’estero potete rendervi conto di come è assurda la situazione italiana.

  3. Ciao Silvia,
    grazie per il mini reportage… come sempre magistralmente scritto. Ma non so bene cosa dirti. Leggendoti, anche io sento quella specie di amaro in bocca che hai provato tu tornando a casa… sarà che qui dove vivo io la manifestazione (anzi, le manifestazioni) sono state belle, davvero pacifiche e colorate… e alla fine si sono anche divise in tre comodi colori per quelli che volevano agire sul campo della casa (verde), su quello della salute (bianco) e dell’educazione (rosso)… sarà perché questo movimento è nato qui in Spagna (e ha lasciato me e molti altri di stucco per la sua intelligenza, organizzazione, capacità di aggregazione)… sarà perché io certamente andavo con un approccio molto meno scettico del tuo… ma insomma, io continuo a crederci, continuo a credere che se milioni di persone in tutto il mondo finalmente si sono svegliate e finalmente dicono di esistere, forse qualcosa prima o poi cambierà, forse dovranno farci caso. Ah, e Roma è stata, sui giornali locali e su tutti gli altri, un trafiletto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...