“Non leggete quel contratto”: il film de’ paura dell’atipico Rai

Lavoro per du’ lire: non ho paura a dirlo, magari un po’ di vergogna sì. Ma paura… perché? Dice che sul nostro contratto c’è scritto che non possiamo parlare male della Rai. E ci mancherebbe altro. Credo di aver trovato l’articolo. Dice che ella, cioè io, si impegna per tutta la durata del contratto, ad attenersi (la virgola non è mia, ndr) al Codice stesso, osservando un comportamento ad esso pienamente conforme (nemmeno la d eufonica in quel posto lì è mia, ndr) e che non risulti lesivo dell’immagine e, comunque, dei valori morali e materiali in cui il gruppo RAI si riconosce e che applica nell’esercizio della propria attività, anche con riferimento ai rapporti con terzi. Traduzione: se lavori per noi, ci si aspetta che tu non parli male di noi. Mi sembra giusto. Però se arriva qualcuno e mi chiede di spiegare come diavolo lavoriamo noi atipici della radiofonia Rai, e soprattutto se ho cominciato da un po’ a pensare che (santo cielo) parliamo di precarietà in tutte le forme e proprio a noi tocca raccontarla, ma non parliamo mai di precariato nell’informazione e con questo siamo quasi disonesti… insomma: mica si tratta di parlar male. Si tratta di raccontare.

Lavoro nove mesi all’anno per la Rai come consulente, con un contratto di consulenza che ce così l’ho soltanto io. Nel senso che dalle mie parti siamo tutti liberi professionisti che lavorano con partita Iva, ma ognuno ha un contratto tagliato su di sé ed è anche per questo che ci chiamiamo atipici. L’atipicotipo non esiste. Io sono esperto tecnico, con un compenso che vale solo per me e siccome sono femmina ho una clausola sulla gravidanza. Però abbiamo tutti la questione dei nove mesi di lavoro, e negli altri tre (visto che siamo liberi professionisti e abbiamo la partita Iva) non abbiamo sussidi di disoccupazione: semplicemente lavoriamo per altri. Oppure non lavoriamo. Ma qui la Rai non c’entra più.
Quando lavoro, ho un contratto che dice il numero esatto di puntate per cui presterò la mia consulenza e il prezzo di ogni puntata. No, fermi: lo dice il contratto, non lo dico io. Se lo potessi dire io, mi pagherei un po’ di più di quei 105 euro lordi al giorno, che poi significa un po’ più di 50 euro netti, come abbiamo discusso in un precedente post, cioè un migliaio di euro netto al mese, per nove mesi all’anno. Non lo dico io e nemmeno lo contratto: posso solo firmare.
Ecco, di questo mi vergogno: ho firmato un contratto che mi garantisce, più o meno, un migliaio di euro al mese.
E quello che faccio, cioè in che cosa consista la mia consulenza, lo potete sentire accendendo la radio.
Tutto questo succede da sei anni. All’inizio, a dire il vero, avevo un compenso più alto, poi negli anni si è abbassato. Si è abbassato per tutti: è un infinito periodo di crisi e va così, dice. Per tutti. Non ci si può ribellare.
Vado avanti con la lettura del contratto. Dice anche: nel caso di Sua malattia, infortunio, gravidanza (sono molto femmina, lo so, ndr. e la maiuscola non era mia), causa di forza maggiore od altre cause di impedimento insorte durante l’esecuzione del contratto, Ella (cioè di nuovo io, ndr) dovrà darcene tempestiva comunicazione. Perché se non sono più in grado di garantire la mia opera di consulenza mi si dovrà sostituire in fretta, immagino.
E poi boh. Non riesco a leggerlo davvero. Mi trovo a cercare di capire in che cosa consista un sacco di impegni che mi si chiede di prendere (capisco solo quello di non fumare, e pochi altri) e riconosco solo che l’indirizzo di casa è sbagliato. C’è ancora quello di Pisa, buffo.

Ma non sto parlando male di nessuno, salvo forse di me. Se l’ho firmato, vuol dire che va bene a chi lo ha scritto e a me che l’ho accettato.
Però significa che il mio lavoro, che è la cosa più preziosa che possiedo, lo sto svalutando. Lo sto quasi regalando, per un compenso che è alle soglie della dignità. Davvero, come dice la mia amica P., potrei venire a pulirti le scale e farei più soldi (con tutto il rispetto per la professionalità di chi pulisce le scale). Mi vergogno di aver accettato queste condizioni. E di averlo fatto perché il lavoro alla radio è il lavoro più bello che c’è, e quello che so fare meglio dei tanti che ho passato in questi anni. Ho accettato di farmi pagare in bellezza. Ma con la bellezza, parafrasando Tremonti, non ci si può certo comprare il Maalox.

(No, della struttura Delta non ho capito un tubo. Ecco, forse la faccenda si spiega semplicemente così).

