Gud prais mai friend: perché io valgo anche se mi paghi poco, tiè.

Non c’era bisogno che ce lo dicesse Mastercard. Ci sono cose che hanno un valore e cose che hanno un prezzo. E cose che hanno sia un valore sia un prezzo, magari un prezzo che dipende dal valore o un valore che dipende dal prezzo. Nel senso che il prezzo è il valore economico della cosa, ma poi ci possono essere altri fattori che le danno valore, come i sentimenti e così via. Mi sto incartando. A questo punto, in genere, chiamo il fratello economista per una spiegazioncina di tre quarti d’ora, da cui esco con idee sbagliate ma esaltanti tipo come risollevare l’economia mondiale e giungere alla pace del mondo in tre mosse. Ma sono di fretta e anche il tempo ha un valore.

Per esempio, una cosa che ha grande valore ma non ha prezzo è il volontariato. Bello, il volontariato. Una cosa che ha un gran prezzo e che non ha valore è, per me, un Suv. Per me, perché non mi piace guidare e poi abito a Roma e con un Suv non saprei che cosa farci. Anche con un cavallo, a dire il vero. Da questo però capisco che il valore è soggettivo, il prezzo no. Infatti quando si è in vacanza e ci si sente liberi di contrattare al mercatino (perché la Lonely Planet dice che è educazione farlo), e quindi il prezzo lo vedi variare lì per lì a seconda dell’acquirente, c’è chi accetta di chiudere la trattativa pagando un prezzo più alto e chi no. Chi paga di più dà più valore alla, poniamo, collanina di ametiste: perché proprio la vuole, perché sarà un regalo bellissimo, perché non vuole perdere tempo, perché ha più soldi in tasca, perché non ne ha mai vista una prima di oggi, perché ha un’amica che la stava cercando disperatamente. Chi vuole pagarla di meno accetta il rischio di non comprarla proprio, e quindi le dà poco valore. Pazienza: o uan dollar mai friend good prais for mi, o niente.

Potrei andare avanti a lungo. Quando lasci il caricabatterie del telefonino a casa e te ne accorgi la sera in albergo. Quando ti risvegli e ti accorgi di aver dimenticato anche il dentifricio. Quando aspetti due ore un autobus notturno che non arriva. Ecco che roba di poco prezzo può diventare ai tuoi occhi di grande valore. Quando invece accendi per errore la tivù il sabato sera succede l’esatto contrario.

Nel mio lavoro, prezzo e valore dell’opera spesso funzionano così. La prestazione, poniamo una puntata alla radio o un articolo su un giornale, ha un prezzo fissato a monte. A dispetto del fatto che mi chiamino libero professionista, non è possibile contrattarlo e non dipende da quanto sono brava e ricercata. Anzi: il mio cliente in genere si fa un punto d’orgoglio del pagarlo a tutti sempre nella stessa misura (guarda, paghiamo tutti così, siamo equi…), che poi è anche un sistema per abbassarlo a tutti, di colpo, senza possibilità di discuterne (guarda, siamo costretti ad abbassare i compensi, lo facciamo con tutti, siamo equi…). Ma il valore che può avere è molto variabile.
Per esempio: se intervisto l’amico mio faccio molta molta meno fatica che a cercare una voce diversa, e se chiamo l’ufficio stampa dell’azienda che mi tempesta di comunicati probabilmente avrò anche qualche dato in più, senza nessuno sforzo. Peccato che nel primo caso faccia un servizio discutibile al pubblico (non è detto: ho amici strepitosi, io) e che nel secondo rischi di fare decisamente male il mio lavoro (è necessario che spieghi il perché?). Potrei giocare alla giornalista d’inchiesta, uscire di casa, fare più interviste, ammazzarmi di telefonate, scovare temi nuovi, situazioni critiche, aspetti loschi, ma chi me lo fa fare? Tanto sono pagata a cottimo, o ad articolo, e non mi è mai successo che al valore che ho dato alla mia opera corrispondesse un premio o una punizione: pagano tutto uguale, a tutti uguale, sono equi, no?! E poi la spesa al supermercato la pago con il prezzo, non con il valore, e dopo un po’ può anche scappare di decidere che il primo è più urgente.

