Dieci euro a pezzo: il mio pacato contributo alla discussione

Dice che chi nasce tondo nun pò morì quadrato. Succede lo stesso agli scassacazzi: nun posson morì tranquilli. E io, modestamente, scassacazzo lo nacqui. Tondo tondo.
Per cui ecco il mio pensiero sul precariato dell’informazione e su noialtri che ci stiamo affogando dentro.

Per me, chi accetta di farsi pagare dieci euro ad articolo non è un poverino da compatire, ma un irresponsabile. Punto. (O, più banalmente, è uno che non ci ha mai pensato, uno di primo pelo, uno che non è abituato a riflettere sulla propria posizione nel mondo come a quella di un frammento di una collettività… ma proviamo a ragionarci, allora, prima di parlare).
Ricomincio: uno con una buona preparazione e una certa sicurezza di sé che accetta di lavorare per così poco è un irresponsabile perché un articolo è (o dovrebbe essere) una cosa preziosa così come la fiducia di chi lo legge.
Per scrivere un articolo si devono fare telefonate, si deve passare un po’ di tempo a leggere e a pensare, si devono verificare le fonti e confrontare le posizioni. Si deve scrivere, appunto. E poi ci si deve mettere la firma sotto. Tutto questo ha un costo, oggettivo, a cui si aggiunge il costo impalpabile del lavoro intellettuale, quello per cui non tutte le firme sono uguali ma ogni firma vale più di zero. Chi legge l’articolo, poi, lo fa (o lo dovrebbe fare) pensando di leggere il risultato di un certo impegno professionale. E anche questa fiducia ha un prezzo, che corrisponde più o meno alla monetina che ogni mattina passiamo all’edicolante.

Ora, lui, il collega mio che, poverino, ha accettato di essere pagato così poco, sono sicura che abbia avuto le sue buone ragioni per farlo e che, nonostante il compenso esiguo, si sia dedicato con la necessaria abnegazione alla redazione di un pezzo decente. Ma il mercato? Finché c’è gente che accetta di lavorare per così poco, il nostro lavoro varrà poco e ci sarà sempre qualcuno che accetterà di scrivere per un euro meno di noi, in un infinito gioco al ribasso. La qualità di quel che scriviamo ne risente. E la qualità di quel che leggiamo dove va a finire?

Cavolo, il nostro lavoro è importante in questo mondo. Siamo quelli che fanno circolare le notizie, che permettono il dibattito pubblico, che fanno emergere le situazioni che qualcuno vorrebbe nascondere.
Anzi, vi dico di più: tutti i lavori sono importanti a questo mondo. E comunque siamo in un libero mercato, accidenti. Tutti noi lavoratori abbiamo un ruolo e una responsabilità nei confronti della società e, ahimé, tutti noi abbiamo bisogno di soldi per vivere.
A chi piacerebbe sapere che il medico che lo sta operando di appendicite ha accettato di farlo per due lire, perché intanto impara, perché così tiene un piede dentro all’ospedale, perché non ha alternative e non c’è nessun ospedale che gli offre di più? Siamo tutti lavoratori e cittadini, e viviamo per la fiducia nella professionalità degli altri: dall’autista dell’autobus alla parrucchiera, dal portinaio al barista che ci sta dando il caffè. Di questa gente scegliamo di fidarci e perciò a questa gente corrispondiamo un po’ dei nostri soldi. E questo per rimanere solo alle prime ore della mattina.

Bene, proseguo. Il mio collega, poverino, che scrive per dieci euro a pezzo dovrebbe avere un’alzata di dignità per se stesso (del tipo: voglio diventare grande!) e smettere di ambire alla coccola del fratello maggiore (quello che lo chiama poverino, appunto). Dovrebbe cominciare a pensare a se stesso non solo come uno che avrebbe tanta passione per una cosa che non gli permettono di fare (uffi!). Ma come un sano professionista che vende il prodotto della sua penna per un prezzo non inferiore a quello che dà valore alla penna medesima. E questo per il bene dell’intera categoria e della società tutta.