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12 pensieri su ““Non leggete quel contratto”: il film de’ paura dell’atipico Rai

  1. Saro’ banale: non sei tu a doverti vergognare, ma chi ti paga cosi’.
    Io, ricercatrice in un EPR, non mi vergogno quando i colleghi stranieri fanno colletta per pagarmi la cena alle conferenze.
    Il mio ex, ricercatore in universita’, non si vergognava di andar a prendere i prof stranieri all’aeroporto con la macchina piccola e scassata.
    Io non so se, qualora tu non firmassi il contratto, cio’ instaurerebbe un meccanismo virtuoso per cui i contratti migliorerebbero.
    Nel mio caso so che non e’ cosi’.
    Il massimo che posso fare e’ firmare, fare bene per passione e non per lo stipendio o i finanziamenti alla ricerca, e continuare a denunciare e protestare e informare.
    Ho il sospetto che per te sia lo stesso con l’aggravante che se non firmi si perde la tua voce attraverso l'”amplificatore” della radio.
    Quindi guarda il tuo contratto con coraggio: la vergogna e’ degli altri, non fingiamo di non saperlo!!!
    PS Non sono manco precaria, ma certe cose mi dan fastidio lo stesso. E fra parentesi non e’ la “precarieta’” del tuo contratto il problema, ma essere precari e non pagarci il maalox, o la transizione fra un contratto e l’altro.

  2. Cara Silvia,e’ vergognoso sapere che vieni pagata cosi’ poco,ti ho ascoltato anche stamattina,questa settimana mi son ripromesso di essere a casa alle 11,io da febbraio sono praticamente senza lavoro,ho quasi 57 anni e con i cosidetti ammortizzatori sociali non arrivo alla pensione.Grazie al sig.Tremonti che le finanziarie le fa pagare alle persone come me e anche come te e non a persone come Renzo Bossi che forse a malapena sa leggere e scrivere,pero’ per discendenza e’ stato eletto al consiglio regionale lombardo a 10mila euro al mese,facendo una battuta ti direi di buttarti in politica,anche perche’ sei molto carina e in qualche partito avresti molto successo,pero’ credo che tu non sia abbastanza stronza e servile per farlo.Una nazione che non investe in persone come te non ha futuro,speriamo che il cervello di coloro che votano smetta di essere obnubilato e cambino o non vadano a votare e’ piu’ facile quest’ultima soluzione,anche se credo concorderai con me l’opposizione e’ meno peggio ma non e’ il massimo per uno sviluppo civile di questo paese.Ciao Cara

  3. mah… secondo me ti danno anche troppo!
    scherzo, mi giravano le palle al secondo nanosecondo di lettura. provo a far leggere a mia sorella: forse potrebbe, con un pugno di piccoli disperati, marciare su roma e sulla rai!

  4. Da assiduo ascoltatore di Radio3, interamente costruita con le straordinarie qualità di coloro che durante la giornata si alternano al microfono (quorum Silvia, ma anche Irene, Paola ecc.) nei vari settori della conoscenza, della cultura e dell’informazione, dico che questo trattamento contrattuale è semplicemente ignobile. Ciò, anche a fronte dei contratti faraonici concessi a gente che imperversa sulle reti RAI per prestazioni di livello infimo.
    Lo dico anche da editore, che non si sogna di fare queste sconcezze, da furbetti del quartierino, ben sapendo che la qualità dell’offerta della mia società e il suo successo dipendono interamente dalla validità dei miei collaboratori e dunque anche dalla dignità del loro trattamento.
    In RAI evidentemente questo non vale – nonostante i miliardi di canone e pubblicità che lì i manager gestisocno e io no – ma potrei fare molti altri esempi che conosco di grandi e rinomate istituzioni culturali in cui accade esattamente lo stesso, come alcuni grossi editori (Rcs, ad esempio) o lo stesso Istituto dell’Enciclopedia Italiana, dove i collaboratori sono trattati al livello di servitù e i manager si auto-assegnano compensi imbarazzanti per la nullità del loro contributo e delle loro pseudo-qualità. Tanto per essere chiari.
    Comunque, cara Silvia, per quello che vale, ti dico anche io che tu personalmente non hai nulla di cui doverti vergognare, vista la serietà e la qualità indubbia della tua attività professionale che seguo da anni imparando sempre molte cose; si dovrebbero vergognare coloro che mettono la firma in calce al contratto dalla parte del “datore di lavoro”, che pratica un vero e proprio furto di competenze, conoscenze e impegno, imponendo condizioni indegne di aziende serie e civili. E non mi venissero a dire che le mie sono chiacchiere, perché chi non è regolarmente assunto nella mia società, collabora con contratti annuali, decorosamente retribuiti, in cui – dagli addetti alle pulizie ai redattori editoriali – tutti hanno la garanzia di essere remunerati anche nel mese di agosto, quando l’ufficio è chiuso. Che questo non lo facciano RAI, Treccani o Rcs è un fatto che dimostra solo l’inciviltà cinica e cialtrona di chi gestisce quelle aziende, a cui auguro vivamente di trovarsi senza lavoro e senza protezioni per un paio di mesi (… di anni? … di vite?).

