Zumpappapà, è la lagna del precarino… (ma che immagine date di noi?)

“La cosa più brutta che è successa nella tua vita professionale?” “Mah… direi…” “Da precario, intendo. Cioè la cosa più brutta causata dalla tua precarietà”. “Guarda, io non sono precaria, sono libera professionista, alla Rai sono atipica, però…”. “No, voglio dire: qual è stato il momento più umiliante”. “Ah, lo so. L’ultimo ribasso del compenso nel contratto: ho rifiutato il contratto e nessuno mi ha chiamato per una settimana. Son stata lì ad aspettare. Però poi mi ha chiamato la curatrice, mi ha chiamato persino il direttore, abbiamo fatto tante riunioni, si è trasformato, paradossalmente, in un momento molto bello…”. “Aspetta, scrivo: per uuuna seeettimanaaa non mi haaanno chiamaaaato…”. “Sì, però, niente di drammatico”.

“E le ferie? Sono un miraggio, vero?”. “Guarda, sono libero professionista: non puoi parlare di ferie. E poi lavoro per nove mesi all’anno, in Rai, per cui in realtà non è il tempo libero che mi manca”. “Vabbè, ultima volta che sei andata in vacanza? Un sacco di tempo fa, immagino”. “No, a gennaio sono andata una settimana a Buenos Aires. Ma vuoi proprio che ti risponda: a Punta Ala con la nonna nel 1986? Perché non è vero, eh”. “Ma da quant’è che lavori in Rai?”. “Compio sei anni quest’estate”. “E non hai mai avuto un contratto vero, no?”. “Guarda, ne ho due o tre all’anno, da sei anni: il problema è proprio quello. Sono contratti di consulenza anche se in realtà…” “Ma posso chiedere quanto ti pagano?” “Centocinque euro al giorno, lordi, su fattura, che poi ovviamente diventano la metà al netto, dal lunedì al venerdì e solo per nove mesi all’anno. Fatti i conti. Comunque non tutti gli atipici prendono poco, eh, attenzione…” “Una miseria…”. “Senti, però, io ci tengo: io sono una libera professionista per davvero, faccio un sacco di altri lavori, non mi lamento della mia situazione economica né del mio lavoro, che è bellissimo. Cioè: il punto non è che cosa faccia io con la mia Partita Iva. E’ che cosa ci fa la Rai, con la mia Partita Iva, e poi il fatto che non ho scelto io di aprirla. Insomma, la Rai mi chiede di presentarmi come libero professionista ma poi mi tratta da dipendente, non mi permette di contrattare il compenso, mi fa lavorare poco, mi impedisce…” “Perché, scusa, quanti lavori fai?” “Al momento ho nove o dieci clienti con lavori in corso, da riaprire, da chiudere, da studiare…” “Dieci?! Non è possibile!”. “E’ possibile, basta essere un po’ schizzati e dedicare la vita solo a quello. Nessuno di questi lavori da solo sarebbe sufficiente a mantenermi e comunque a me piace farli tutti insieme: non ci rinuncio”. “Dieeeeci lavooori tutti in-si-e-me e nessuuuuno rap-pre-sentaaa la svoltaaaa….”.

Insomma, faccio parte anch’io della categoria. Non sarò certo io a dire che i giornalisti raccontano quel che vogliono. Però stavolta, che imbarazzo. Ci hanno fatto apparire (mi hanno fatto apparire) come una lagnona che chiede il posto fisso, che non va mai in ferie, che subisce il mercato e non ha niente di meglio da rivendicare se non un bel contratto a vita. Mentre noi eravamo lì a ricordare che un’azienda culturale che ci fa lavorare in questo modo non investe su di noi. E se noi siamo quelli che dovrebbero produrre cultura, è come dire che l’azienda culturale non investe in cultura. No?! Per noi il danno c’è, inutile negarlo, e la possibilità di restare a piedi da un giorno all’altro non ci fa piacere, così come quei cinquanta euro netti al giorno, per qualche mese all’anno, non sono il massimo della vita. A qualcuno di quei dieci lavori, orgoglio a parte, rinuncerei volentieri. Ma noi eravamo lì, e lo avevamo detto e scritto, per manifestare contro un sistema poco lungimirante e masochista, che ci danneggia soprattutto come cittadini, in un paese che sta rinunciando a pensare a un futuro sano per la sua cultura e la sua informazione. Mica poco. O no?

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Un pensiero su “Zumpappapà, è la lagna del precarino… (ma che immagine date di noi?)

  1. “…e dedicare la vita solo a quello”.
    A volte, oltre al bilancio economico, si fa il bilancio della propria vita. A qualcuno capita di farlo per gioco il 31 dicembre, altri più a caso, magari in un momento di gioia o di sconforto. Fare un lavoro bellissimo dà molto attivo a questo bilancio, o lo tiene in equilibrio, ma dedicargli l’intera vita è come per chi gioca in borsa: rischioso. Sono davvero l’ultimo a poter parlare in questo periodo, ma a maggior ragione mi/ci ricordo di non dimenticare che siamo esseri complessi e fragili. Notte 🙂

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