Infine, per essere onesti: il collega poverino che lavora per dieci euro a pezzo è un irresponsabile ma fa bene a dirlo. Non a lamentarsi, non a cercare la pacca sulla spalla del pietoso fratellone. Ma a dirlo: lavoro per dieci euro a pezzo. Perché noi che facciamo informazione parliamo da anni del precariato degli altri: la scuola, la ricerca, l’industria… Tutti precari, ma guarda. Però nascondiamo, per paura o per omertà, quello che affligge noi. In questo, facciamo un danno ancora maggiore alla società che ci ospita: che ne sa il lettore di come è stato scritto quell’articolo lì? E allora bravi i colleghi che denunciano.
Il passo successivo, lo dico da tondo consapevole di essere nato irrimediabilmente e insopportabilmente tondo, sarebbe quello di guardarsi negli occhi e di dire… ragazzi, via: da domani mai più.

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17 pensieri su “Dieci euro a pezzo: il mio pacato contributo alla discussione

  1. ciao silvia.
    sono vale, quella da torino.

    leggo le tue righe e le condivido.
    e credo che valga per molti ambiti: l’informazione, la medicina, l’insegnamento, la ricerca universitaria e non.

    c’è chi accetta. anche io accetto, spesso accetto, e talvolta non accetto se mi rendo conto che non è accettabile per me fare un lavoro che dovrebbe esser considerato tale ma che rasenta il volontariato.

    non bisogna più dire che è opportuno rifiutare, perchè molti non rifiutano per mille motivi, mille.
    forse bisognerebbe dire: c’è un modo per mettere d’accordo i precari e far si che si rifiutino tutti e tutti insieme?
    non si può?
    la rete, i tetti o le piazze non possono farlo?

    questo non lo so.

    vale

    1. eh, dovrei dedicare un post al perché è quasi impossibile fare lobby nelle professioni intellettuali. cioè: non lo so precisamente, ci devo pensare e devo studiare (per esempio, “vita da free lance” ne parla diffusamente ma non so se sono d’accordissimo con loro). ho il sospetto che ci siano difficoltà strutturali per chi sta in un mercato del tipo homo homini lupus e che il mercato homo homini lupus sia stato creato anche per questo.
      (ah: devo anche fare un post sul concetto di rischio).

      1. Il rischio di nonsentirsi mai appagati
        Il rischio di non sapere se davvero stai battendo i posti giusti
        Il rischio di rinunciare a qualcosa per qualcosa che non sai
        Il rischio di far le cose insieme
        Il rischio della depressione

        Il rischio del no

        I no fanno paura

        Vale torino

  2. Parole sante. La qualità, questa sconosciuta.

    Quello che dici non fa una piega, ma la controparte (“l’imprenditore”) che ne pensa?. Possibile che lui alla qualità dei suoi prodotti non ci tenga, e che non si renda conto che sottopagare le risorse (e dico Risorse) è ingiusto e che poi non potrà nemmeno pretendere che facciano un lavoro a regola d’arte ? Si, è possibile e avviene quotidianamente. Si dirà che questo modo di operare, dovrebbe (nel mondo ideale), nuocere all’immagine dell’azienda. Nemmeno per sogno!

    Ma il consumatore allora che dice ? Nulla, nella maggior parte dei casi i consumatori sono presi in giro e ci cascano dentro con tutte le scarpe (basta andare al supermercato ed acquistare un litro di olio Extravergine d’oliva a € 3,50 per farci fregare…. semplicemente non stiamo comprando quello che crediamo).

    E le risorse ? Per l’imprenditore le risorse non esistono, esistono solo i costi.

