“Che cosa avete fatto al vostro paese?!”: la parola a Ivanka da Bratislava

Non ricordo come si chiami davvero, ma per noi potrebbe essere Ivanka, che poi è il nome dell’aeroporto di Bratislava nonché la badante immaginaria della mia amica P. Forse ha qualche anno meno di mia madre, i capelli tinti di biondo, l’aria matronale e un po’ severa e siede dietro al bancone dell’Ufficio informazioni. Mi ero avvicinata parlandole in inglese, poi, sentendomi dire qualcosa alla mia amica, aveva proseguito lei in italiano. Ed è così che mi parla adesso, con un ottimo italiano vagamente alla Sturmtruppen. Mi racconta, senza che io debba insistere troppo, di aver viaggiato tanto nel mio paese e di avere un figlio che lavora a Milano. Sospira. E poi mi fa ma che cosa sta succedendo al vostro paese? I turisti italiani che vengono da lei non parlano inglese, se non in modo ridicolo e con aria di sufficienza. Non parlano tedesco, figuriamoci, e pretendono di essere capiti nella loro madrelingua. Se così non succede alzano la voce e magari si indignano anche. Quando lei ha a che fare con loro (perché dell’ufficio è Ivanka quella che ha l’italiano migliore) le sembra di avere davanti dei minus habens: gente che non sa ascoltare le risposte, non sa porre le domande, non sa capire come comportarsi. Sono ignoranti, dice Ivanka, ignoranti e cafoni. Ed è stupita perché ha l’impressione che in passato, quando lei l’Italia l’amava tanto e ci veniva in treno per vacanze di gran lusso, non fosse così.

Imbarazzata, le chiedo del figlio. Che cosa ci fa a Milano, il figlio di Ivanka? Il neurochirurgo. Sì, il neurochirurgo. Si è laureato in Slovacchia, a prezzo di grandi sacrifici, poi è entrato in specializzazione in Italia, perché è bravo. E ora è lì, ma sta meditando di fuggire. Dove? In Portogallo, dice Ivanka dispiaciuta: in effetti, lei il portoghese non lo parla, almeno per ora, ma lui ha buoni contatti e lo assumerebbero subito. Perché in Italia non lo fanno operare, come se volessero impedirgli di imparare davvero la neurochirurgia, e poi lo pagano troppo poco, anche quando si fa le guardie di notte. Ma come si fa a vivere a Milano, a trentacinque anni, con mille euro al mese?! Sorrido, imbarazzata. Questo ragazzo è venuto dall’est nei panni di ragazzo povero ma brillante, ce lo siamo comprati con niente, e ora che è neurochirurgo lo regaliamo al Portogallo per mille euro al mese. E Ivanka mi guarda: l’università italiana per uno slovacco era un traguardo importante. Mandarci un figlio: che sogno. Ma dopo?

E tu che fai? Mi chiede. Ho la stessa età di suo figlio, suppergiù. Dico che anch’io ho studiato medicina e che conosco bene la faccenda del chirurgo che non opera. Le spiego che però adesso faccio la giornalista scientifica e che lavoro alla radio nazionale. Bello, brava, mi dice. E quanto guadagni? Mille euro al mese, per servirla. Ma Ivanka, senza offesa, io in Portogallo non ci voglio andare. Io lavoro con le parole e le quattro lingue straniere che mescolo confusamente nel mio grammelot da ragazza dell’Europa non mi permettono di fare davvero il mio lavoro, e di farlo bene, in un paese che non sia il mio. E allora che farai, e che farete? Non lo so, Ivanka. Noi eravamo ricchi, eravamo abituati a vedere quelli come tuo figlio arrivare da noi come noi un tempo noi andavamo in America, spaesati e ambiziosi, in un paese che ci dava benessere e possibilità. Adesso non siamo meno ricchi, forse, ma di certo non capiamo il valore delle cose. Come i turisti che vedi tu ogni giorno, quelli che ridono sguaiati di fronte a una cortese impiegata slovacca che parla correntemente slovacco, tedesco, inglese e francese e pretendono di parlarle in italiano. Si coprono di ridicolo, pensano di essere simpatici: potrebbero essere ovunque nel mondo perché con un’unica lingua in tasca è come se non partissero mai. Intanto tuo figlio fa le valigie e continua il suo viaggio verso ovest, perché il suo lavoro è prezioso e lui lo sa. Eccome se lo sa.

