Tamurriata sporca: in viaggio nei rifiuti di Napoli

Tutti contro tutti. E io che cerco di capirci qualcosa. In mezz ‘a munnezza, senza nemmeno il conforto di una sfogliatella sotto al sole. Ma che cavolo succede a Napoli, a un’ora di Frecciarossa da casa mia, con questa faccenda dei rifiuti? A dire il vero, fino a oggi non mi ero soffermata a pensarci con molta attenzione. Sì, le elezioni, la criminalità organizzata, l’inefficienza anche, eh. Ma, superficiale e annoiata, mi fermavo lì. Poi, per una coincidenza che forse non ho colto, mi si invia un libro su un grande studio sui rifiuti, scritto da una scienziata amica di r3s e con postfazione di Pietro Greco, e mi si invita a moderare un convegno pubblico sullo stesso tema. E allora inforco gli occhiali da sole e vado a Napoli a vedere.

Il libro, una prima occhiata in treno. La cosa più interessante è la postfazione. Bella, cervellotica il giusto, chiara e visionaria. Il resto mi annoia un po’. E poi non capisco: si dice che i napoletani sono rassegnati, impotenti, sfiduciati e quindi inerti di fronte alla questione. Due pagine dopo sono invece desiderosi di capire, combattivi e impegnati: hanno capito che sono in gioco i diritti di cittadinanza, la democrazia eccetera. Bah. Dipende dal teorema che si sta disegnando, mi sa.
Il convegno, una prima occhiata al programma. C’è lo scienziato di punta, quello di richiamo: è per lui che il convegno lo si tiene di lunedi mattina, perché ha dato la sua disponibilità solo per quel momento. Vado su Google e trovo subito un curriculum discorsivo (che quindi presumibilmente si è scritto da sé) in cui manca solo la candidatura al Nobel, poi c’è tutto: il contributo fondamentale alla ricerca, il grando merito scientifico, la chiara fama. Scritto al passato remoto, si apre con la notazione sul voto di laurea, rigorosamente con lode. Beh, fammi fare un po’ di ricerche. Chiedo un parere al famoso scienziato X che conosco di persona e che è persino simpatico, il quale con un iniziale malcelato sforzo diplomatico mi scrive che mi può consigliare altri nomi. Declino e, maliziosa, insisto: aria fritta? Lui non si tiene e mi scrive sei righe chiarissime in cui demolisce il collega. Di brutto.

Il libro. Seconda occhiata in albergo. Sto cercando i risultati del monitoraggio biologico di cui si parla, faccio fatica a capirli. Mi ricordo che un collega me lo aveva visto in mano e mi aveva detto: vedi se tu ci capisci qualcosa: io gli autori li ho anche sentiti, ma mi hanno dato pochi numeri e ho avuto l’impressione che volessero solo parlare di sociologia e robe così.
Il convegno più il libro. Sono lì, sto organizzando la mia scaletta, tiro fuori il libro (oh, il tema è quello e io quando devo moderare prima mi preparo). Si avvicina uno dei relatori e, quasi con rabbia, chiede ad alta voce: di chi è questo?! Rispondo timorosa: io…. Lui: proprio questo ci ha fatto incazzare da morire… Perché questi dovevano parlare di numeri e invece hanno fatto sociologia. Bella, eh. Ma noi volevamo i numeri.

Il libro per adesso lo lascio lì. Lo finirò nei prossimi giorni. Perché il convegno è stato davvero interessante e c’è stato anche chi ha spiegato perché il contenuto di quel libro ha fatto così arrabbiare quel tizio. E poi ho sentito dire un paio di cose illuminanti su questa storia. Tipo.