    Ma allora cosa interessa davvero all’imprenditore ? mumble mumble…

    In pratica abbiamo una situazione per cui le aziende vendono prodotti di qualità mediobassa, che cercano di spacciare come buoni, consumatori perlopiù ignari, e risorse che devono sgomitare per lavorare in un mercato (giungla?) che gioca al ribasso. Il professionista sottopagato è solo un tassello, ma è tutta la filiera ad essere compromessa. Dire no tutti insieme appassionatamente ? Sarebbe bello, tanto bello quanto improbabile (anzi visto l’andazzo, le cose non possono che peggiorare).

    Il punto è, che se vero quello che dicono le statistiche, per cui il 45% della ricchezza italiana è distribuita nel 10% delle famiglie, qui qualcuno ci sta marciando, e nemmeno poco. Ma chi sono questi signori ? Provo ad indovinare. Secondo me sono quelli che hanno sempre in bocca la COM-PE-TI-TI-VI-TÁ, ma che in testa hanno solo i profitti (ok, in certi casi qualcuno ha in testa anche un’altra cosa…) Di fatto il mondo dell’industria (e della “grande” imprenditoria) è un potere forte in Italia, e nelle democrazie (per essere tali), ci dovrebbe essere una controparte che spinga per bilanciare le cose. Nel nostro caso credo che questo ruolo dovrebbe spettare almeno a Politica e Sindacati, ma gli inviati di “Chi l’ha visto” li stanno ancora cercando.

  3. Ho scoperto da poco e letto con grande piacere molti post di questo blog, in cui abbondano sia acume che prospettiva; ma in questo caso il discorso mi pare non stare in piedi.

    Premesso che non sono un collega e che mai nessuno mi ha pagato per servirsi di quello che scrivo (avessi i soldi, non dubito che farei fatica a trovare abbastanza gente disposta a leggermi per 10 euro al pezzo), nei termini delle logiche del mercato cui si riferisce questo pezzo, mi pare che l’appello sia infondato quanto irrealistico, purtroppo. Da un lato, c’è l’asimmetria fra numero e possibilità dei lavoratori e dei padroni, drammaticamente acuita dal fenomeno della globalizzazione, oltre che da quello dell’istruzione di massa, cui spesso non si può opporre la specificità locale del lavoro e della lingua (un dato per tutti: http://www.lsdi.it/2008/06/27/un-giornale-usa-trasferisce-in-india-parte-dell%E2%80%99-attivita-redazionale/ se addirittura le redazioni della stampa locale statunitense si spostano in India…), senza contare che in molti casi una discreta traduzione (forse non troppo distante dall’essere addirittura ottenibile quasi senza revisione coi traduttori automatici – da bravo italiano, come descritti in un altro post su questo blog, non conosco il tedesco, ma mi è spesso capitato di adoperarne per “leggere” fonti d’informazione in quella lingua e, pur senza riscontri, mi pare di aver forse sempre afferrato il senso di quanto leggevo in italiese) rende abbastanza sostituibile gran parte del lavoro di validi professionisti dell’informazione. Se a ciò aggiungiamo il degrado della qualità effettiva di gran parte del lavoro giornalistico – analogo a quello dell’olio extravergine – e, perché no, la possibile qualità della produzione di chi scrive solo per passione, se ne può desumere che le uniche specificità su cui un giornalista può contare per non vedersi necessariamente appiattito, quando non travolto, sulle condizioni lavorative della concorrenza più disperata, come le operaie di Barletta, sono o quella dell’anchor(wo)man di moda, o quella del lavoro di ricerca fisicamente sul campo, su temi di interesse e rilevanza locale. Pensare che ciò possa dare da mangiare a ogni aspirante giornalista capace mi pare infondato come sostenere, come il Gramellini odierno, che gli italiani non dovrebbero fare magliette, ma prodotti di qualità inimitabile e servizi di turismo di qualità per gli stranieri abbienti (peraltro in continua, costante e inarrestabile contrazione): francamente ridicolo, per chi non ha la possibilità di mangiare di voli pindarici.