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6 pensieri su ““Che cosa avete fatto al vostro paese?!”: la parola a Ivanka da Bratislava

  1. Dov’è che l’ho già sentiti questi discorsi? Ah, si.
    Più o meno tutti i giorni negli ultmi miei 5 anni di vita all’estero… 😉

    “Io lavoro con le parole e le quattro lingue straniere che mescolo confusamente nel mio grammelot da ragazza dell’Europa non mi permettono di fare davvero il mio lavoro, e di farlo bene, in un paese che non sia il mio.”

    Permettimi di dissentire fortemente.

  2. Accolgo con gioia l’ottimismo di Pedro ma credo che il lavoro di “medical writing” e anche solo di divulgazione scientifica richiedano grande padronanza della lingua in cui si scrive. Per esempio? Molte case editrici straniere non assumono persone con un inglese solo buono ma non “eccellente”. Come sempre, quando si discute su qualcosa, le verità sono molteplici e credo che la Bencivelli abbia solo peccato di eccessiva modestia essendo, a mio parere, una persona appassionata e competente (basta seguire il suo blog per capirlo) . In ogni caso stiamo perdendo il “target” del post di cui sopra e che Milena Gabanelli in una puntata del maggio 2011 ha ben espresso; come italiani dovremmo evitare sterili polemiche e chiederci , invece, perché “L’Italia non è un paese per giovani, o meglio non lo è più da un pezzo. Perché il nostro paese non riesce più a progettare il proprio futuro? Un paese nel quale gli anziani hanno superato numericamente i giovani, non solo perché si e’ allungata la vita ma perché da più di 30 anni si fanno meno figli a causa di ripetute crisi economiche scaricate sempre sulle fasce più deboli della società e per mancanza di adeguate politiche di welfare. Se facciamo un paragone con la Francia, un paese demograficamente confrontabile con l’Italia e con adeguate politiche di welfare, da noi manca all’appello un’intera fascia generazionale: 4 milioni di giovani tra i 25 e i 35 anni. Dobbiamo quindi pensare che per chi decide le strategie politiche del nostro Paese i giovani contino poco, dal punto di vista politico siano invisibili, salvo poi giocarsi il loro stato di precarietà nelle campagne elettorali, promettendo loro un futuro migliore che non arriva mai. E allora ai ragazzi non rimane che “mettere la collera nella valigia” e andare via. La nuova emigrazione è fatta di laureati, ricercatori che non ritorneranno indietro perché trovano solo all’estero un’adeguata collocazione. Lasciando alle spalle un Paese che sta erodendo il risparmio privato per mantenere i figli, sempre più povero di risorse umane, sempre più vecchio “

  3. Buongiorno,
    leggendo il post, io avevo capito invecie che siamo (forse diventati) un paese di cafoni presuntuosi che non facendo più lavori manuali si credono dei signori alla conquista dei paesi ex poveri.
    Forse non è solo colpa dei governanti, magari le vostre tante lauree vi iscrivono di diritto in una casta di quasi signori che girano il mondo pensando che l’ Italia fa schifo ecc ecc.
    Cominciamo ad essere più umili e civili anche qiu da noi, poi vediamo come và.
    Quelli che una volta hanno concepito noi neo-adulti non si facevano tanti problemi e ci hanno tirato sù a spanne ma non mi sembra che siamo venuti poi tanto male.
    Ciao

