Lordo, lordissimo, immondo /2: ho pagato per lavorare, accidenti a voi

E mentre l’Italia e si posiziona ben al centro del mirino della Ue per la sua situazione finanziaria, le borse vanno a picco e il paese barcolla, la mia contabilità sbanda e, più modestamente, si affanna dietro ai soliti tre debitori preestivi per i quali medito di non lavorare mai più.
Ma intanto, ecco che arriva la soddisfazione delle nove del mattino. Riepiloghiamo.

Uno dei tre debitori longlasting di metà luglio è un istituto pubblico del nord presso il quale ho tenuto una lezione di due ore ai primi di febbraio. Bene. Mi era stato detto che il treno avrei dovuto pagarlo da me e che avrei avuto un gettone netto con cui coprire le spese di viaggio e poco più. Poverini, i loro conti non sono ricchi e a me si chiedeva uno sforzo. A me. E siccome sono un cuore d’oro e conservo qualche lacerto di senso della collettività e del bene comune, quando a chiamarmi è un ente pubblico mi intenerisco facile e anche a loro avevo detto occhei.
Fatta la lezione, passavano i mesi e nessuno si faceva più sentire. Finché non mi sono arrivati, nell’ordine:
– una richiesta di preavviso di fattura con un importo pari a X (dove X è uguale al costo del biglietto del treno per due – giusto: perché se faccio una fattura con un certo importo il mio incasso è alla fine più o meno la metà di quell’importo, mentre il prezzo del biglietto del treno è quello e quello ho pagato –  più due spiccioli con cui offrire un aperitivo a chi mi stava ospitando per la notte)
– un contratto pari a X più cento (wow!)
– una richiesta di preavviso di fattura pari a X/2 (da cui avrei quindi ricavato un bel po’ meno del costo del biglietto del treno, e la differenza tra il prezzo del biglietto e X/4 – cioè il mio incasso effettivo –  corrisponde a quanto avrei pagato io per avere il piacere di andare fin laggiù a lavorare)
–  un contratto pari a X più il 20% di X.

Mancano i dettagli sulle trecento telefonate e trecento mail che hanno fatto da contorno a questa bizzarra sequenza. Ma insomma, il senso è chiaro. Per loro, mi dovevano dare X/2 perché il biglietto costava più o meno X/2 meno il 20%, e per quel 20% avrei dovuto ringraziare. Insistevano a parlare di netto e lordo, parole che a un professionista a partita iva fanno quasi arrabbiare (facciamo a capirsi: piantatela di dirmi che mi pagate un netto di N euro. Perché il netto reale lo conoscerà solo la commercialista e tra un anno. E comunque, se proprio vogliamo, il netto corrisponde all’incirca a N/2, non a N meno il 20%) e insistevano a dire di aver stanziato quei soldi lì per la mia lezione, proprio considerato il biglietto del treno. Allora, santo cielo, predisponete un rimborso del biglietto, oppure fate voi il biglietto, e ditelo onestamente: cara libera professionista, ci vieni a lavorare gratis da noi, che siamo un ente pubblico di quelli con due lire, ma almeno ti risparmiamo la fatica di farti il biglietto da sola?
Forse, chissà, sarei venuta lo stesso. Di certo mi sarei arrabbiata meno.

E la soddisfazione del mattino? direte voi. Beh: sono riuscita a far capire all’amministrativa che cosa significa, per me, fatturare X/2. Come? Mi ha aiutato Google: perché se una cosa la trovi su Google è vera. Allora, facciamolo insieme: mettiamo su Google fattura, netto, lordo e salta fuori questo, in cui tutti parlano proprio della questione.
Oh, santo cielo. Mi state chiedendo di pagare per aver lavorato! Beh, ormai i giochi sono fatti. Cretina che sono. Adesso non posso far altro che sconsigliare tutti i miei colleghi dall’accettare lavori da quelli lì, e piangere su me stessa. Ma adesso, è anche il momento della mia piccola personale vendetta.