Il punto è che il valore che do io alla mia opera ha un ovvio corrispettivo sul valore che quell’opera avrà per il pubblico, solo che il pubblico non sempre se ne accorge. Che ne sa, il pubblico, di come ho scelto il tema e chi intervistare? Il senso della mia opera potrebbe cambiare i suoi comportamenti, convincerlo a farsi curare una malattia che non ha o a fare qualcosa di diverso da quello che farebbe, ma il senso della mia opera potrebbe non essere corretto. Non vorrei montarmi la testa, ma è più o meno da queste parti che si piazza il valore sociale del mio lavoro e la mia responsabilità. Ed è più o meno dalle stesse parti che si dovrebbe trovare l’attenzione del pubblico al mercato dell’informazione, intesa come servizio alla collettività. Non faccio il medico, ma ho tutto l’interesse a battermi perché i medici possano crescere e lavorare in modo da garantire a me, paziente, un buon servizio sanitario. Per dire.

Ecco: quando si parla di mercato del lavoro dovremmo forse ricordarci che il prezzo del lavoro può essere una faccenda sporca, che poi ti rimproverano sempre di mettere sul tavolo anche quando, insomma, non sta bene (in genere trattasi di dipendenti pubblici che ricevono lo stipendio anche quando vanno in ferie, i depositari del bon ton). Ma il valore del lavoro è una roba di cui dovremmo tenere di conto come collettività, perché è il lavoro di ciascuno di noi che permette alla nostra società di stare in piedi: di avere insegnanti, poliziotti, avvocati, giornalisti, autisti dell’autobus, registi cinematografici, impiegati delle poste e del comune, scienziati e bidelli, ognuno dei quali fa la sua parte in questo mondo. Per questo a tutti noi dovrebbe interessare, al di là di Mastercard, che a tutti noi sia permesso di coltivarlo nel modo migliore che può. Somewhere over the rainbow e così via.
Una banalità: ma se poi pensiamo che in un libero mercato, come quello dell’informazione, un freelance vale quel che riesce a farsi pagare, il fatto che uno di noi accetti di essere pagato poco dovrebbe essere fonte di preoccupazione per tutti, non solo per la su’ mamma e il su’ babbo (e per il fratello economista dal telefonino rovente).

(Domani rientro in Rai. Forse bastava scrivere questo).

 

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19 pensieri su “Gud prais mai friend: perché io valgo anche se mi paghi poco, tiè.

  1. Premetto di essere veramente contendo di sapere che domani rientri in RAI, però mi permetto di dire che la tua minestra è sempre la stessa da mesi… Come tutti (o quasi) avresti bisogno di gadagnare di più, o molto di più, o con maggiore regolarità , ecc.
    Mi piacerebbe invece che ci dicessi TU come si fa a sapere quale sia la giusta paga per il tempo che dedichiamo al nostro lavoro (tra l’ altro nel tuo “politicamente corretto” elenco di mestieri non c’è neanche l’ ombra dei vecchi settori PRIMARIO e SECONDARIO mentre perfino “l’avvocato” trova il tuo nulla-osta ad esistere)
    Questa invece è mia fissazzione, noi inferiori che avevamo l’intelligenza nelle mani (a me ormai è scesa nei piedi) praticamente non esistiamo neanche per voi DOTTORI. E se dopo anni di sudore puzzolente (e non metaforico) ci permettiamo di guadagnare più di che ha studiato é lo stesso di chi sorpassa a destra o sulla corsia d’ emergenza!
    Chi si accontenta di un lavoro manuale è di una CASTA inferiore. Non andare all’ università perchè non ti interessa, non parlare inglese, non aver confidenza con tutti gli aereoporti del mondo è come essere ebeti, tontoloni, (possiamo forse noi ascoltare Radio3?) Sai non tutti riescono (proprio fisicamente) a sentire il suono della radio tra il bordello delle macchine. Non tutti lavorano con FEISBUC aperto 24h nul computer.
    Allora dimmi tu quanto vale una giornata che ho consumato io e quella di un notaio o di un avvocato o di un medico (in valore assoluto, non paragonandole)
    Chiaramente non facciamone una questione personale, ma forse il prezzo è fatto da davvero tanti ingredienti a volte anche nascosti.
    Io mi aspetto, da una giornalista scientifica che stimo molto, (però nell’ etere si può anche prendere un granchio) di sapere perchè il denaro è ancora lo stesso dal tempo di Cesare? Perchè Voi con l’ intelligenza al posto giusto non avete ancora pensato di farlo PUZZARE?
    Me lo dirai un giorno o l’ altro COME cambierete il mondo in meglio?
    Altrimenti metti sù la setta dei Lemming, poi raccogli gli EURO e buttatevi tutti (fai come nella vecchia immagine in cui hai il salvagente)
    Personalmente sono abbastanza sicuro che il lavoro che faccio, alla fine non serva a nientaltro che spostare denaro, ma se smettessi sarebbe meglio?
    Mi sono annoiato da solo, ma spero che gli altri INTELLIGENTONI non facciano la solita pippa sull’ evasione fiscale…
    Saluti ai Signori e figli ricchi!
    A.

