Io e l’università siamo in pausa di riflessione

Università: io ci provo, eh. Lo so che per te è un momentaccio. Che bisognerebbe incoraggiarti e farti pubblicità. Dire che sei il tempio della cultura e il luogo della conoscenza. Ci provo. Ma lo sai che gente ti abita? Ti sei fermata a osservare da vicino le dinamiche di quelli che si fanno belli col tuo nome? Quando ti frequentavo era facile diventare insofferenti: mi sembrava di vivere in un incubo della Moratti, con le prepotenze stupide, il nonnismo spicciolo, i giochetti, gli scambi, che noia. C’era anche gente in gamba, tanta gente in gamba, ma in genere contava pochissimo. Adesso ti frequento ogni tanto da esterna, perché i tuoi abitanti mi invitano ad assistere alla loro decadenza. E il brutto è che invece pensano di aver organizzato un evento per il grande pubblico, che segnerà l’inzio di una rinnovata attenzione verso di loro.

Funziona così: mi chiamano e mi chiedono la disponibilità, spiegandomi che è un evento dell’università, magari con un po’ di patrocini e collaborazioni. Tanti nomi. Non mi possono pagare, occhei, oppure mi danno un minimo gettone di presenza da cui devo sottrarre il biglietto del treno. Però è un evento importante, il primo di una serie, e i soldi arriveranno. L’università, le scuole, la ggente: via, abbi un po’ di cuore…
Poi mi danno il titolo: incomprensibile. E quando faccio notare che non si tratta di un evento così appealing per il grande pubblico, almeno non così tanto come loro credono, si stupiscono. Ma come: il pensionato e lo studente non muoiono dalla voglia di entrare in un’aula universitaria a sentire un prof emerito di settant’anni parlare di quellarobalì?! Imbarazzata, non insisto. Poi mi dicono che non importa che parli coi relatori: si sono già messi d’accordo e hanno fatto loro una scaletta. Quando riesco finalmente a farmela mandare, la scaletta, scopro che non hanno considerato il fattore tempo (e in questo caso si sono preparati l’intervento ignorando candidamente che prima o poi dovrebbe andare a conclusione) oppure che si sono assegnati un arbitrario cinque minuti a testa, come se fosse un assemblea di circolo.

Vado lì e trovo quattro persone nel pubblico: se mi va male, il numero dei relatori intanto è cambiato e nessuno ha pensato a dirmelo e se mi va malissimo quel numero è adesso pari a quello delle persone nel pubblico (quattro, cinque, sei al massimo). Tocco il fondo del baratro dell’imbarazzo (e comincio a incazzarmi) quando scopro che il pubblico è composto da amici dei relatori, competenti quanto i relatori e desiderosi di farsi una bella chiaccherata affondati nelle poltrone rosse di un’aula universitaria, piuttosto che davanti a un gelato, per cui sono completamente indifferenti alla mia persona.
Tra l’altro, essendo io palesemente di sesso femminile e con meno di sessant’anni, non riesco quasi mai a farmi notare dall’universitario che dovrei moderare, che continua a far finta di non vedere i miei cenni disperati di tenersi nei tempi o se ne frega della domanda che gli pongo. Al più butta un occhio nel mio scollo, massimo segno di attenzione a cui posso ambire. Per il resto, non esisto e di certo non posso dirgli una cosa impertinente come tre minuti alla fine.

Ovviamente, si finisce molto più tardi del previsto, perché dalla platea si alzano a fare domande in un clima festosamente anarchico. A volte, se le cose non girano troppo male, mi viene anche da ridere: avete visto come tiene il microfono l’universitario prototipico? Lo afferra distrattamente con la mano destra prendendolo da quella della hostess. Lei, poveraccia, si è precipitata a passarglielo mentre lui stava beatamente parlando senza curarsi del volume della propria voce, immergendo tutti in un bell’effetto-pesce. Avevamo gli occhi strizzati: che cavolo dice?… sssssssshhhttt… non si sente…. Quando lei, cortese e silenziosa, si era precipitata a risolvere la faccenda. Solo che l’universitario lo prende, sì, il microfono, ma non ricomincia la frase e, anzi, continua a parlare agitando lo strano oggetto come se fosse una bandierina. Lo tiene stretto in mano ma non se lo avvicina alla bocca, a volte abbassa il braccio e lo lascia ciondolare vicino al ginocchio, sennò lo muove per aria con impeto oppure lo allontana dal corpo allargando le spalle. E poi lo restituisce alla hostess, convinto di aver entusiasmato la platea col suo discorso.

Alla fine ti dicono che è un peccato che sia venuta così poca gente da fuori università: era tanto un bell’incontro. Ma sono loro che non capiscono: loro, quelli di fuori. E anche quelli dei tiggì, che non hanno fatto pubblicità all’evento (sic). L’universitario proprio non capisce che l’errore può essere suo. Una volta, a Pisa (novantamila abitanti per tre università) c’è stato chi mi ha detto che il problema è che Pisa è una città poco ricettiva.
Ma il peggio arriva al momento dei pagamenti (o dei rimborsi). Quando ti chiedono moduli di altri pianeti, ti fanno firmare prese di incarico e formulari per impiegati statali, giuramenti e articoli di legge che boh. Ti fanno scrivere da una segretaria che ignora l’esistenza di essere umani dotati di partita Iva, ti fanno aspettare secoli, ti timandano indietro venti volte la fattura, ti chiedono curricula e strani dettagli sulla tua vita. E poi non ti pagano.
All’ennesimo sollecito i soldi arrivano. Se hai culo, corrispondo pure all’importo esatto. Ma datti tempo e sta’ pure certo che l’anno dopo si dimenticheranno di farti mandare la certificazione del pagamento.
Ah, università. Te l’ho detto che in linea teorica io giocherei dalla tua parte. Però capiscimi: la tentazione di prendermi una pausa di riflessione sta cominciando a farsi sentire.

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