Cara amministrativa, le tocca ascoltarmi mentre mi lancio in una filippica di mezz’ora sulla morte del lavoro creativo e intellettuale nel nostro paese. E sul mercato culturale che se ne approfitta dei giovani (che poi, giovani…) e che presto cesserà di esistere. Chi verrà più a farvi una lezione? E quando mai prenderò un treno per venire a fare volontariato presso un ente pubblico? Ci rendiamo conto che se il lavoro non lo si paga non è lavoro? E il mercato come si sorregge? Tra pochi anni in questo paese il lavoro intellettuale chiuderà baracca, oppure esisterà solo se profumatamente finanziato dai privati. Proprio voi, enti pubblici, non dovreste metterci in condizione da rifiutare le vostre richieste, perché prima o poi non vi ascolteremo più. E allora sì che sarete poveri: poveri di idee, tanto per cominciare, e di legami con la realtà.

(Beh, rileggo l’attacco del post. Non… Cioè… Insomma. Ma se questo paese è messo così male, forse chiuderemo baracca comunque. Capisco: chi se ne frega del mercato culturale se abbiamo un debito pubblico pari al 120% del Pil. O forse no. Non so. Più probabilmente le vicende estive della mia contabilità non hanno niente a che fare con Angela Merkel e la zona euro. Mi resta solo da scrivere un paio di mail di fuoco agli altri due debitori e di godermi, ancora per qualche minuto, la piccola soddisfazione di aver rotto le balle a chi mi stava proponendo di pagare per lavorare. E, accidenti, lo faceva anche con un gran bel sorriso).

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8 pensieri su “Lordo, lordissimo, immondo /2: ho pagato per lavorare, accidenti a voi

  1. Direi che il resto del post spiega benissimo come si è arrivati alla situazione iniziale del post.

    Comunque tanto di cappello per la tua battaglia, che almeno affronta il problema da un altro punto di vista… 🙂

  2. sono nella tua stessa situazione e molto spesso fornisco i miei servigi a:
    – amministratori pubblici beati e pigramente agiati
    – privati sornioni che si credono furbi e scaltri
    in entrambi i casi mi capita sempre più spesso che accompagnata alla richiesta di preventivo mi si affianca un conto già pronto di quello che andrò a spendere o quello che ha già proposto un mio concorrente e mi si chiede esplicitamente di non discostarmi da quella cifra

    ho deciso già tempo fa di stracciare questi allegati, inviare comunque la mia offerta e non tener conto di eventuali critiche..
    lavoro di meno, ma guadagno uguale.. e dettà così ne vale proprio la pena!
    è una questione di rispetto di se e se non sei il primo a rispettare di te stesso non sperare che siano clienti/fornitori a farlo, specie in un mondo di squali come questo!

    un consulente mi ha raccontato questa storia una volta:
    la signora maria è disperata perchè ha la lavatrice rotta, chiama l’artigiano di turno che arriva solerte e osserva per 2 minuti immobile la lavatrice quasi in contemplazione. fatto questo estrae dalla sua cassetta un martello e le da un colpetto secco proprio sul fianco.. due secondi e la lavatrice riparte.
    “sono 60 euro signora, 50 +20% di iva” (mica tutti gli artigiani evadono il fisco! ndr)
    “tutti quei soldi per una martellata?”
    “no signora, si tratta di € 0,10 per la martellata e 49,90 per aver saputo dove e come darla”

    se vogliamo migliorare l’italia cominciamo a migliorare gli italiani e che ognuno si occupi di se stesso prima di tutto

