Dieci euro a pezzo: un altro pacato contributo alla discussione (e giù le mani)

Sono stata alla manifestazione della Cgil, quella dei lavoratori pubblici e della conoscenza. Un sacco di gente lì per dire che vogliamo il posto fisso, il posto garantito, i cosiddetti diritti e le altre storie: la ricerca pubblica, l’università e i cervelli di rientro. Come dieci anni fa: tutti sorridenti al sole, la Repubblica in tasca, una banda di ottoni alle spalle che suona Bella Ciao, gente col sigaro e vecchi amici che si riconoscono tra la folla. Ma io non so se ci riesco più.
Mi viene la tristezza. Mi viene da dire che tanto abbiamo perso. Che è patetico continuare: siamo i girotondi malreloaded, Vecchioni ha vinto Sanremo e noi continuiamo a pensare di essere la parte migliore dell’Italia. Abbiamo sbagliato tutto, perché insistiamo?
Per fortuna poi c’è qualcuno che riattacca a dirmi che non devo prendermela con chi si fa pagare dieci euro a pezzo e mi ritorna il buonumore.

Mi spiego meglio. Non volevo dire che chi si fa pagare dieci euro a pezzo è causa, oggi, di un mercato dell’informazione che fa schifo. Volevo dire che potrebbe esserne causa domani. E che invece, oggi, potrebbe essere una delle soluzioni. O che almeno potrebbe provare a diventarlo. Sarebbe figo, no?
Cioè: non possiamo aspettarci una soluzione dall’alto. Non ci credo tanto all’arrivo di un calmiere imposto dalla politica, a un meccanismo di controlli, a un proclama dell’Ordine (anche perché, per esempio, a una come me l’Ordine non può fare né bene né male, non essendo iscritta pur facendo il mestiere come tanti altri – e mica l’ho scelto io, è semplicemente successo…). Vorrei piuttosto pensare a una soluzione dal basso, magari mossa da una miscela esplosiva di sentimenti come l’orgoglio e il senso di responsabilità.
L’orgoglio per dirsi: non sono un ragazzino che è qui per imparare, so fare questo lavoro e i miei pezzi a quello lì servono come l’aria. Me li deve pagare. E poi non posso accettare di non riuscire a vivere del mio lavoro, alla mia età.
Il senso di reponsabilità per dire: non accetterò di degradare il lavoro giornalistico, di rovinare il mercato (per il meccanismo al ribasso che blablabla) e di ingannare il pubblico. In più, non posso far diventare questo mestiere un mestiere da figli di papà, cioè da gente che si può permettere di guadagnare qualche centinaio di euro al mese perché tanto ci sono quei due signori lì che gli pagano l’affitto.
E poi magari accorgersi che, maporcapaletta, sono un cittadino anch’io e difendere il lavoro di chi gestisce l’informazione è quasi un dovere verso me stesso. Dovrei farlo anche se facessi un altro lavoro. Tipo: se facessi l’insegnante. Se facessi il medico. Se facessi l’autista dei mezzi pubblici. Se facessi l’avvocato. Illuminazione.

Eccomi ripiombata tra le facce sorridenti di questa manifestazione di anime belle. Ci sono i ricercatori, gli scienziati, ci sono i professori delle scuole, i lavoratori del sociale. Vedo anche qualcuno che si occupa di eventi culturali, mi pare di riconoscerli. Ci saranno di sicuro anche le mille forme di giornalisti, comunicatori, lavoratori dell’informazione e della cultura, quelli che mi assomigliano.
Forse sarei un po’ meno malinconica se qui qualcuno di loro salisse sul palco rinunciando a dire che vogliamo il posto fisso, i diritti, le garanzie e blablabla, che la nostra generazione (più un po’ di quarantenni avanzati) non si può permettere un mutuo e che siamo i nuovi poveri (che sarà anche vero, ma che palle).
Sarei meno malinconica se sentissi dire una cosa di disarmante semplicità tipo: “il mio lavoro serve a questo, io do il mio contributo alla società in questo modo, conviene a tutti difenderlo. E allora da domani rifiuterò di farmi pagare così poco, anche a costo di andare a servire in pizzeria, e lo farò per la nostra collettività. Lo farò, cioè, per tutti noi, anche per quelli là in fondo col camice bianco che continuano a chiedere l’assunzione perché sono dieci anni che sono in fila all’università e poi aggiungono in questo paese ci vuole meritocrazia (…). Lo farò per tutti perché il mio lavoro è un lavoro importante. Corollario: anche il vostro lo è e vi invito a fare altrettanto, grazie”.
Il mondo è cambiato, adesso siamo tutti lavoratori a tempo o con la partita Iva. Ma questo non significa che siamo cittadini a tempo o che non abbiamo responsabilità a lungo termine verso la società.
Li guardo, sto in un angolo: mi annoia il vittimismo, mi vien voglia di andarmene. Poi boh, sarà che ho il mio orgoglio, anche troppo. Oppure sarà che mi viene da sghignazzare. Li vedo e penso che saremo qui tra altri dieci anni, di nuovo a chiedere cose anacronistiche e un po’ miopi. Ma io, a proposito di girotondi, mi sentirò ancora, come oggi, una splendida partita Iva.