    Inoltre mi pare un discorso irrealistico, nello specifico, perché molti degli aspiranti giornalisti sono tali prima di tutto per vocazione, alcuni forse “lavorano” gratuitamente su dei blog e sarebbero lieti, pur di fregiarsi della qualifica di “giornalista”, anche di farlo gratis, finché di soldi ne hanno, per potersene fregiare e/o raggiungere un vasto pubblico. Né hanno alternative a disposizione: non possono darsi alla ricerca, all’insegnamento o a quant’altro. Scommetto che, se non un neurochirurgo, ci siano fior di ingegneri in cerca di occupazione che, se dotati della capacità di scrivere, ci metterebbero l’articolo, oltre che la firma, per divenire giornalisti in materia tecnologica. Bisognerebbe riesumare il motto “proletari di tutto il mondo, unitevi!”, nel senso di quanto detto da vale, ma non ce l’hanno mai fatta neanche i proletari di una volta, con sistemi di valori abbastanza univoci e addirittura la speranza di una soluzione sistemica ritenuta dai più possibile. Figurarsi i “cognitari” di oggi, così privi di speranza da tentare di rimuovere anche la constatazione della loro disperazione non tanto sulle condizioni attuali, già gravi, ma circa qualunque prospettiva concepita, nonché divisi su tutto e gravati dall’intoppo di un’intelligenza di fronte alla quale è più difficile tanto nascondersi quanto accordarsi.

    Non ho mai sentito di soluzioni sistemiche ottenute tramite la volontà o l’intelligenza dei singoli e purtroppo i problemi riguardano la conformazione di ogni struttura dominata dalle logiche di mercato, non solo il mercato editoriale.

    Non per questo ci sarebbe motivo di disperare: le società umane sono senza dubbio strutture dinamiche caotiche anche se i fattori di semplificazione vi agiscono in modo sempre più prepotente. Ma sono ben lontane dal vedere ridotta a pochi fattori controllabili la loro complessità e, perciò, qualora emerga qualche logica strutturale diversa da quella del mercato (e da quella dello stato, che si è dimostrata in modo inequivocabile più inadatta all’ambiente), è possibile che si affermi relativamente in fretta qualche ordine strutturalmente migliore per le condizioni ambientali. Essendo noi persone, gruppi e comunità gli elementi che compongono l’ambiente sociale, ci può essere ragione di sperare, a voler ragionare.

    1. aspetta, non sono sicura di aver capito.
      tu dici che gli aspiranti giornalisti sono troppi (vero), hanno spesso una scarsa preparazione (vero) e sono spesso mossi da una generica “passione” che ritengono sufficiente per fare il mestiere e che ritengono, anzi, motivazione lodevole e meritoria. ma che invece…
      su questo sono d’accordo, anche se forse non è carino dirlo da parte mia.
      trovo che la passione, la vocazione, il desiderio infantile e tutte queste cose qui siano delle gran fregature quando si parla di lavoro.
      ce lo hanno messo in testa da piccoli e diventano il modo per farci sbattere la testa contro lo stesso muro per anni, in un mondo che, ci dicono, richiede semmai flessibilità.
      perché se uno conosce dieci, sceglierà la sua passione tra dieci. e la undicesima cosa, che magari sarebbe quella più adatta a lui e in cui lui avrebbe da raccogliere la maggiore felicità, finisce per non vederla.
      con grave danno a sé e ai suoi sfortunati colleghi.
      ok.
      e poi dici che la soluzione non può venire dai singoli.
      vero. ma noi abbiamo enormi difficoltà a fare corporazione e quindi non ci resta che la dignità dei singoli, visto che non ne costruiremo mai una di gruppo (mai… forse mai… chissà…).
      è così?
      infine dici che possiamo aspettare con fiducia la mano invisibile.
      sbaglio?
      e la mano invisibile che cosa farà?

      io volevo dire che la precarietà non è un insieme di problemi personali, ma un problema sociale. e che nell’informazione questo è particolarmente grave, perché il danno che si può fare al mondo è bello grande.
      e allora proponevo di smettere di essere noi stessi causa dell’abbassamento di qualità del mercato, non tanto per risollevare i nostri conti in banca (ce ne vuole…) quanto per dimostrare di avere coscienza del nostro ruolo nella società.