  3. PER ME E’ MOLTO MEGLIO IL DEFAULT

    Nel mio portafoglio non ci sono obbligazioni, azioni, e tantomeno ci sono i bot. Niente non c’è un euro di titoli di stato. La mia situazione attuale è di un saldo positivo di circa 3000.00 euro e un credito con l’inpgi2 di 5000.00 e un mutuo che corre ogni fottuto mese, oltre a un affitto da pagare. Insomma non ho un becco di un quattrino. Ho una figlia, un lavoro che ogni giorno devo sudare per consolidarlo e per mantenenerlo ostacoalto dai soliti discorsi e ostacoli, e devo dirmi fortunato rispetto a tanti. Misera consolazione. Ora si scopre che il prossimo anno dovro’ pagare mille e più euro di tasse in più perchè certi signori che guadagnano prestando soldi allo stato che a sua volta li spende per tutti ma non per me, sostengono che questa maggioranza non sia affidabile e che quindi per prestargli denari vogliono ancora più interessi. Io dovro’ tirare fuori altri mille euri di tasse e non so quanti altri in benzina e sigarette senza contare varie ed eventuali – scuola, aumenti gas etc – per far fronte a questa nuova richiesta finanziaria. Uno dice le tasse si devono pagare. Giusto, ma è lecito sapere per che cosa devono essere pagate e a chi vanno tutti questi soldi. Vado al mare, mi guardo e vedo un sacco di barconi, ma proprio tanti, dai 350.000 in su’. Atttento ema, che così fai populismo, cerca i dati. Banca d’Italia dice che la metà del debito pubblico è in mano a italiani. Saranno le piccole famiglie. Penso alla mia, a mio padre e dico, no, non sono loro, sono altri, banche assivcurazioni, insomma alla fine è il gotha politico finanziario di questo paese che ha in mano il debito direttamente in Italia e indirittamente dall’estero. ANche banche tedesche e francesi sono coinvolte ma in misura inferiore. I miei soldi vanno a finanziare la richiesta di maggiori interessi avanzata dalle stesse banche italiane, mi sembra un po’ paradossale. Ma è così. Gli stessi signori che non ti fanno accostare alla stanza dei bottoni nemmeno con il binocolo, mi stanno dicendo che io devo pagare di più perchè loro facciano sempre più soldi. Mi stanno dicendo che hanno deciso che mia figlia non avrà lo stesso tipo di formazione scolastica perchè loro si sono indebitati e io devo pagare. Ma soprattutto che questi nuovi interessi dovremo pagarli perchè il governo che io non ho votato, e che ho sempre combattuto non è affidabile. Minchia!!! Davanti a un tale discorso siamo davvero sicuri che un bel default del nostro paese sia una sciagura? PER ME NON LO è, IO NON HO NULLA DA PERDERE. ANZI, CREDO CHE IL DEFAULT SIA L’UNICA VERA RIFORMA STRUTTURALE CHE POSSA CAMBIARE LA DIREZIONE DI MARCIA DI QUESTO MARCIO PAESE.