    1. 1. scusa, forse non mi sono spiegata (e sì che riscaldo sempre la stessa minestra…): intendo dire che nel nostro mondo ognuno di noi ha un ruolo ed è interesse di tutti che sia messo nelle condizioni di svolgerlo nel modo migliore possibile.
      che si sia laureato o meno (tra l’altro, io dall’università sono scappata a gambe levate). che faccia quel che fo io o che faccia quel che fai tu (che non ho nemmeno capito che cosa sia, ma va benissimo).
      una banalità, no?
      2. però io so che se chiamo l’idraulico perché ho la cucina allagata pago un paio di centinaia di euro. ed è giusto così. ci sono la chiamata, la manodopera, il bullone. e soprattutto c’è il know how: io, la cucina, l’avrei lasciata allagare fino al piano terra.
      l’omino che fa finta di aggiustarmi il tubo per venti euro non lo chiamo, non mi interessa: mi serve un professionista e sono contenta di pagarlo quel che vale perché so che mi farà bene il lavoro.
      però segnalo che le stesse duecento euro una come me le guadagna con quattro giorni di lavoro, non con una prestazione.
      non me la prendo con l’idraulico, ma con chi valuta così poco il mio lavoro senza considerare che anche io sono una professionista e che la roba che faccio io la sanno fare in pochi, esattamente come la riparazione del tubo della cucina.
      non ti fa strano, questa proporzione?
      che l’idraulico sia laureato o meno, eh (ho amici laureati che fanno i contadini e amici non laureati che fanno i giornalisti. basta con questa retorica del “voi che avete studiato”… tra l’altro, qui in italia, siamo quattro gatti e pure un po’ malconci…).
      3. la differenza (una delle differenze) tra me e l’idraulico, come spiego nel post, è che io non ho voce in capitolo sul prezzo della mia prestazione. non dovrebbe essere così, ma invece lo è. hai presente quando fai fare i preventivi all’idraulico? anch’io ho la partita iva e lavoro in un libero mercato, ma io non posso contrattare. anche questo è molto strano, no?!
      quindi: non sono messa in condizioni di lavorare come vorrei, per un lavoro che amo e che ho scelto e questo è un danno per tutti, per la collettività, anche per l’idraulico, se legge le cose che scrivo e ascolta radio3 (ci sono un sacco di idraulici che ascoltano la radio, sai?).
      4. quindi con un post come questo vi avverto, cari lettori, che pagare poco e far lavorare male una come ma ha rischi analoghi al pagare poco e far lavorare male l’idraulico. solo che con l’idraulico te lo immagini, con il mio lavoro meno, perché siamo noi che dovremmo descrivere il mondo ma spesso (per paura o per ignavia) dimentichiamo di descrivere noi stessi.
      non sto facendo una graduatoria, ecco, e nemmeno mi sto lamentando. sto dicendo che, attenzione, non siamo solo inutili scaldasedie e che dobbiamo dirvelo: a volte usiamo qualche scorciatoia nel nostro lavoro. non è detto che gli strapagati non facciano lo stesso, ma il rischio che i sottopagati scelgano queste strade è sicuramente molto alto. warning.
      poi, fate voi.
      5. guarda che ho amici laureati che sudano moltissimo e si fanno un culo così. hai presente un chirurgo d’emergenza? ti assicuro che sgobba più di un ragioniere, con tutto il rispetto per entrambi e con l’augurio, per entrambi, di star bene nel proprio posto nel mondo.
      lo stesso augurio che rivolgo a te.
      ciao,
      silvia

      1. OK Dottoressa, cinque a zero. Gentile risposta batte fuffa!

        Fammi tirare ancora qualche calcio, magari da domani vado a giocare da un’ altra parte.