      1. In effetti, non mi sono fatto capire affatto.
        Gli aspiranti sono troppi e troppo appassionati, sì, ma il fatto è che non c’è bisogno (per questo sistema, s’intende, non che non ce ne sarebbe uno assoluto) di un numero più che infimo di giornalisti (e non solo) competenti, attenti, magari addirittura “validi cercatori” di notizie rilevanti.
        Dico semmai che, giacché il problema è sistemico, determinato in parole povere dalle logiche descritte da Marx circa il compimento di quello che si traduceva con mondializzazione ed è per me impossibile distinguere da ciò che oggi si chiama globalizzazione del sistema capitalistico, o di mercato, occuparsi di soluzioni o quantomeno risposte microcontestuali equivale a preoccuparsi di se e come sia meglio sguazzare o cercare di ramazzare il tinello allagato quando c’è la diga fallata a monte e essa sta per rovinare totalmente (senza per questo trovare risolutive le proposte di Marx, né dei marxismi di Stato o di Opposizione; conoscessi bene la Storia della Scienza saprei sicuramente indicare a menadito circostanze in cui critici efficaci di una teoria non erano per questo portatori di proposte più efficaci).
        Suggerisco che, anche chi fa il medico per vocazione e con competenza mirabile, se si trova in una sera brumosa di cent’anni fa il prossimo aprile, su un piroscafo di cui, per rendere attinente la metafora, ha avuto modo di accorgersi che fa rotta verso un iceberg, allora, anche in presenza di un ammalato a rischio immediato di sopravvivenza, ha ragione di occuparsene solo nel caso si accerti che qualcuno provveda a imporre il cambio di rotta. In situazioni più dinamiche accade che l’esercizio della sua professione venga progressivamente pregiudicato, prima di trovarsi con l’acqua alla gola o allo sviluppo congruente alle diverse situazioni. La dinamica è la stessa (anche se non sempre ci si trova su un’imbarcazione destinata a affondare causando il male assoluto della maggior parte dei viaggiatori, ma nel caso degli sviluppi economici, sociali e ambientali in atto credo di poter affermare che la metafora sia piuttosto stringente).
        Lungi da me invitare a credere alla mano invisibile. Semmai mi pare che sia il caso di fare presente che non c’è bisogno di comprendere il Teorema di Arrow e il lavoro di Scarf o di Sen – che fra l’altro non ricordo nemmeno quasi più (nemmeno il cognome di Scarf, non ci fosse wikipedia) – per capire non solo che in una spiaggia in cui ci sono diversi venditori, se da quella spiaggia non c’è uscita, si tende a finire con due grossissimisti al centro della spiaggia e, attorno, se va bene e serve loro, cacciatori e raccoglitori di sabbia sempre più privi di risorse e possibilità (con quelli ricacciati alle periferie della spiaggia messi davvero malissimo).
        Invito a tenere però presente il fatto che, se la situazione del giornalismo è grave e appare irrimediabile sulla base delle scelte spontanee dei singoli, almeno quando è grave ogni situazione che si muova secondo le stesse logiche, allora in un contesto dinamico e molto complesso non c’è motivo di disperare della possibilità che si possano manifestare, anche se inizialmente in modo periferico, ordini differenti capaci di adattarsi meglio all’ambiente, come può accadere – che io sappia – in ogni struttura abbastanza caotica. Il fatto che non sia accaduto finora, nonostante alcuni tentativi, può voler dire solo che non era il momento più adatto per le alternative tentate, ma può anche significare che non erano proposte migliori per l’ambiente (cioè in questo caso le persone). A ciascuno valutare se rivalutare il socialismo di stato col collasso della democrazia di mercato; ma, se posso continuare, troverei terrificante che qualcuno si augurasse per il bene proprio e comune di finire in un sistema di stampo sovietico o (se possibile ancora peggio) cinese. Trovo che chi non possa auspicarselo (né una nuova forma di feudalesimo o qualunque altro ordinamento passato), almeno se non può trovare ragionevolmente in grado di affermarsi facendo di meglio qualche modello che magari gli piace (dall’anarcocapitalismo alla comune, passando per il regno dei cieli piuttosto che quello delle coscienze risvegliate dalla rete, quelli del “documentario” Zeitgeist piuttosto che quello dei kibbutz, quello dei Mario Monti o Montezemolo piuttosto che quello degli Obama, o altri), dovrebbe proprio porsi il problema di se e come possa essere possibile trovare soluzioni migliori. Infatti, se le risposte elaborate apparse finora hanno fallito, significa che difficilmente risposte disorganiche e spontanee potranno produrre di meglio.