– Che emergenza rifiuti non significa niente: i rifiuti si producono di continuo, non possono essere un’emergenza.
– Che i rifiuti che si accumulano nelle strade di Napoli (che ci sono, accidenti se ci sono, e all’inizio mettono davvero a disagio, fanno quasi paura) sono un finto problema, o meglio: sono un problema creato ad arte. Nascondono una faccenda ben più grave: quella dei rifiuti tossici, i rifiuti illegali, le discariche che hanno avvelenato il suolo, le acque e l’aria di una regione grande e dai confini non ben definiti. E allora non dimentichiamo che qui c’è la criminalità organizzata, anzi: diciamolo chiaramente.
– Che chi abita in questa grande regione non ha modo di difendersi da quei veleni. E quei veleni fanno male davvero. Forse anche noi, a un’ora di Frecciarossa, ci siamo dentro: l’aria e l’acqua non le fermi con un confine di provincia e i pomodori li mangiamo tutti quanti. Però alla tivvù vediamo i cumuli di sacchetti di plastica per strada a Napoli e intanto fermenta il nostro retropensiero della vergogna, quello per cui i napoletani, insomma, che scarso senso civico, eh…
– Che, insomma, a un certo punto qui c’è qualcuno che lo grida con forza e io trattengo lo stupore, ingenua: in Campania il 30% delle attività è al nero! Non si può parlare di rifiuti senza considerare il contesto in cui finiscono.
– Che viene da pensare che, a questi, sarà l’orgoglio che li salverà.
– Che non è vero che a Napoli hanno i rifiuti per strada perché non vogliono costruire gli inceneritori. Anche se sembra tanto. Ma tanto tanto.
– Che qui tutti confondono le cose, litigano tra la terza e la quarta fila di sedie, tra comitati diversi, comitati di cittadini, che difendono gli interessi di qualche metro quadro di Campania (e in effetti non vogliono gli inceneritori, anche se non sempre per ragioni sguaiate) e gridano e si insultano e poi scopri che si chiamano tutti per nome perché si incontrano diverse volte al mese in convegni come il tuo e forse mettono in scena sempre lo stesso teatrino (Antò, mo’ basta, mettiti seduto!). Ti viene anche il dubbio che proprio non abbiano capito quanto detto pochi minuti prima. Anzi, che ci siano cascati in pieno. Ma come, non eravamo tutti d’accordo sul fatto che la scarsa raccolta dei rifiuti urbani serve a nascondere il vero problema campano, blablabla?
– Che quando arriva il grillino non si deve avere pietà. Ennò, ennò. Quando comincia a gridare dalla platea impedendo agli altri di parlare o quando si arroga l’ultimo intervento va punito come una maestra punisce il suo alunno prepotente.
– Che ce l’hanno tutti con Veronesi. E in generale ce l’hanno con chi parla di rifiuti da non campano: che vogliono ricerche locali, non si fidano di quelle dei grandi istituti di ricerca con sedi a Roma o al nord e non si fidano di chi non conosce il complicato meccanismo della convivenza in questa regione.
– Che a Capri fanno la raccolta differenziatissima porta a porta e ci sono i cestini differenziati anche per i pedoni. Poi fai quaranta minuti di aliscafo, la gente parla con lo stesso accento e mangia lo stesso pesce davanti allo stesso mare, ma la raccolta differenziata è ancora argomento di stupita conversazione.
– Che al prossimo che manda i sociologi dalle loro parti, minimo, gli tagliano le gomme.

Non ho mai moderato un incontro così difficile. Sono cinque ore e mezza di cellulari che squillano, interventi che saltano, altri che se ne aggiungono in ordine sparso, domande senza microfono, gente che si accavalla, si chiama per nome, parla di cose che non conosco, si alza e si siede, si siede e si alza. C’è un solo microfono e quando lo perdo non mi resta che urlare. Ma ormai certe cose le conosco fin troppo bene: come si posizionerà quest’oratore, come fargli dirigere lo sguardo alla platea, come interrompere un disturbatore tra il pubblico (a meno che non sia il grillino, e allora son cazzi). E so anche che arriveranno quello che la mia più che una domanda è una provocazione e quello che farà commuovere tutti parlando di un lutto che ancora lo scuote. La cosa bella è che qui, questi due sono amici.

Riparto da Napoli in serata, dopo aver mangiato la pizza più buona della mia vita a un incrocio rumoroso, su un tavolino di plastica coperto da una tovaglietta di carta svolazzante e, come sfondo, gli immancabili cumuli di pattume. Sono bastate diciotto ore e ci ho già fatto l’abitudine. Al pattume, intendo. Agli esseri umani, come al solito, un po’ meno.

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