        Pum, fuori!
        io ci metto la mano sul fuoco che il tuo mondo è proprio come lo racconti. La mia lagna sulle differenze sociali è nuovamente inopportuna e ci ha portato fuori strada, ma io vedo la cose del mio mondo che poi mi si infilano tra le dita …

        Pum, palo.
        avrai mica bisogno che ti si dia ragione? E’ vero, cinque giorni di lavoro per pagare mezza giornata di qualcunaltro è ingiusto. Non è questione di classifiche però non hai neanche accennato una risposta. Chi è che sà come pareggiare i nostri bisogni immediati con le nostre disponibilità? Quale è il prezzo giusto? Bisogna alzare gli stipendi o abbassare i prezzi? Sarebbe la stessa cosa? Io cerco di arraffare il più possibile ma non c’è un riferimento di mercato, se non ti danno il lavoro avranno trovato di meglio… e poi quale è la bilancia capace di paragonare le mie patate con le carote del medico d’ ER?

        Pum, traversa.
        se prometto di tenere a bada l’ EGO e non entro più con le scarpe sporche dentro casa tua, mi trovi prima o poi una risposta al perchè ancora oggi tutte le nostre sicurezze si possono solamente basare su quanto denaro abbiamo in tasca o possiamo reperire alla bisogna? La società si eleverà solo alzando gli stipendi? E quanto denaro ho diritto di spendere? Faccio 13, ho i soldi per pagare tutta la torta; allora le regole non dicono forse che gli altri si possono fottere? Se è vero che NOI consumiamo già troppe risorse (oltre che in modo mal distribuito) allora avere più disponibilità di soldi dove ci porterà? Ci facciamo ancora una scorpacciata e poi cominciamo tutti la dieta?

        …. PEDONAMI di esistere! bzzzz

        (se non altro ho una gran capacità di sintesi!)

  2. Non è che sei convinta che il lavoro dell’idraulico sia ben fatto perché lo paghi tanto?
    Come fai a sapere se il lavoretto che ti ha fatto vale venti euro o duecento?
    Non so, c’è qualcosa che non mi convince 🙂

  3. Giustamente si parla del problema del prezzo, ma si potrebbe parlare anche della mentalità degli assunti all’empireo dei dipendenti, che trattano i precari da eterni sfigati. Per esempio, per le cose scritte, a volte inseriscono errori facendo l’editing, non si curano di comunicare all’autore cosa hanno cambiato né, sopratutto, la parte contabile è tenuta a far presente cosa è stato pagato e cosa no, e a che prezzo. Incredibile, ma anche nei grandi gruppi editoriali, compresi quelli che parlano tanto dei precari-poverini-che-sfigati, non è dato sapere quali tariffe applicano. Ti ritrovi un versamento unico mensile, si solito a 60-90 giorni di distanza, e non c’è modo di capire quanti articoli ti hanno pagato e quanto: che schifo.

  4. Sarà che anch’io sono una giornalista freelance (parola altisonante) ma che in realtà significa vivere al di sotto della soglia di povertà. Non ho lo stesso curriculum di Silvia, ma penso di fare, nel mio piccolo, il mio lavoro dignitosamente e scrupolosamente. Sono d’accordo con Silvia che sia giusto riscaldare la stessa minestra, perché la maggior parte delle persone non sa che un giornalista guadagna in media 10 euro netti ad articolo. Non lo dico perché sono laureata, per fare il giornalista non serve una laurea, ma perché è un servizio che noi diamo ai cittadini, come l’idraulico, il panettiere, l’impiegato di banca o lo spazzino. Non pretendo di avere uno stipendio dorato, ma solo il giusto riconoscimento per un lavoro che rispetto agli altri, è sottopagato. Del resto i raccoglitori di pomodori di Rosarno si sono rifiutati di lavorare per lo stesso importo che io guadagno scrivendo un articolo.