  5. ciao silvia son vale di torino, si che sai chi sono.

    leggo con attenzione il tuo post, avevo anche letto quello precedente tempo fa.
    purtroppo è così, e pensa, io 29enne in affitto con contratto di affitto meno precario dei contratti di lavoro, tendo ad invidiare chi ha 9 mesi coperti.

    e dovrei invidiare chi prende mille euro al mese (più i lavori extra immagino) e deve “vivere” a Roma dove sicuramente si spende più che a Torino?..
    No, non dovrei.

    Ma talvolta lo faccio.
    Invidio chi insegna,talvolta, perchè loro hanno una busta paga mentre io che insegno agli immigrati aspiro al Contratto a progetto, perchè la collaborazione occasionale non offre niente se non una miriade di lavori sul tuo cv.
    Invidio chi ha potuto laurearsi con le lauree vere, perchè ora, volendo fare la supplente per avere per 9 MESI qualcosa da supplire…scopro di essere equiparata ai filosofi e agli psicologi, di essere nella loro classe di insegnamento. Noi sociologi, che da quando è nata questa strana scienza, gli psicologi si sa, li odiamo almeno quanto gli antropologi freakkettoni.

    Invidio la mia amica Chiara che ha un dottorato e ben 1033 euro al mese e che mi dice sempre : ” oh tu si che sai fare mille lavori io cosa farò fra 3 anni?”…”Tu fra 3 lunghissimi anni?…macchevvuoi che hai 1033 euro al mese?” “Eh si ma è un mondo di squali la ricerca!” “eh ok”

    e talvolta invio chi ha fatto appunto la laurea vecchia, la maturità vecchia che per 2 o 3 anni ha potuto magari avere un primo lavoro un pò pagato a 23-25 anni e non uno stage non pagato per chissà quanto tempo.

    Lo so, non dovrei invidiare tutto ciò, ma talvolta lo faccio. Specie d’estate, quando faccio splendidi (emotivamente) lavori stagionali, 24h a 40 euro al giorno, 6 giorni su 7.

    e ti giuro, guadagnavo di più a 18 anni, con il mio primo lavoro da barista a 10 mila lire all’ora, per pagarmi l’inter rail.

    intanto ti saluto e ti auguro tante cose belle.

    vale

  6. Ciao Silvia, sono vale, quella di Torino.
    leggo e capisco, immagino la tua situazione.
    trovarsi a desiderare 3 mesi o a farsi venire il mal di stomaco, perchè ogni tot ci si sente in un limbo che non ci si è scelti per condotta.

    Talvlta, pensa, invidio chi ha un contratto di 9 mesi, chi può permettersi di vedere un tot ogni mese, chi non deve aspettare il versamento dell’ennesima collaborazione.

    Mi trovo a invidiare chi ha un contrattino. Lo so non dovrei, ma è così.

    Ora invidio gli insegnanti precari che ambiscono alla supplenza, alla terza fascia.
    Che almeno per 9 su 12 hanno un tot. Perchè io, insegnando agli immigrati SPERO in un contratto a progetto, perchè quello a collaborazione occasionale proprio è ridicolo!
    Quest’estate scopro che con le mille riforme sull’istruzione, di cui chi è nato all’inizio degli anni 80 magicamente se le è sorbite tutte per un soffio, mi trovo a invidiare chi ha studiato lettere o storia dell’arte o biologia, quando ancora esistevano.
    Noi sociologi, scalzi. Senz’albo professionale, ma professionisti, una contraddizione in termini. E ora manco un insegnamento agli istituti sociali, poichè siamo equiparati a filosofi e psicologi. Proprio noi, che gli psicologi e i filosofi li odiamo dall’800.

    ed è così, mi trovo a parlare con la mia amica Chiara che mi dice “oh tu si che sai fare mille lavori io cosa farò fra 3 anni quando mi finirà il dottorato?”…”cosa? tu hai 1033 euro al mese per 3 anni…è il contratto più lungo che conosco!”

    e si può invidiare una ricerca casuale e precaria, un contratto di 9 mesi freelance?

    talvolta si. specie d’estate, quando accetto lavori stagionali a 40 euro al giorno senza orari, anche se emotivamente coinvolgenti.

    ripenso al 2000, quando feci la barista per 10milalire all’ora. e fu il lavoro in cui guadagnai di più, senza avere esperienza.

    Intanto ti abbraccio e ti auguro tante cose belle.

    Valentina

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