  4. Andrea davvero non capisco quando dici “le vostre tante lauree vi iscrivono di diritto in una casta di quasi signori che girano il mondo pensando che l’ Italia fa schifo ecc ecc.” Ma a cosa ti riferisci? Di quale casta parli? E’ vero che in Italia mancano artigiani ecc ma fra qualche tempo mancheranno anche i medici e in realtà all’Italia manca una vera “programmazione” in tema di professioni ecc ecc Molti giovani con laurea, master e PhD guadagnano poche centinaia di euro al mese per svolgere professioni che richiedono altissima concentrazione. Il post di Silvia parlava anche di questo di come molti lavori siano preziosi e necessari ma vengano bistrattati nel nostro bel paese. Silvia , infatti, conclude il post dicendo “perché il suo lavoro è prezioso e lui lo sa. Eccome se lo sa.” Caro Andrea il punto non è che qui chi studia si crede Dio sceso in terra ma vorrebbe almeno poter assaporare quello che diceva il poeta Danilo Dolci: “Ciascuno cresce solo se sognato” immaginando che sia possibile cambiare la realtà, capacitando la gente a prendere coscienza delle proprie capacità, e risorse per creare quel cambiamento profondo attraverso il dialogo e lo scambio reciproco; sognando di poter realizzare qualcosa…Credo che anche di questo volesse parlare Silvia. Non ci ho visto nessuna pretesa di “casta” anzi…

  5. Non è poi tanto facile capirsi al volo…
    Effettivamente la frase suona propro malissimo…
    Comunque sono ancora convinto che i governanti che ci deludono, non prevedendo o programmando ciò che servirebbe realmente SIANO lo specchio del paese ed anche di noi ex giovani.
    Dò quasi sempre ragione alle idee di tutti ma quando ci ragiono sù mi viene al pettine lo stesso nodo: cominciamo a chidere di più a noi stessi e dopo potremo pretendere con ragione che le cose vadano meglio.
    Non ci piace l’ inquinamento e la guerra per il petrolio ma solo la mancanza di soldi riesce a far diminuire i consumi…(sembra che volare sia naturale come per i passeri)
    Non ci piaciono gli evasori fiscali ma per fare una fattura ad un privato bisogna litigare tutte le volte…(anche con i commercialisti)
    No grandi opere, mancano le infrastrutture…
    No petrolio/nucleare e le pale mi fanno girare le pale…i pannelli mettiteli lì..
    Gli spagnoli c’hanno il UAIRLESS ma le ne fanno male …
    Io non ho abbastanza neuroni per capire queste incoerenze (anche molte altre) ma sento solo gente che si lamenta e poi si comporta in modo assurdo come tutti gli altri. Se abbiamo la testa per capire cosa non và sarà mica ora di cambiare le cose a partire dal nostro piccolo? Basta lagne, Rivoluzione ci vuole. Senza terrorismi, smettere di fare quello che vediamo sbagliare agli altri.
    …poi effettivamente abbiamo soprattutto bisogno di soldi da spendere e tutto andrà a farsi friggere.
    … ciao, comunque è solo quello che riesco a trascrivere del mio pensiero, non è certo detto che sia giusto…

    1. intervengo, perché forse il post non si capiva poi tanto. intendevo ricordare che ci sono lavori che hanno davvero un grande valore, intrinseco, perché sono costati molto alla collettività in termini di formazione, e reale, concreto, attuale, perché sono molto utili alla società. tipo quello di neurochirurgo. però mi preme dire che in generale il lavoro è una cosa preziosa e che dovremmo ricordarci che non va svenduto, sprecato, svilito e regalato.
      è un po’ la mia fissa, ecco. insieme all’idea che il riconoscimento del nostro lavoro all’interno di una società fatta di gente cui il lavoro viene altrettanto riconosciuto, e di una società che non svilisce il contributo di ciascuno alla collettività, fa parte della mia idea di cittadinanza. e vorrei difenderla, da cittadina, appunto, prima che da lavoratrice.
      chi studia farà il neurochirurgo, chi sceglie altre strade darà il suo contributo al mondo in modo diverso ma altrettanto necessario, come sono necessari autisti dell’atac e spazzini dell’ama, e non mi sognerei mai di dire (né di pensare) che siano meno importanti di me o del figlio di ivanka.
      mentre sì, sono convinta che ognuno debba dare il suo contributo. non riesco più a stare a guardare. e se oggi ci riesco scrivo un altro post in cui mi spiego meglio.
      ciao ciao e grazie (maria: ho fatto pulizia dei tuoi commenti perché sennò il post sarebbe stato ingiustificatamente considerato stracliccato).

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