    1. Scusami ma mi permetto, da freelance di lungo corso, di eccepire. Ma non è vero che un giornalista “guadagna” (già il verbo, visto l’importo, è inesatto) 10 euro a pezzo. Primo perchè 10 euro non sono un guadagno, secondo (soprattutto) perchè non bisognerebbe mai accettare – nè, vista la cifra, dovrebbe essere difficile – compensi così bassi. Qualsiasi lavoro è pagato meglio che 10 euro a pezzo, anche scaricare la frutta. Allora è meglio vivere di altro e fare il giornalista per hobby. Il mio non è un rimprovero, per carità, ma è profondamente sbagliato adattarsi oltre la soglia della remuneratività. Tanto più che, come scrivo nel post di commento al pezzo di Silvia che uscirà domani sul mio blog, più si accettano ribassi e più si aggrava la situazione non solo propria, ma dell’intera categoria. e con 10 euro a pezzo non si vive in nessun modo. Perchè non fai come i raccoglitori di pomodori? Sarebbe la cosa più saggia. te lo dice uno che da 20 anni combatte per queste cose. Saluti, Stefano.

  5. e non capisco come non riusciate a fare 2 + 2 sul tema “evasione fiscale” Il lavoro nero in Italia “brucia” cinquantadue miliardi l’anno. L’illegalita’ nelle sue varie forme ci costa ogni anno tra i 400 e i 500 miliardi di euro. Basterebbe recuperarne il 10% per evitare le manovre finanziarie che ci strozzano. Se i cittadini, cioe’ i derubati, iniziassero a far sentire la loro voce, come peraltro sta accadendo, i ladri sarebbero costretti a smettere di rubare. La corruzione è un prodotto doc come il lardo di Colonnata. L’evasione fiscale è tale da imporre manovre finanziarie spericolate e probabilmente inutile. Insomma, senza questa “economia parallela”, l’Italia potrebbe emergere e tornare a crescere. e voi giornalisti sareste pagati come in ogni paese civile!

  6. Ciao silvia, ho letto con interesse un articolo pubblicato da “Giovani si” su un’inchiesta de “l’Espresso” ,riguardo ai giovani e al lavoro non pagato, ed è comparso il tuo nome e il link del tuo blog, cosi mi sono messa a leggere i tuoi interventi. Sembra che tu abbia scatenato un putiferio a dire, giustamente, che non dobbiamo lavorare gratis.
    Talmente “scontata” quanto reale quest’affermazione, perchè oggi ai colloqui di lavoro ti offrono situazioni economiche imbarazzanti facendoti rimbalzare di studio in studio,perchè non hai esperienza, perchè sei giovane e poco sicura, perchè sei bravina a fare certe cose ma ti manca un supporto tecnico che si acquista solo con gli anni ecc…e se tu non accetti, beh loro ne trovano altri 100 disposti a prendere il tuo posto.
    E’ ingiusto pensare che una retribuzione di 400 euro al mese lavorando dalle 40 alle 55 ore la settimana possa essere equa e onesta, se non avessimo i “cari vecchi genitori” a sostenerci economicamente come potremmo vivere???
    Gli stage sono solo sfruttamento “legalizzato”. Io sono un architetto di 26 anni e di stage ne ho già fatti tre, due non pagati, e l’ultimo con rimborso spese, e ora non ne voglio sentire nemmeno parlare.Ti tengono buona facendoti credere che dopo quei 6 mesi ti faranno un contratto a tempo determinato, che dopo quei lunghissimi 6 mesi ti aspetterano grandi ed importanti responsabilita’.Ti rendi conto troppo tardi, perchè “la speranza è l’ultima a morire”, che dopo 6 mesi ne trovano un ‘altra e non ci sarà nessun contratto ma sarai sostituita.
    BASTA, Sono stanca sconfortata ed amareggiata. Non voglio più lavorare svendendo il mio lavoro, le mie capacità.
    Vorrei che tutti i giovani smettessero di accettare lavori non pagati, retributi male e smettessimo di non avere voglia e forza di ribellarci a tutto questo.
    Alla fine il mio commento di elogio nei tuoi confronti si è trasformato in uno sfogo personale, scusandomi ti faccio i miei complimenti per il tuo lavoro e questo blog!!:-)

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