        La cosa è gravissima, se si pensa che non è detto che qualcosa di più adatto si affermi con il deteriorarsi dell’ambiente. Le logiche della democrazia di mercato oggi sono egemoni nella società, come lo è la specie umana nell’ecosistema, su tutto è il pianeta. Noi possiamo essere soppiantati solo da specie più performanti, non certo da lupi, pecore o leoni, finché le condizioni non impediranno la nostra sopravvivenza (come nei racconti di apocalissi nucleari in cui ci sopravvivono gli scarafaggi, piuttosto che la ratta, piuttosto che robottini o più verosimilmente software – i quali ultimi non è detto che, divenendo viventi, non possano avere le caratteristiche per sopravanzarci e soppiantarci anche senza una nostra estinzione autoindotta). Lo stesso vale per le logiche del capitalismo ed è facile che lo statalismo non possa sopravvivere meglio dei maiali a ciò che può davvero metter fuori gioco i fattori (intesi come padroni della fattoria).
        Naturalmente, il fatto che ci sia in giro la peste non significa che ci si debba immolare a prescindere da tutto nella ricerca di una cura: ognuno ha nella sua condizione personale (e oggi qui in Italia nella condizione collettiva) problemi urgentissimi da affrontare, se possibile, anche solo per poter sperare di essere in grado di sopravvivere per coglierla, qualche soluzione, qualora si manifestasse. Contrastare il contrastabile è impellente. Ma questo non contrasta col rilevare che, più che preoccuparsi di notare l’avanzamento dei sintomi e invitare le cellule colpite a non cedervi, sarebbe importante che quei pochi che hanno la capacità di intendere a fondo la situazione si preoccupassero di notare il bisogno di soluzioni sistemiche al punto da affermare logiche diverse da quelle imperanti e da quelle alternative note per non essere più soddisfacenti. Non che se ne debbano occupare tutti, come nel caso di un’epidemia: se tutti si dedicassero interamente a cercare le soluzioni, ci si ritroverebbe nello stato finale della cecità descritta da Saramago ben prima che questa colpisca tutti. Ma, soprattutto se non c’è ragione di supporre che quelli deputati e in grado di determinare la ricerca di soluzioni le producano (cosa verosimile quando il problema deriva proprio dal modo in cui si diviene rappresentanti e/o determinanti), ancor più quando il bisogno di soluzioni adeguate non solo non viene soddisfatto, ma non è nemmeno largamente avvertito, anche se chiaramente non saranno mai i canali ufficiali a chiedere di comunicarlo, chi ha la capacità e la competenza per comunicarlo, ha ragione di farlo.
        Non è detto che non possano esserci soluzioni adeguate, ma certamente è più facile che, nel caso, esse incontrino un ambiente adatto a ospitarne l’incubazione se il bisogno è avvertito e diffuso da chi, in grado di riconoscere i sintomi, può riconoscere il male che li genera e l’eventuale assenza di cure adeguate e insufficienza di ricerca per trovarle.
        Non è detto che una specie come la nostra, nella quale alcuni fanno scoperte e trovano metodologie in grado di diffondersi ampiamente riguardo ogni aspetto del mondo, debba necessariamente accontentarsi per la vita in comune della soluzione dei (maschi) alfa, quelli più capaci di alzare la voce e di prendere di più agli altri dandogli meno. Ma, se una soluzione migliore può darsi, è importante che chi ne è in grado evidenzi i punti fondamentali della domanda insoddisfatta.
        Chiedo scusa per la logorrea e spero si capisca che non ho inteso spostare il punto mettendo troppa carne al fuoco, ma evidenziare che, se il problema è come ritengo incontestabile l’incendio intorno, è più produttivo cercare di notarlo e di avvertire la necessità di soluzioni dell’adeguato ordine di grandezza.