Segnalo un blog maggiore che dice le stesse cose (… insomma, in un certo senso…) ma dalla prospettiva di chi sta dentro ai giornali. Da leggere tutto: Piovono rane di Alessandro Gilioli sul giornalismo precario.

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5 pensieri su “Dieci euro a pezzo: un altro pacato contributo alla discussione (e giù le mani)

  1. Eh, si. Decisamente anacronistico.
    Quello che vorresti fare tu è molto semplice. Una volta esistevano i sindacati e i partiti con gli ideali. A quello servivano. E i diritti furono acquisiti.

    Poi i sindacati e i partiti con gli ideali si sono estinti e gli accrocchi inutili di oggi hanno smesso di agire in quel senso.

    Quello che manca oggi è proprio quel collante trasversale fra le categorie. Quello che dice “E noi incrociamo le braccia ad oltranza. Tutti. Per mesi. O vediamo adesso…”

  2. Ciao Silvia,
    Sbirciando sul tuo curriculum, che di certo non sembra quello dell’ultima arrivata, mi è sorta una domanda:quanto servono le competenze e le qualifiche che hai acquisito nel poter contrattare per esempio il prezzo di un articolo?
    Ti senti valorizzata nella giusta maniera o ti senti più nella mischia delle partite iva farlocche?
    Sai ho letto che in Danimarca il concetto di sicurezza sociale non equivale a posto fisso ma alla garanzia di avere politiche di formazione che consentano di acquisire le competenze per essere sempre competitivi sul mercato.
    Mi chiedo, appunto sulla base della tua esperienza ,se in Italia ci si senta un pò più sicuri con il bagaglio di master, contromaster, stage non retribuiti , o se tutti sono uguali a tutti.Potrei ricevere risposte abbastanze scontate( non da te) del tipo” devi avere i giusti contatti ecc..” ma mi piacerebbe sapere appunto in quale modo ci si può ” armare” in una società precaria come questa.
    Non so se mi sono spiegata bene..:-D
    Serena

    1. ti sei spiegata benissimo ma temo di non avere in tasca una risposta onesizefitall per tutti i sottotipi di mercato dell’informazione.
      per me, vale di più la carriera sul campo di quella accademica: i libri con le relative traduzioni, il lavoro alla radio, quello con le scuole… vale moltissimo il modo di presentarmi, con una certa sicurezza che un tempo non avevo.
      però nemmeno queste cose funzionano sempre.
      di certo il master ha contato moltissimo per dare l’avvio alla mia carriera (carriera…). adesso però non lo nomino quasi più se non per dire che sono figlia di una certa scuola, ma intendendo una scuola di pensiero più che una scuola professionalizzante. ormai, e da un pezzo, cammino sulle mie gambe e ho fatto più strada di quel che gli studi mi avevano preparato a fare.
      la laurea la cito quando devo mettere zitto qualche presuntuoso di scienziato ottuso, o quando voglio sfoderare la curiosità, o quando devo spiegare perché certe cose mi siano ovvie e siano sedimentate nella mia mente da una decina di anni almeno.
      per il resto, temo che il metodo danese qui finirebbe per diventare un’altra forma di ecm. non so: non ci credo tanto.

      e allora la mia ricetta è più o meno questa: se devi decidere che cosa studiare, fatti la roba più dura e più altisonante che ti passi sotto mano. vola alto. vola altissimo. poi fatti un culo così per qualche anno (tanto, se sei piccina, nessuno ti viene a chiedere la trasferta gratis, la moderazione gratis, la sfacchinata dall’altra parte del paese gratis), ma conserva un po’ di dignità e impara a farti valere: se sei la prima a chiedere poco, gli altri ci mettono un attimo a decidere che vali poco. zero presunzione, finché non avrà senso averne. ma qualche punto fermo.
      a me ha aiutato molto il pensiero di dover essere economicamente autonoma.
      e ha aiutato molto la curiosità. più cose impari a fare e più sarai versatile e, toh, soddisfatta.
      mi ha anche aiutato la possibilità di discutere continuamente con gente stimolante e attenta, ma del tipo che non se ne trova tanta in giro e a cui sono sempre grata.
      quindi auguri (boh: in alto i cuori e su la testa?),
      ciao,
      s.

  3. A proposito dell’augurio. Mi rimanda a quello nel film sotiene Pereira. “Occhi aperti e cuore in mano”
    Poi, quello che dici della manifestazione non mi piace. Io non voglio il posto fisso (anche se non nego che probabilmente non sarebbe male). Io vorrei poter trovare lavoro. La pensione, la carriere, il posto fisso per me sono quasi rimembranze di un’impostazione che ebbi

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