Lordo, lordissimo, immondo: ecco la differenza tra quanto credi di darmi e quanto davvero mi dai

Ammetto di non saperlo calcolare, né di saper bene spiegare il perché, ma la risposta al titolo è la metà. Sapevatelo, cari impiegati statali impegnati a convincermi che il vostro datore di lavoro (che nella maggior parte dei casi è un ente pubblico che pago anch’io con le mie tasse) mi sta coprendo d’oro. Se mi state proponendo un gettone di presenza da 150 euro però il treno me lo devo pagare da me, e mi state invitando più lontano di Ostia, mi state chiedendo di lavorare gratis. E, per di più, di farlo dopo un comodo viaggio a bordo di un trenino regionale.
Idem: se mi state chiedendo di venire in Lombardia o in Trentino (o in Veneto o in Puglia) per un gettone di presenza da ben 250 euro, da cui siete convinti che, sottratti i 200 euro per il viaggio, mi rimangano 50 euro in mano, mi state chiedendo di pagare per venire da voi. Io pagare, intendo. Perché 250 diviso due fa 125. E comunque potreste anche ricordarvi di quanto pagate il vostro idraulico, che per 50 euro (puliti) non vi avvita nemmeno un rubinetto.

La faccenda for dummies (cioè: come l’ho capita io) è questa. Un libero professionista (che sia libero davvero o che abbia aperto la partita iva spintaneamente, come diceva mia zia quando ero piccola) deve pagarsi da sé tutte le tasse e i contributi. Quindi, mentre un dipendente sa esattamente quanto incassa e può affermare di prendere 1000 euro al mese (dopo che tasse e contributi sono stati pagati dal datore di lavoro), una partita iva, che è datore di lavoro di se stessa, può affermare di aver fatto una fattura da 1000 euro, da cui sottrarrà tasse e contributi fino a tenersi in tasca più o meno 500 euro. Un po’ di più, vai. Tipo 520. Stop. Non chiamatelo netto: fino alla dichiarazione dei redditi, l’anno dopo, non si sa nemmeno esattamente quanto sia.

Niente. Credo di averlo spiegato enne volte al povero impiegato di turno, che si deve anche essere sentito un po’ nei panni del truffatore telefonico a insistere che il direttore gli ha detto 250 euro e che quelli sono netti.
Tutto questo dovrebbe rientrare nella categoria del lavoro gratis, che non andrebbe mai accettato blablablabla, come ho già diffusamente spiegato in un altro post: in questo caso, si presenta en travesti, ma è sempre lui. Per di più, in questo caso il rimborso del treno (perché di questo si tratta, se si è fortunati) arriva dopo diversi mesi. E per di più, l’inghippo te lo fanno scoprire parecchio più tardi, quando, dopo averti detto che ti avrebbero dato quei soldi lì netti, ti dicono che per netto intendevano imponibile. Come se io per stronzo intendessi gentiluomo.

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7 pensieri su “Lordo, lordissimo, immondo: ecco la differenza tra quanto credi di darmi e quanto davvero mi dai

    1. Grazie Silvia di questo post. Quanta gente si immagina che ci dovremmo accontentare di qualsiasi cifra “lordo” ci propongono! Quando si propone uno stipendio dovrebbe essere obbligatorio per i datori di lavoro indicare sia la quota “lordo” che “netto”. Cosi’ forze dalla vergogna di quanto poco ci offrono ci penserebbero 2 volte!
      saluti

    2. L’importante è chiarire i termini prima di accettare un lavoro. Ovviamente, bisogna anche avere un po’ di esperienza in merito, altrimenti cercano sempre di fregarti con la storia della confusione tra lordo e netto.

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