  4. Il debito pubblico è una faccenda politica, nel senso che la sua gestione vuole dire decidere chi lo deve pagare, ma come tutti i debiti, anche quello va pagato. Non è una questione di principio, è una questione aritmetica: se non necessariamente il debitore, qualcun altro, magari non subito ma a un certo momento della storia. Non mi voglio dilungare sul perchè del debito pubblico, mi limito a dire che il debito pubblico serve e per molti buoni motivi.
    Ci sono vari modi per pagare un debito: il più semplice è quello di pagarlo, con la crescita del reddito e della popolazione. O meglio, è il modo più semplice per un’economia che cresce e che non ne ha accumulato troppo. L’altro modo semplice è quello di non pagarlo. Solo che alla fine il debito lo pagano chi lo detiene e chi non ne può più sottoscrivere perchè la reputazione di un paese che ripudia il proprio debito non gli consente di contrarne altro. Insomma, un default non vuol dire solamente che ci sono alcune istituzioni finanziarie nazionali e internazionali che rimangono con il cerino in mano. Il cerino loro lo scaricano sempre, sui contribuenti perchè le crisi finanziarie sistemiche ricadono proprio sulle fiscalità pubbliche, sui risparmiatori che hanno affidato loro i loro risparmi e sui nostri figli che quando vorranno provare a fare degli investimenti a debito non lo potranno fare perchè non godono di nessun credito internazioale per colpa dei loro padri.
    Non voglio fare del benaltrismo, ma il nostro problema (quello della Grecia e in parte anche del Portogallo) è e rimane la gestione della spesa pubblica, nel nostro caso in particolar modo negli anni 80, come bancomat della classe politica per comprarsi i voti. E lo è rimasto nel tempo, anche dopo gli anni della disciplina fiscale di Prodi la spesa pubblica ha continuato ad assolvere alla stessa funzione.
    Ora, si può anche decidere di andare oltre i non possumus degli economisti, ma in questo caso l’operazione di migliore successo potrebbe essere quella di escludere il debito dai mercati internazionali che prezzando ogni forma di rischio creano tensioni nel prezzo del debito. Ma vuoi o non vuoi, si ritorna sempre lì: fin tanto che la nostra classe dirigente utilizza i loro soldi per regalie e voti di scambio, il rischio della crisi finanziaria è dietro l’angolo ogni mese che passa. In fin dei conti, è la stessa classe politica che ha deciso di distribuire in maniera regressiva il carico del debito pubblico. Non stava mica scritto da nessuna parte che il carico fiscale del debito doveva essere sull’imposizione indiretta, sulle tariffe e sulla vendita di attività pubbliche. Di cose se ne potevano fare tante, ma quelli queste hanno scelto. Qui arriva il nodo dolente. Perchè i cittadini italiani non hanno scelto a chi vendere il debito ma chi lo avrebbe dovuto gestire sì. In un paese che si fregia di sedere tra le 8 più ricche nazioni del pianeta la povertà di un quinto degli abitanti non può che essere la scelta della classe dirigente e di chi l’ha delegata. E qui mi taccio, che mi sono già dilungato abbastanza.

  5. CARO LORENZO INFATTI LA QUESTIONE è TUTTA POLITICA….PARI PARI A QUELLA FRANCESE NEI MESI PRECEDENTI AL 14 LUGLIO….PARA PARA…IO MI CHIEDO PERCHE’ CONTINUARE A PAGARE? SE VOLETE I MIEI SOLDI VOGLIO IN CAMBIO DUE COSE PRECISE: REINTRODUZIONE DELLA TASSA DI SUCCESSIONE E DELL’ICI SULLE SECONDE E TERZE E QUARTE E QUINTE CASE. dETASSAZIONE DEI CAPITALI INVESTITI IN AZIONI E OBBLIGAZIONI (FINAZIAMENTO DIRETTO ALL’ECONOMIA) TASSAZIONE DEL 20 PER CENTO DELLA RENDITA (BTP), INTRODUZIONE DELL’OBBLIGO PER LE SOCIETà DI CAPITALI DI RENUMERARE IL MANAGEMENT IN BASE ALL’INCREMENTO DI PRODUTTIVITà E DI REDDITO E NON IN BASE ALLE SVOLTE FINANZIARIE…ECCC ECC… ECC…

    1. letto.
      ma quindi, alla fine, dici che non pagherai le tasse? che lavorerai al nero? cioè: puoi anche non starci, ma se fai fattura tutte le volte che lavori le tasse le stai pagando eccome.
      io a non pagare le tasse non ci riesco.
      e il default lo trovo spaventoso. sono stata in argentina a gennaio e c’erano ancora i cartoneros, ancora.
      e non è che non ci fossero gli straricchi e gli strapoveri. da un fallimento si salvano quelli che si sarebbero salvati comunque.
      mi sembra una posizione un po’ disfattista.
      anche se condivido il punto di partenza, e lo stupore per un paese che accetta tutto questo e non fa la rivoluzione (in compenso abbiamo una gauche caviar di lettori di repubblica e di micromega che, signori miei, si indigna moltissimo).

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