  4. Concordo… ma non vedo soluzione.
    Credo che le cose valgano quanto uno è disposto a pagarle. La notizia oggi vale 10 euro (e meno… a me hanno proposto 3 euro lordi) perché gli editori non vogliono pagare di più. Ma il costo di produzione della notizia è più elevato. Come li si costringe a pagare? Scioperando in massa. Ma i precari non possono scioperare. Come ci deprecarizziamo? Facendo cambiare la legge sul lavoro. Non mi pare che sia la direzione desiderata dalla politica.
    E ora il pessimismo:
    Io credo che il giornalismo sia morto. Sopravviveranno i giornali, i siti, le tv, ma l’informazione non sarà più gestita da giornalisti. Nell’era della comunicazione globale, sarebbe anti-democratico riservare per legge l’informazione a una categoria professionale. La libertà di espressione e informazione di tutti è superiore al diritto/dovere di cronaca di alcuni.

  5. Dopo la scuola di giornalismo (2 anni) ho cominciato a scrivere gratis per un giornale locale, pregando il caporedattore di turno di riservarmi almeno qualche articolo alla settimana. Poi gratis per una rivista on line. Poi gratis per un’altra rivista on line. Nel frattempo ho cercato un altro lavoro. Poi mi hanno cercato loro, e ho cominciato a scrivere per 28 euro ad articolo. Poi un altro giornale locale mi ha chiesto di collaborare e ho accettato per 5 euro ad articolo. E un altro portale mi ha cercato per lavorare gratis. E qui ho rifiutato. Poi ho cominciato ad abbandonare solo quello che mi dava 5 euro ad articolo e ho mantenuto l’altro (il cui compenso era sceso nel frattempo a 25 euro ad articolo). Ho fatto molta esperienza e sono migliorato. Ho imparato molte cose tecniche, ma anche la bellezza e l’importanza di questo lavoro, che dovrebbe essere valorizzato di più e ne gioverebbe l’informazione nel suo complesso. E’ accettabile guadagnare poco all’inizio, ma non si dovrebbe consentire ai giornali di reiterare assunzioni di praticanti (o aspiranti giornalisti) in continuazione. Non riesco a condannare chi accetta di lavorare e impratichirsi, seppure a un compenso così basso. Condanno il sistema che consente agli editori di lavorare come se fossero imprenditori di produzioni industriali, dove contano i pezzi finiti e non la qualità del prodotto.

  6. Mi piace il commento di Nicola. In particolare quando considera che l’errore è considerare il lavoratore come un mezzo in una catena di montaggio che guarda alla serialità e non alla qualità

  7. Ho appena accettato (di nuovo)un contratto naturalmente a Partita Iva di fisioterapie domiciliari per conto Asl. A 12 euro l’ora. Come hai scritto altrove, sono circa 8 euro l’ora (quanto la signora delle pulizie del mio vicino) senza contare la benzina e tutto il resto.
    Probabilmente, come dici tu, sono un’irresponsabile.
    Sinceramente non so come comportarmi, a parte pensare all’emigrazione.
    Se avete suggerimenti sensati, sono i benvenuti.

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